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Prét-à-PortART, moda e arte giocano fra loro

Febbraio 2010

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Curiosiamo sul concetto di influenza tra moda e arte, protese entrambe alla continua ricerca del bello

Prét-à-PortART, moda e arte giocano fra loro

di Letizia Annamaria Dabramo

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Mondi apparentemente paralleli ma non così distanti: moda e arte. Si compenetrano, si complementano, attingono reciprocamente l'una dall'altra. Facce diverse della stessa medaglia, parabola di creatività, ricerca incessante del bello.

Non di rado, infatti, le modelle divenivano muse dei pittori stessi, incarnandone l'arte più che l'ideale plastico e costituendo l'altro capo di quelle
liaisons dangereuses che, in molti casi, si sono protratte (quasi) fino ai giorni nostri. Tra le coppie più celebri figurano Renato Guttuso, pittore la cui arte non fu scevra da riferimenti politici, e Marta Marzotto, su cui è stato detto di tutto, ma che si potrebbe sostanzialmente definire come un'ottima "promoter" di se stessa, e l'eclettico Salvador Dalì con la controversa Amanda Lear, tipica coppia che o si ama, o si odia. Oggi i runway ci ripropongono questo connubio in veste meno fisica, ma più soft e celebrativa, utilizzando gli abiti come tele, e i corpi delle modelle come chiave di lettura dell'opera stessa, in luogo di un'anonima parete bianca.

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Gli omaggi alle arti figurative provengono, tra gli altri, dalla ribelle Vivienne Westwood, che a suo modo cita i cieli metafisici di magrittiana memoria, inserendoli in un contesto più bucolico, con tanto di spiga di grano tra le dita. Dalla piovosa Londra della stilista alle atmosfere oniriche che rievocano l'impressionismo di Monet, la leggerezza e il movimento di una giornata ventosa, che vede protagonista una leggiadra Madame Monet.

Uno strano parallelismo intercorre tra l'eleganza minimal dei tubini di
Jil Sander, che rievoca la Vecchia Europa e Christo, l'eclettico artista che più volte ne impacchettò i monumenti più famosi ed emblematici (il Pont Neuf a Parigi prima, il Reichstag in una Berlino rinata, poi).

Materno e dolce il volto delle due donne, l'una a sfilare per Alberta Ferretti, l'altra a posare per Alejandro Cabeza; entrambe avvolte in un telo candido e impalpabile che lascia nude le spalle e scoperto il décolleté.

Yves Saint Laurent propone linee rigorose, abbinando "pencil skirt" dal taglio minimal a voluttuose camicie con grandi "volants" e "rouches", con un contrasto cromatico paragonabile a quello del Pierrot di Picasso. Un'immagine puerile e allegra, cioè, che indossa un cappello a tesa larga, sostituito, nella versione "Haute Couture" da un sofisticato chignon.

Dall'impalpabilità di fine Ottocento alla mediterraneità di Massimo Campigli, che ci offre una schiena nuda e sensuale, una testa accuratamente acconciata ma anonima, assimilabile alla grazia dell'eburnea pelle e dell'acconciatura regale di Christian Lacroix, in occasione del suo addio alle passerelle.

Tra futurismo e Art-Déco, si apre l'età del jazz di
Dior, con tagli simmetrici, maquillage a tinte forti, che prediligono i rossetti scuri e gli accessori vistosi, come le stole in volpe rossa.

Junya Watanabe, Joshh Goot e Versace omaggiano con fantasie optical black&white il decennio più sgargiante e vivace del Novecento (gli anni '60). Mentre una strizzata d'occhio a Andy Warhol e a Walt Disney arriva direttamente dal tubino di Iceberg, con una scollatura che richiama le orecchie del topo più famoso del mondo! Atmosfere belle-époque degne delle opere di Tamara de Lempicka pervadono le collezioni di Christian Dior, a ridosso di sontuose scale in perfetto stile art déco.

Miti immortali reinterpretati in chiave decadente e polemica da Giles Deacon per Richard Ginori alla Precollection per Pitti Woman, ripropongono una Dafne circondata da attrezzi metallici che si intrecciano in luogo di rami e foglie d'alloro e una Medusa di ghiaccio, quasi reificata, con serpenti stilizzati di metallo, rivisitati sotto forma di clip.

Spazi indefiniti, molto ampi e solitari anche se affollati costituiscono lo scenario ideale per queste rivisitazioni della classicità, trasformandola in postmodernità. "L'atelier del pittore" di Courbet che si evolve in cantieri, con tanto di transenne, impalcature e fili scoperti; la moda come una catena di montaggio: è questa la vera provocazione? La spersonalizzazione dell'oggetto di culto, quindi divenuto oggetto di tutti, spodestato dal piedistallo (o dal cavalletto); la retorica dell'unicità nel contesto della società di massa. L'interrogativo riecheggia: è possibile preservare il genio e la creatività dall'avvento dell'asettica produzione seriale?

18 febbraio 2010


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