Febbraio 2010
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I primi automi superintelligenti sono già tra noi, mentre la sperimentazione prosegue sempre più spedita. Convivremo ben presto con i robot dall'intelligenza artificiale?
Artificial Intelligence, così lontana così vicina
di Andrea Ferraro
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A 150 anni dall'"Origine della specie" di Darwin l'evoluzione si fa anche artificiale. La selezione naturale e le teorie darwiniane oggi non sembrano essere prerogativa del solo mondo a base di carbonio. La storia stessa ci ha insegnato che tutto ciò che è presente in natura è sottoposto a continui mutamenti, evolvendo in qualcosa di sempre più complesso.
È cambiato il modo di concepire l'architettura, i trasporti, il modo di interagire, il tutto molto più velocemente dell'evoluzione umana stessa. La cultura corre più veloce dell'uomo, allo stesso modo la conoscenza. Secondo Dario Floreano, del Politecnico di Losanna, e Laurent Keller, dell'Università svizzera, basterebbero un centinaio di generazioni per sviluppare automi superintelligenti.
"All'inizio i robot non hanno capacità - sostengono i due - ma poche generazioni di mutazioni casuali e riproduzione selettiva sono sufficienti per promuoverne l'evoluzione". Il traguardo, impensabile per la generazione precedente, sembra sempre più una strada già intrapresa da tempo: costruire una specie robotica. La sfida è in corso da quasi mezzo secolo ed ora si guarda al modello naturale dell'evoluzione biologica come ad un riferimento importante.
Un primo piccolo ma rappresentativo esempio viene dall'università di Aberdeen in Inghilterra, in cui Christopher MacLeod ha dato i natali ad uno dei primi prototipi non solo di macchina pensante, ma, anche di meccanismo capace di apprendere: un piccolo insetto su ruote grande quanto un mouse. Da un punto di vista meccanico è semplice. Quello che conta è il suo "cervello" perché è concepito come una "rete neurale capace di crescere, esattamente come accade negli animali con la differenza che, mentre la natura impiega milioni di anni per modificarsi, nel nostro robot si richiedono poche ore".
In pratica, "crescendo", alla creatura vengono applicati man mano nuovi accessori: alla creatura di MacLeod inizialmente dotata di due ruote, se ne aggiungono altre due e una telecamera e, grazie ad un algoritmo, ad una base preesistente si aggiungono nuove unità di elaborazione dati che le permettono di apprendere l'uso dei nuovi innesti impiantati, proprio come le reti neurali per gli animali.
L' Intelligenza Artificiale sta facendo passi da gigante, e non è tardata a frapporsi allo sviluppo la questione etica legata all'utilizzo delle macchine "senzienti" o presunte tali. In effetti, il peso che queste scoperte sempre meno surreali stanno creando, danno vita a numerosi interrogativi. L'anticipazione è arrivata dalle tre famose leggi della robotica enunciate dallo scrittore di fantascienza Isaac Asimov, alle quali obbediscono gran parte dei robot che compaiono nei suoi racconti:
1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima e con la Seconda Legge.
La roboetica, questo il suo nome, nel corso di pochi decenni, è diventata una delle principali discipline scientifico-tecnologiche, in previsione dell'ormai annunciato avvento della nuova razza artificiale.
"La roboetica - spiega Asimov - è un'etica applicata, il suo scopo è sviluppare strumenti e conoscenze scientifiche, culturali e tecniche che siano universalmente condivisi, indipendentemente dalle differenze culturali, sociali e religiose. Questi strumenti potranno promuovere e incoraggiare lo sviluppo della robotica verso il benessere della società e della persona. Inoltre, grazie alla roboetica, si potrà prevenire l'impiego della robotica contro gli esseri umani".
Per la prima volta nella sua storia, insomma, l'umanità ha la possibilità di costruire entità intelligenti e autonome, non è fantascienza e nemmeno un traguardo poi così lontano. L'unico interrogativo che resta è quello legato alla coabitazione delle due razze: in molti scenari di fantasia la convivenza si è tramutata in uno scenario apocalittico. Ma è proprio necessaria tutta questa tensione? In principio anche il "Frankenstein" di Mary Shelley era una creatura pacifica, prima che l'uomo minasse il suo essere.
10 febbraio 2010
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