Febbraio 2010
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Depressione e droga, un mix sempre più inscindibile che porta la non-felicità pericolosamente tra noi
Gli uragani invisibili
di Chiara Bilotta
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Marco Castoldi dice poco, se dico Morgan però tutto cambia. Un istrione della musica italiana, un equilibrista tra giochi di genialità e stravaganze di costume.
Da qualche giorno, la vicenda umana di Marco ha invaso anche l'artista Morgan quando lo stesso ha deciso il suo "outing" su una rivista nazionale, lapidaria la frase: "Fumo crack e curo così la mia depressione". In un attimo l'intero percorso artistico del cantante viene annullato da quelle parole, Morgan per l'opinione dei media si trasforma in "Drogan". Si scatena un polverone di critiche e giudizi, Morgan diventa l'escluso dal Festival di Sanremo mentre Marco viene ospitato nei salotti della stessa Rai dove c'è chi l'ascolta, lo confessa e addirittura lo riabilita nel giro di qualche ora.
Al di là delle ipocrisie, delle contraddizioni e del gossip facile di cui si nutre spesso "mamma tv", il caso Morgan è importante perché riporta alla ribalta due uragani sociali che ad oggi devastano la nostra contemporaneità: la droga e la depressione.
La cocaina, in particolare, da "droga dei ricchi" è diventata ormai "droga per tutti": vip, imprenditori, professionisti ma anche studenti e operai, chiunque, insomma, può scegliere di risolvere i disagi della propria vita nelle illusioni di una sostanza chimica.
Mentre tutti ormai conoscono cosa sia la droga e a quali conseguenze possa portare, ancora "tabù" è il fenomeno della depressione. Viene spesso ignorato, a volte semplificato nella parola "malinconia", altre volte considerato una vergogna di cui non parlare se non sul lettino di uno psicanalista. Qualcuno l'ha definita "un cancro dell'anima" e non ha torto. Non è qualcosa di astratto, non è neanche un capriccio, è una malattia reale. Il suo decorso è sottile e profondo: comincia a toccarti con l'insonnia, poi con la voglia di non far niente e a breve ruba tutti i colori della tua vita, calando una tendina grigia e pesante su ogni giorno, pesante a tal punto che non vedi spiragli. E come Giovenale ci insegna, se la mente non è sana neanche il corpo potrà esserlo: così lo sguardo si spegne, il sorriso si perde, il fisico diventa esile e, chilo dopo chilo, si srotola come un gomitolo. L'angoscia sale e a questo punto si cercano scorciatoie, vie di fuga come la droga o, ancora peggio, tentativi di suicidio che molto spesso non sono altro che una richiesta d'aiuto e d'attenzione ad un mondo distratto.
La medicina diagnostica la depressione come un'alterazione dei neurotrasmettitori del cervello e così prescrive gli psicofarmaci per reintegrare lo squilibrio fisiologico. Una cura che può essere utile ma che non basta: la depressione, diversamente da altre malattie, ha radici molto più profonde e non si sradicano soltanto con una pastiglia di Zoloft o Anafranil.
Se in Italia 5 milioni di persone ricorrono ad antidepressivi, il problema non è più del singolo ma di un'intera società: la depressione diventa lo specchio dell'ambiente in cui viviamo.
Un ambiente spesso carico di relazioni sbagliate o manchevoli, di violenze, di frustrazioni che ogni giorno vengono vissute in silenzio e che salgono alla ribalta soltanto quando ci si ammala.
C'è una schizofrenia sociale: da una parte una società tecnologica, veloce e all'avanguardia, dall'altra una popolazione che vive ancora problemi antichi quali la disoccupazione, la precarietà, la disgregazione delle famiglie, la mancanza assoluta di punti di riferimento.
L'era degli "i-phone" e dei social network è anche l'era della solitudine. La rete ci rende tutti raggiungibili ma sempre più individualisti: è l'illusione di comunicare senza comunicare davvero. Più ascolto e umanità alle relazioni interpersonali, una risposta più attenta della società ai bisogni essenziali dell'uomo: è il terreno fertile per combattere la depressione.
Cosa è davvero importante per essere felici? Su questa domanda si gioca tutto, il resto è soltanto vanità o, per citare una canzone proprio di Morgan, è "suono della vanità".
10 febbraio 2010
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