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Macchine da paura

Febbraio 2010

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Aumentano a dismisura i difetti di fabbrica, le case automobilistiche sono sempre più in ginocchio

Macchine da paura

di Pietro Paciello

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Il mercato dell'auto, si sa, è uno dei settori maggiormente colpiti dall'attuale crisi economica. Le varie case automobilistiche tuttora "vivacchiano" grazie all'intervento diretto dello Stato (vedi la General Motors in America), oppure con la politica degli ecoincentivi, al fine di aumentare il numero di vetture immatricolate (in Italia, la Fiat ne beneficia da tempo immemore).

E quando cominciavano a intravedersi i primi (timidi) segnali di ripresa, ecco un'altra "mazzata": alcuni colossi delle "quattroruote", come Toyota, Ford e Honda, sono state costretti a ritirare dal mercato migliaia di autovetture per difetti di fabbrica.

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I modelli Toyota presentano problemi al pedale dell'acceleratore, che si rialzerebbe troppo lentamente: secondo il sito www.edmunds.com, dovranno passare mesi prima che il modulo del pedale dell'acceleratore difettoso possa essere riprogettato, costruito, distribuito in milioni di esemplari e montato sui veicoli interessati da questo problema. Intanto, nei soli Usa, sono morte ben 34 persone.

La Ford sarà costretta ad aggiustare circa 17.600 esemplari del modello Mercury Milan e Ford Fusion con problemi ai freni; oltre 437.000 auto prodotte dalla Honda sono invece state ritirate per problemi all'airbag che si apre con troppa forza (12 finora gli incidenti, di cui uno mortale, provocati da questi airbag difettosi). E pare che altri marchi storici, come la Peugeot, seguiranno l'esempio. Inevitabili, a questo punto, il crollo nelle Borse mondiali e le "class actions" promosse da gruppi di clienti insoddisfatti.

I difetti di fabbrica, però, non rappresentano una novità nella storia dell'industria automobilistica: nel 1972, per esempio, la Volkswagen fu costretta a ritirare dal mercato 3,6 milioni di modelli del mitico Maggiolino poiché il braccio del tergicristallo si staccava all'improvviso; la già citata Ford mandò in manutenzione oltre 12 milioni di veicoli per un interruttore a rischio surriscaldamento; la Mitsubishi, poi, rischiò addirittura il fallimento quando si scoprì che per oltre vent'anni non aveva fatto nulla per rimediare a difetti conosciuti (chissà se i vertici della "disonorata" azienda giapponese avranno fatto "harakiri" nel frattempo).

Se il fenomeno delle auto difettose non è nato ieri, non è nemmeno dell'ultima ora l'attività di coloro i quali s'informano e vigilano su detto fenomeno. Pioniere in tal senso fu l'americano Charles Nader, autore, nel 1965, di un saggio intitolato "Unsafe at any speed" ("Pericolosa a qualsiasi velocità"), nel quale denunciava la mancanza di sicurezza di molte automobili statunitensi, a cominciare dalla Corvair della Chevrolet, fabbricata dalla General Motors.

La Corvair della Chevrolet

La Corvair era stata coinvolta in numerosi incidenti con testacoda e ribaltamenti, e contro la General Motors pendevano oltre cento cause civili in relazione a sinistri in cui la popolare auto era implicata (la General Motors tentò addirittura, e inutilmente, di screditare Nader, con investigatori privati incaricati di controllargli i telefoni e scavare nel suo passato per ricavarne elementi compromettenti). L'eco suscitata dal saggio di Nader portò, l'anno dopo, alla creazione di un ente pubblico, la National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) che segnò una rivoluzione nella disciplina della responsabilità per la sicurezza dei veicoli (che dal consumatore si trasferiva al produttore). Contestualmente si impose alle automobili una serie di dispositivi di protezione, a cominciare dalle cinture di sicurezza e dai parabrezza rinforzati.

Nonostante questi indiscutibili progressi, gli incidenti automobilistici, spesso mortali, rimangono sempre una costante di qualunque Paese civile. Che questi siano stati causati da un difetto al sistema di accelerazione dell'auto, o da un difetto di neuroni del guidatore, è relativo: sia i produttori di auto che i loro "utilizzatori finali" sembrano ancora oggi non tenere a mente una parola che dovrebbe altresì regolare gran parte delle azioni umane: responsabilità.

24 febbraio 2010


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