Febbraio 2010
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Attesa per la decisione sul caso FAPAV-Telecom, ritenuta responsabile di non avere bloccato l'accesso ad una serie di siti che distribuivano illegalmente film protetti dal copyright
Download a rischio: possibile svolta nella guerra alla pirateria online
di Vincenzo Caramia
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Gli utenti e i siti "peer to peer" italiani sono al centro di una contesa giudiziaria che potrebbe segnare un cambiamento importante nella battaglia alla pirateria online. Qualche settimana fa, la Fapav (Federazione Anti Pirateria Audio Visiva) ha chiesto al Tribunale civile di Roma di imporre a Telecom Italia alcune misure straordinarie: in primis, obbligare la compagnia telefonica a denunciare alle autorità giudiziarie chi nella propria rete si macchia di pirateria; impedire poi l'accesso ad alcuni famosissimi siti collegati, anche indirettamente, al peer to peer; infine, battersi in prima linea contro il fenomeno.
Telecom, insieme all'AIIP (principale associazione dei provider italiani), risponde che le pretese della Fapav sono "basate su prove raccolte illegittimamente". Ma andiamo con ordine. Il 9 gennaio del 2007 la Corte di Cassazione, con la sentenza numero 149, aveva disposto che "scaricare dalla rete file e programmi protetti dalle norme sul diritto d'autore e metterli a disposizione di altri utenti non è reato se da questo tipo di attività non si ricava alcun concreto vantaggio di tipo economico".
La Corte di Cassazione annullò così la condanna a tre mesi e 10 giorni di reclusione stabilita dalla Corte d'Appello di Torino a due giovani che avevano scaricato e condiviso in rete, tramite un computer di una associazione studentesca, canzoni, film e software protetti da copyright. I due ragazzi condannati dalla corte torinese avevano sviluppato appunto una cosiddetta "rete p2p" (peer to peer) per scambiare file con altre persone collegate a Internet.
Una filosofia di scambio ormai diffusissima su Internet, che permette a tutti di scaricare file gratis dalla rete. I reati contestati ai due "pirati" erano quelli previsti dagli articoli 171 bis e 171 ter della "legge sul diritto d'autore", la numero 633/41. Essa punisce chi, "a scopo di lucro", diffonde o duplica file e contenuti multimediali protetti da copyright. L'attività dei due imputati però non aveva alcun "fine di lucro" e quindi non si presentava la reale violazione della legge.
Per questo motivo i giudici annullarono la condanna per i due ragazzi, rilevando che "quelle operazioni di download non coincidevano con le ipotesi criminose fatte dai giudici torinesi" e che per "scopo di lucro" deve intendersi "un fine di guadagno economicamente apprezzabile o di incremento patrimoniale da parte dell'autore del fatto e che non può identificarsi con un vantaggio di altro genere".
A 2 anni di distanza il problema torna ad essere attuale. E' stata fissata in questi giorni l'udienza al Tribunale civile di Roma tra Fapav e Telecom Italia. Se dovessero essere accettate le richieste di Fapav, quindi, Telecom dovrebbe scoprire quali utenti scambiano file pirata e indurli a smettere. Nel ricorso d'urgenza presentato da Fapav si legge infatti un'accusa alla compagnia: non aver fatto abbastanza finora per dissuadere i propri utenti peer to peer, perché a Fapav risultano centinaia di migliaia di utenti Telecom che hanno scaricato film recenti.
La Federazione ha persino fatto una classifica dei film più scaricati illegalmente. Fapav chiede al giudice di obbligare Telecom Italia a ostacolare le attività pirata dei propri utenti e di filtrare alcuni siti. Se Telecom non lo farà dovrà pagare 10 mila euro per ogni giorno di inadempienza. Fapav insomma, punta a trasformare gli operatori internet in "poliziotti della rete", a caricarli di una responsabilità, su quello che fanno i loro utenti. Ma l'idea di fondo che ha caratterizzato la rete finora è un'altra: nel mondo, Internet è cresciuto e ha prosperato perché si sono tenute separate le responsabilità degli utenti da quelli dei fornitori di servizi (provider internet o gestori di portali di contenuti come YouTube). Se i fornitori fossero caricati di responsabilità sarebbero spinti a porre delle restrizioni, per evitare complicazioni, e quindi a censurare anticipatamente alcuni contenuti o siti. In più sarebbero obbligati a sorvegliare le attività degli utenti, a mo' di poliziotti appunto, con buona pace della privacy. Finora invece le responsabilità degli utenti e dei fornitori di servizi sono state considerate separate, posizione ribadita anche dalla "direttiva comunitaria del commercio elettronico" del 2003, dove è stata confermata la non responsabilità dei provider.
Fatto sta che Telecom si sta opponendo alle richieste. E controbatte anche: nella propria difesa presentata al Tribunale, accusa a sua volta Fapav di aver monitorato le connessioni degli utenti Telecom, violandone la privacy. Soltanto così la Federazione avrebbe potuto ottenere i dati sui film più scaricati. Secondo l'operatore, è una vicenda analoga a quella di "Peppermint", azienda discografica tedesca, che nel 2007 è stata condannata per aver raccolto dati degli utenti P2P italiani. E proprio come allora, il Garante della Privacy ha deciso di costituirsi in giudizio per tutelare i diritti degli utenti italiani. Non va tralasciato il fatto che Telecom abbia interesse a difendersi per un fine anche commerciale. Basti pensare alle connessioni veloci e di ultima generazione che riscuotono molto successo da qualche anno, proprio per il fine, non ultimo, dei clienti, di scaricare quanto più possibile e velocemente dalla rete. Quei clienti vanno quindi tutelati e non persi.
Un'eventuale condanna cambierebbe di molto le pratiche di navigazione degli italiani. Innanzitutto, perché sono milioni gli utenti peer to peer del nostro paese (8 milioni solo quelli di eMule). Poi, perché i siti che Fapav vuole oscurare solo molto popolari. C'è ThePirateBay e poi tanti indirizzi italiani: Italianshare, ItalianSubs, Vedogratis, Youandus, Italianstreaming, 1337x, Dduniverse, Angelmule, Italiafilm, Ilcorsaronero. Alcuni di questi permettono di vedere direttamente film pirata, altri solo di trovarli (una sorta di motore di ricerca), cosa che potrebbe scagionarli.
Secondo Fiorello Cortiana, membro della Consulta sulla Governance di Internet, un modo per tutelare sia gli utenti sia l'industria cinematografica è che tutto ciò che non abbia una finalità di tipo commerciale, deve essere consentito, così come fu deciso appunto dalla Corte di Cassazione nel 2007. Semplice e giusto, si direbbe, ma la realtà è un'altra.
La Francia ad esempio ha da poco varato una legge controversa secondo la quale, dopo il terzo avvertimento, chi scarica file protetti da diritti d'autore subisce una disconnessione fisica dalla rete. Qualcosa del genere rischia a questo punto di essere attuato anche in Italia, nonostante questo genere di decisione contrasti sia con la Costituzione che con il Trattato di Lisbona.
La sentenza della Cassazione forse aprirà la strada a una campagna di denunce, contro siti collegati al peer to peer. Questa della Fapav potrebbe essere solo la prima di una lunga serie. Resta la sensazione, all'inizio di questo terzo millennio, di una ostinata perseveranza nel voler far finta che non esista affatto quel contesto nuovo di produzione di valore immateriale legato alla condivisione della conoscenza che è la rete.
13 febbraio 2010
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