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L’altro volto dell’Africa, tra calcio, paure, business e speranze

Febbraio 2010

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Si è appena conclusa la 28esima edizione della Coppa d'Africa. Cos'altro c'è dietro la tragedia che ha colpito la squadra del Togo

L'altro volto dell'Africa, tra calcio, paure, business e speranze

di Pietro Paciello

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Si è da poco conclusa la ventisettesima edizione della Coppa d'Africa. Paese ospitante l'Angola, ex colonia portoghese martoriata dal 1979 al 1992 da una guerra civile, ricca di materie prime come ferro, petrolio e gas naturale, con un PIL che supera i 9000 dollari USA, ma priva di un'agricoltura di sussistenza (solo il 3% del territorio è coltivabile e per lo più destinato ad un'agricoltura di piantagione), e oggi teatro di uno sviluppo edilizio ed industriale selvaggio, specie nella capitale Luanda, i cui benefici, però, sono appannaggio di pochi. Sono, queste, le caratteristiche e le contraddizioni comuni a molti altri Paesi africani (vedi la Libia).

Per la terza volta consecutiva i "faraoni" dell'Egitto si sono imposti nella manifestazione continentale battendo in finale per 1-0 il Ghana (in un idealistico scontro tra una concezione rispettivamente "europea" e "brasiliana" del gioco del calcio da parte delle due nazionali), attenuando così la cocente delusione per la mancata qualificazione ai Mondiali dopo aver perso lo spareggio contro l'Algeria, peraltro battuta in semifinale con un pesante 3-0.

La rassegna angolana sarà purtroppo ricordata per l'assalto a colpi di mitra, al confine tra l'Angola e il Congo, contro il pullman della nazionale del Togo, che è costata la vita all'allenatore in seconda e all'addetto stampa. La compagine togolese si è ritirata dalla competizione e la CAF, l'omologo africano della nostra UEFA, poco sensibile al trauma che aveva appena scosso Adebayor e compagni, squalificò il Togo dalla competizione. The show must go on…

Sono passati ben cinquantatré anni da quando venne giocata la prima edizione della Coppa d'Africa, peraltro limitata alle quattro nazioni fondatrici della CAF (Egitto, Sudan, Etiopia e Sudafrica; quest'ultima poi esclusa per la politica dell'apartheid), ma solo a partire dagli anni '90 questa competizione ha attratto l'interesse del pubblico europeo contestualmente agli interessi di club che hanno intravisto nel calcio africano un nuovo serbatoio di campioni (veri o presunti) a basso costo. Questo fenomeno ha permesso a molti calciatori, in virtù del loro talento, di fuggire da una realtà di miseria e di guerre civili; ma ad un Weah, ad un Kallon o ad un Sissoko che riesce a sfondare corrisponde sempre un centinaio di ragazzi strappati dalla loro patria, con la promessa di un avvenire migliore, da bande di procuratori-maneggioni che li propongono a club di tutta Europa spacciandoli per fuoriclasse, nonché per fonti di futuri ed illimitati guadagni. Aspetti "secondari" del Neocolonialismo.

Al di là di questo quadro sconcertante, ogni edizione della Coppa d'Africa sembra essere, attraverso i folkloristici canti e balli delle varie tifoserie, non solo una semplice manifestazione di gioia riscontrabile in qualunque evento sportivo degno di nota, ma anche l'espressione di una crescente voglia di emancipazione da parte di un continente che, seppur depredato e sfruttato, ha l'occasione, ogni biennio, di ricordare al mondo intero che i vari Keita, Martins, Eto'o e Drogba non sono i semplici "gingilli" di squadre blasonate e danarose, ma i figli di una terra che cerca continuamente riscatto.
Confidando nel grande potere pacificatore, se non taumaturgico, dello sport (si ricordi la vittoria di Bartali al Tour de France del 1948 che evitò lo scoppio di una guerra civile nel nostro Paese), forse non sarà lontano il giorno in cui tale riscatto sarà definitivo.

10 febbraio 2010

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