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Università italiana: le nubi all'orizzonte sono sempre più minacciose

I titoli 4U > Gennaio 2010

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Nel 2008 il ministro Mariastella Gelmini presentò il progetto di legge di riforma del mondo universitario. Ora, a un anno e mezzo di distanza, ricercatori, personale tecnico e professori sono molto preoccupati sul proprio futuro professionale

Università italiana: le nubi all'orizzonte sono sempre più minacciose

di Sabina Sestu

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La legge 133 ha scatenato poco tempo fa la protesta degli studenti universitari, con tanto di occupazione delle università e tentativo da parte del governo di sedare la rivolta con le forze armate. Sembrano ormai tempi lontani, le università ora sono tranquille, le lezioni si svolgono regolarmente. Eppure vi è una parte del mondo universitario che silenziosamente guarda con preoccupazione l'evoluzione del loro mondo lavorativo, visto che il 28 ottobre 2009 il Consiglio dei Ministri ha approvato il relativo disegno di legge.

Sono i ricercatori, il personale tecnico e coloro che aspirano ad entrare nel novero dei professori universitari. La parte del disegno di legge che più preoccupa è quella dove si parla del reclutamento del corpo docente. "Al fine di rendere comprovata e meritevole la qualificazione scientifica del corpo docente - c'è scritto -, il disegno di legge prevede infine l'istituzione dell'abilitazione scientifica nazionale, che costituirà requisito essenziale per l'accesso alla prima e alla seconda fascia dei professori".

Si deduce, dunque, che la riforma Gelmini preveda un'entrata quasi automatica in quei posti tanto agognati dall'intellighenzia nostrana. Si parla, infatti, di contratti stipulati direttamente dall'università per i ricercatori, che si vedrebbero assumere per tre anni e che vedrebbero rinnovato per altri tre anni il contratto (se meritevoli naturalmente); in caso contrario corrono il rischio di essere eliminati dal mondo accademico. Perché, in effetti, l'intento della legge è quello di far accedere solo i più meritevoli nell'esclusivo mondo universitario, non solo italiani ma anche stranieri. Per cui, se in questi sei anni come "apprendista professore universitario" si fanno pubblicazioni e si dimostra di essere davvero validi si ha la possibilità, quasi automatica, di accedere al ruolo di professore associato, previo naturalmente esame abilitativo e inclusione in una graduatoria nazionale.

A poco a poco sparirebbero quindi le figure dei ricercatori, lasciando il posto a professori associati "in prova" per sei anni. Ma la riforma non si limita a questo, tenderebbe infatti a rendere più giusta e equa tutta la classe della docenza universitaria, attraverso controlli sulle reali ore lavorate e verifiche continue del loro operato. Potrebbe forse venir applicato il famoso cartellino da timbrare anche per la classe dei "baroni" dell'università.

E allora, si potrebbe pensare, perché tanta apprensione? La preoccupazione esiste perché chi già lavora all'interno dell'università si troverebbe penalizzato, i ricercatori e il personale tecnico che già vi lavorano a tempo indeterminato non potrebbero accedere al concorso di professore associato in quanto questo sarebbe riservato solo a coloro che ottengono un contratto a tempo determinato. Eppure molti di essi hanno insegnato, fatto esercitazioni e gestito esami con la speranza di ottenere un giorno quel tanto agognato ruolo, e il fatto stesso che nel mentre non vi sia la certezza di concorsi rende il loro sogno irrealizzabile.

Coloro che invece ancora oggi hanno un contratto a tempo determinato, se la legge dovesse applicarsi, si troverebbero a dover affrontare altri sei anni di precariato e all'età di 40-50 anni non sembra essere un futuro molto roseo, anche perché potrebbe capitare di non entrare nella ristretta graduatoria e di trovarsi da un giorno all'altro senza lavoro.

Ma perché proprio ora si riparla della riforma del ministro Gelmini? Perché, come abbiamo visto, il progetto di legge è stato approvato dal CDM tre mesi fa ed è ora in attesa di passare in Parlamento, e i Presidi di Facoltà lo osservano con preoccupazione: si parla di tagli dei fondi e le richieste della legge sembrano inadeguate alle reali esigenze universitarie. Nei laboratori, inoltre, scarseggiano sempre più soldi per la ricerca e per comprare i macchinari, gli strumenti e anche i più elementari "arnesi" del mestiere. Va bene quindi una riforma dell'università dove a farla da padrona sia la meritocrazia, con l'istituzione di controlli che portino ai massimi livelli solo i migliori. Ma siamo veramente certi che questa sia la strada migliore?

...............................................................................................................................................23 gennaio 2010

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