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Il download è uguale per tutti

Febbraio 2010

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"I provider non sono responsabili per i download illegali degli utenti". I giudici australiani bocciano la causa intentata dalle major americane e danno ragione a iiNet

Il download è uguale per tutti

di Vincenzo Caramia

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Ultimamente un po' in tutto il mondo si assiste ad una dura battaglia su una delle questioni più spinose del mondo della rete, ovvero sul ruolo e sulle responsabilità dei provider rispetto ai presunti illeciti commessi dai loro utenti in tema di copyright. Questa battaglia vede così da una parte i provider che forniscono la connessione Internet e dall'altra l'industria musicale e cinematografica, con al seguito le associazioni che difendono i loro diritti d'autore.

Ultima in ordine di tempo è l'importante notizia (potrebbe creare una definitiva svolta) di una Corte australiana che si è pronunciata sulla causa promossa dalle più importanti imprese di Hollywood contro "iiNet", il terzo Internet provider (IP) australiano.

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Esso sarebbe colpevole, secondo le majors, di non essersi sufficientemente attivato per impedire che i propri utenti effettuassero download illegali violando i loro diritti d'autore. La Corte ha negato in tale caso ogni addebito all'IP.

Le imprese di Hollywood avevano scoperto, tramite un investigatore privato, che alcuni utenti di iiNet scaricavano files pirata. Avevano perciò contattato iiNet invitandolo ad inviare ai propri utenti colti sul fatto una comunicazione: avrebbero dovuto intimare loro, cioè, di cessare questa attività illecita. Il provider asutraliano non ha ubbidito e così, a Novembre 2008, il gruppo di imprese, comprendente tra l'altro Village Roadshow, Universal Pictures, Warner Bros, Paramount Pictures, Sony Pictures Entertainment, 20th Century Fox and Disney, ha presentato un ricorso alla Corte australiana.

iiNet si è difesa, prima affermando che non esiste alcuna legge che le imponga di obbedire ad un ordine che proviene da un privato, essendo tenuta ad eseguire solo i provvedimenti emessi da un Giudice; e poi affermando che la legge sulla privacy le impediva di poter inviare i messaggi ricevuti dagli studios ai propri clienti.

Sarebbe stato come fare causa a una compagnia elettrica per quello che fanno i suoi utenti con l'elettricità. Sarebbe stato come dare la colpa al mare se ci sono i pirati. Il problema, vero, delle infrazioni del copyright sarebbe piuttosto da addebitarsi a Bit Torrent e al Peer to peer, ma su questi sistemi un provider non può avere alcuna forma di controllo.

Il Giudice australiano Dennis Cowdroy, ha quindi affermato, e confermato per la prima volta giuridicamente, ciò che caratterizza da sempre Internet, e cioè che "il provider non è responsabile per gli illeciti commessi dai propri utenti in quanto fornisce soltanto un servizio. iiNet non ha fatto nulla di più che offrire un servizio internet ai suoi clienti. Se i service provider fossero responsabili per gli atti dei loro clienti, il gigantesco ed economico meccanismo dell'accesso alla rete sarebbe subissato da ogni sorta di denunce e richieste di danni da ogni parte". Il Giudice ha inoltre sentenziato che "la legge non prevede alcun obbligo per alcuna persona di proteggere il diritto di copyright di qualcun altro".

La sentenza è stata vissuta con grande gioia dagli Internet provider, in quanto rappresenta una grande vittoria e la prima vera affermazione scritta di una totale estraneità del provider ai fatti commessi dai propri utenti. All'opposto è stata vissuta con grande amarezza e delusione dall'industria dei media che la ritengono un danno gravissimo. Probabilmente l'eco di questa decisione si farà sentire anche fuori dal lontano continente e vedremo se i giudici europei concorderanno o meno con la posizione del Giudice australiano. Di certo la sentenza costituisce un importante precedente per la libertà su Internet ma non è detto che quello che vale in Australia sia considerato rilevante altrove.

Le reazioni comunque non si sono fatte attendere. Sono soddisfatti ad esempio gli Internet Provider britannici (in particolare "TalkTalk"), attualmente in lotta contro il proprio governo che vorrebbe trasformarli in "poliziottti del web" al servizio dell'industria cinematografica.

Un altro caso, insomma, molto simile a quello italiano. In Italia infatti il nostro banco di prova sarà l'attesa decisione sul caso FAPAV, Federazione Italiana Antipirateria Audiovisiva, contro Telecom, ritenuta responsabile di non avere bloccato l'accesso ad una serie di siti che distribuivano illegalmente film protetti dal copyright. L'obiettivo, nemmeno tanto nascosto, è di fare anche nel nostro paese una sorta di legge "Hadopi 2" (acronimo di Haute Autorité pour la Diffusion des Œuvres et la Protection des Droits sur Internet), norma in vigore già da qualche mese in Francia, che obbliga gli Internet Provider a monitorare le abitudini di navigazione degli utenti. Se l'abbonato scarica film e musica, il Provider segnala la circostanza alle autorità e scattano le sanzioni. Si può arrivare persino al taglio della connessione, dopo tre avvertimenti. E' una legge liberticida, poiché prevede un controllo oppressivo degli abbonamenti a Internet. Il traffico personale di ogni utente francese è passato al setaccio, con il pretesto della caccia al download non consentito e col calpestamento di ogni forma di privacy personale.

La famigerata legge francese "Hadopi" fa scuola tanto è vero che si è pensato di adottarne una simile in Gran Bretagna, dove la nuova norma potrebbe entrare in vigore entro aprile del 2010.

Leggi come la "Hadopi" francese sono incoraggiate un po' in tutto il mondo dalle potenti lobbies di discografici e major cinematografiche. Gli utenti protestano perché considerano questi provvedimenti come cavalli di Troia per arrivare al controllo sempre più massiccio di internet. Oggi la musica e i film, domani le mail e il comportamento dei cittadini digitali. Alla faccia della privacy.

Ma quella australiana, per fortuna, è una sentenza che potrebbe avere profonde ripercussioni positive nello scontro in atto, un po' ovunque tra industria dell'intrattenimento da un lato e fornitori di connettività e servizi web dall'altro. La decisione di Sydney potrebbe influenzare futuri provvedimenti dei tribunali internazionali in materia di diritti e di responsabilità penale per le azioni degli utenti. L'assalto per adesso è stato respinto. La libertà in rete può respirare.

18 febbraio 2010


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