I titoli 4U > Gennaio 2010
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Il Belpaese fa pochissimo per trattenere le proprie migliori menti, in ogni campo del sapere e della conoscenza. Una riflessione sul primato negativo dell'Italia
Cervelli in fuga, una triste prerogativa tutta italiana
di Sabina Sestu
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Esistono individui che si distinguono dagli altri per qualità fuori dalla norma. Alcuni sono geniali matematici, altri grandi filosofi, altri ancora eccelsi biologi, oppure politici, geologi e la lista potrebbe proseguire per tutti i campi dello scibile umano. Vi sono luoghi in cui queste persone notevoli possono scoprire e mettere a frutto le loro doti per il bene di tutta l'umanità. Sembra che l'Italia, però, non sia uno di questi luoghi.
La più grande ricchezza di una nazione è la gente che la abita, il suo capitale umano e, come all'interno di grande famiglia, i più meritevoli e dotati dovrebbero essere vezzeggiati, incoraggiati, messi in grado di produrre e premiati. Negli Stati Uniti questo accade, i migliori elementi vengono seguiti e sostenuti attraverso borse di studio, accesso alle università migliori e quando queste grandi menti finiscono i loro percorsi di studio, vengono richiesti da modernissimi laboratori dove tutto funziona e da stipendi adeguati ai risultati che riescono a raggiungere.
In Italia accade lo stesso? Stando a sentire i "cervelli italiani" sembra proprio di no. In un libro del 2007 dal titolo "Mal di Merito", Giovanni Floris tratta l'argomento delle raccomandazioni, che secondo l'autore sarebbe la causa della paralisi economica, culturale e politica dell'Italia. Il fatto che il merito non sia la motivazione prima dell'assunzione nelle aziende pubbliche e private, spiega il perché molti dei nostri valenti studiosi preferiscano finire (e a volte anche iniziare) la propria preparazione all'estero e, successivamente, impiegare le proprie competenze in "laboratori di idee" stranieri.
Eppure la scuola italiana, nonostante tutte le critiche degli ultimi decenni, non è messa così male rispetto agli altri paesi e la preparazione che offre non ci fa sfigurare più di tanto, visto anche l'alto numero di valenti studiosi.
Sono le opportunità lavorative che offre il nostro sistema che fanno acqua da tutte le parti.
Una volta usciti dalle università, con il massimo dei voti in tasca e l'ambizione di fare lo scienziato aerospaziale o il ricercatore di scienze politiche, si scopre che il mondo universitario italiano è dominato dai Baroni (mirabilmente descritti da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella nel loro libro-inchiesta "La Deriva"), che nei laboratori aerospaziali si può entrare solo se si ha una raccomandazione e che quindi tutta la passione messa sulla propria preparazione e quei traguardi raggiunti attraverso il proprio impegno e le proprie qualità in Italia non paga.
Fondi inadeguati destinati alle scuole di ogni ordine e grado, sempre meno quelli stanziati per la ricerca, per lo sviluppo dei progetti che provengono dalle stesse università e mancanza di interesse delle imprese private allo sviluppo delle innovazioni che derivano dalla ricerca, tutto ciò provoca un effetto boomerang che si ripercuote sull'intera società. Il problema non sta tanto nel fatto che i nostri cervelli vadano a studiare all'estero, perché università è proprio sinonimo di universalità della conoscenza e il confronto con altre realtà che studiano nello stesso campo non può essere altro che proficuo e sicuramente anche necessario, quanto il fatto che non ritornino al completamento della propria preparazione e che pochissimi studenti stranieri vengano a studiare nelle nostre università.
C'è quindi un impoverimento della società nel suo insieme, un senso di frustrazione e demoralizzazione generale, che alla fine ci rende poco competitivi ed entusiasti verso il futuro. Se invece il valore fosse premiato, se il merito fosse la causa prima dell'assunzione in un determinato ruolo lavorativo, se lo sviluppo fosse la ragione primaria delle scelte politiche, forse la nostra nazione sarebbe più ricca e felice.
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