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Infrastrutture e pallone: siamo davvero all'ultimo stadio?

Febbraio 2010

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Un'analisi mostra come gli stadi italiani siano vetusti e sempre meno frequentati. Il governo ha proposto un disegno di legge per incentivare la costruzione di nuovi impianti: ci sarà una svolta o si tratterà dell'ennesimo fuoco di paglia?

Infrastrutture e pallone: siamo davvero all'ultimo stadio?

di Giorgio Tosto

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Gli ultimi episodi che hanno fatto nuovamente scoperchiare il vaso di pandora sono stati i numerosissimi rinvii per neve nella giornata pre-natalizia di campionato: ben quattro partite di serie A posticipate a gennaio e febbraio a causa del maltempo, con il presidente della Lega Calcio Beretta pronto a tuonare contro i nostri stadi vecchi e fatiscenti, causa principale di questi posticipi forzati.
L'opinabilità della posizione del presidente di Lega è sotto gli occhi di molti, considerando come lo stesso sindaco di Firenze Renzi abbia chiaramente lasciato intendere che uno dei motivi (forse il più importante, ma anche il più assurdo) che ha portato al rinvio di Fiorentina-Milan siano stati i voli intercontinentali già prenotati da numerosi giocatori per il giorno successivo. Fermo restando poi che i recuperi delle partite rinviate costituiscano un succulento boccone per le televisioni a pagamento: il trionfo del calcio-spezzatino, insomma.

A prescindere da queste considerazioni emerge però con disarmante evidenza che in Italia un problema-stadi esiste: il livello della nostra impiantistica sportiva è bassissimo se paragonato ad altri paesi europei, non solo in relazione alla sempre citata Inghilterra ma anche rispetto al Portogallo, ad esempio, dove la storica occasione di ospitare gli Europei di calcio del 2004 è stata egregiamente sfruttata ricostruendo ex-novo tutti i più importanti impianti calcistici lusitani: l'estadio do Dragao a Porto, l'estadio da Luz e il Josè Alvalade a Lisbona o lo stupendo stadio di Braga, costruito in un'ex cava granitica e perfettamente integrato nel paesaggio circostante. Tutti insieme costituiscono esempi lampanti di infrastrutture moderne, facilmente fruibili e, soprattutto, a misura di famiglia: alcuni di questi stadi, infatti, fanno parte di più grandi complessi che includono ristoranti, negozi, cinema multisala.

In poche parole, la nuova dimensione del calcio: numerose società europee investono gran parte dei loro profitti nella costruzione di impianti sportivi multifunzionali, che non esauriscano la loro funzione nella visione della partita. I nuovi stadi (lampanti sono gli esempi dell'Old Trafford di Manchester, dell'Emirates Stadium e di Stamford Bridge a Londra, della Allianz Arena a Monaco di Baviera o dell'Amsterdam Arena) devono costituire per le squadre la più importanti un'ottima fonte di ricavi, diventando la forza motrice per rafforzare il merchandising (con la vendita di gadget, magliette e ogni tipo di prodotto col marchio della squadra), trasformandosi in un vero e proprio luogo di ritrovo dove tifosi e famiglie possano trascorrere una intera giornata all'insegna dello sport ma anche del divertimento.

Gli impianti sportivi diventano così un importante mezzo attraverso cui rafforzare le fondamenta economiche dei club, in un percorso di progressiva interazione e coinvolgimento tra società sportive e tifoseria; una situazione lontana anni luce dall'esperienza italiana. Nella nostra penisola la situazione sembra desolante: secondo un'analisi della società di consulenza "Stage Up Sports & Leisure Business" gli stadi italiani sono tra i più vecchi d'Europa, con un'età media di ben 67 anni e, a differenza di quelli d'Oltremanica che spesso sono più datati, non hanno mai subito seri e radicali interventi di ristrutturazione.

In tal senso, i mondiali di calcio svoltisi in Italia nel 1990 possono essere considerati un'importante occasione perduta, dato che a quell'epoca si preferì puntare a parziali maquillages delle strutture già presenti con l'unica eccezione dello Stadio Delle Alpi di Torino (considerato fra l'altro una autentica cattedrale nel deserto) e del San Nicola di Bari. Un altro dato che emerge dall'analisi sopra citata è relativo alle presenze: gli impianti italiani sono i meno frequentati d'Europa, con un tasso di riempimento medio che supera a stento il 50%, risultando dunque i più vuoti dell'intero Vecchio Continente. Per rendere meglio l'idea, la Premier League inglese ha un tasso di riempimento medio del 92%; ciò significa che gli stadi di Sua Maestà britannica sono pieni in qualsiasi occasione. Gli altri maggiori campionati europei, poi, presentano percentuali molto alte, oscillanti tra l'84% della Bundesliga tedesca e il 76% della Liga spagnola.

I dati, impietosi, mettono in evidenza come la fatiscenza dei nostri stadi e la mancanza di impianti di proprietà delle squadre (altro elemento da non sottovalutare) costituiscano un serio tallone d'Achille per il nostro movimento calcistico, allontanando progressivamente le tifoserie e dando poca credibilità ad eventuali candidature italiane a manifestazioni internazionali quali i Mondiali o gli Europei di calcio.

Il governo italiano, con un appoggio pressoché bi-partisan, sta portando avanti un disegno di legge intitolato
"Disposizioni per favorire la costruzione e la ristrutturazione di impianti sportivi e stadi anche a sostegno della candidatura dell'Italia a manifestazioni sportive di rilievo europeo o internazionale". L'approvazione all'unanimità del DDL alla 7° Commissione permanente del Senato (Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport), il 7 ottobre dello scorso anno, l'ha direttamente portato alla Camera dei Deputati, dov'è tutt'ora in corso la discussione alla Commissione cultura.

Attraverso questa legge si vuole perseguire l'obiettivo di incentivare la costruzione di nuovi impianti sportivi così come la ristrutturazione di quelli già esistenti, in modo tale da garantire la sicurezza degli spettatori, prevenire i fenomeni di violenza e migliorare l'immagine dello sport italiano in vista di possibili future candidature per "manifestazioni sportive di rilievo europeo o internazionale".

Ciò consentirebbe, oltre alla costruzione di nuovi stadi, anche quella di "complessi multifunzionali", definiti dalla legge come "complessi di opere […] anche non contigue […] destinate ad attività commerciali, ricettive, di svago […], nonché eventuali insediamenti residenziali o direzionali tali da valorizzare ulteriormente il complesso". Queste nuove strutture sono dichiarate "di preminente interesse nazionale, di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza".

Alcuni dubbi sorgono sulla bontà della proposta di legge. Legambiente per prima, attraverso il suo presidente Vittorio Cogliati Dezza, ha ribadito con chiarezza come il DDL in discussione alla Camera possa, con la scusa della necessità di nuovi impianti sportivi, dare il via alla più grande speculazione urbanistica dal dopoguerra ad oggi; i sospetti riguardano, in tal senso, proprio i "complessi multifunzionali", visto il rischio di una cementificazione selvaggia, protetta e giustificata da motivi di "pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza".

Il nostro sistema-calcio sembra ormai definitivamente sgonfiato da anni di cattive gestioni societarie, di politiche errate e di troppa superficialità da parte dei dirigenti; il rischio di essere all'ultimo stadio prima del "crack" totale esiste: la speranza è di essere ancora in tempo per provare a rimediare.


10 febbraio 2010

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