Febbraio 2010
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Uno studio dello psicologo inglese Robin Dunbar svela i limiti delle interrelazioni virtuali possibili sui grandi social network. La nostra mente ha dei limiti ben precisi
Il cervello dice di no a una società sempre più virtuale
di Andrea Ferraro
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Dopo sei anni di inarrestabile ascesa, Facebook, il social network più famoso del mondo, inizia a raggiungere i suoi limiti, o, per meglio dire,è l'utente medio che deve ridimensionare la sua posizione nell'immenso cyberspazio. Lo psicologo inglese Robin Dunbar, studioso dell'università di Oxford, ha condotto una ricerca sulle possibilità e il limite massimo che l'essere umano può raggiungere nell'interfacciarsi con gli altri, nella vita reale, come in quella virtuale. Sono 150 il tetto massimo di utenti che la mente umana riesce a gestire sulle numerosissime comunità virtuali (con una piccola porzione dedicata agli affetti più cari e ai familiari), non uno in più.
La causa va cercata nella natura, limitata, della neocorteccia cerebrale: la parte che gestisce la formulazione del pensiero, e in seguito, del linguaggio. Un hard disk il nostro che, con i suoi 40 giga di memoria non riesce a tener testa allo sconfinato mondo che la rete offre. In effetti, il mondo dei nostri rispettivi "avatar" incastrati nella rete, non è poi molto diverso dal mondo reale, con una sola differenza: nella nostra esperienza di vita vissuta, il numero di persone con cui entriamo effettivamente in contatto è relativamente basso se paragonato all'offerta che i social network mettono a disposizione.
Un mondo sconfinato, in cui è possibile "vedere" in linea tutti, nello stesso istante, è uno stress insostenibile per la limitata, seppur avanzatissima, macchina umana. Il cervello umano si trova così a dover gestire non uno, bensì due mondi distinti: uno in carne ed ossa, l'altro apparentemente poco importante. Ma in realtà quest'ultimo è una vera e propria vita parallela capace di stancare il nostro cervello molto più che il mondo "vero".
"Aggiungi agli amici" è quindi un' opzione che andrebbe pesata parecchio: a causa di limiti esclusivamente fisici, infatti, porterebbe alla perdita di numerosi contatti conosciuti nella rete, che cadrebbero nell'oblio, solo perché non riuscirebbero a stare in una sola testa. Per arrivare a queste conclusioni, Dunbar ha rapportato le esperienze degli utenti che accumulano migliaia di contatti con quelle di chi si limita ad avere appena qualche centinaio di amici.
Ovviamente ci sono sostanziali differenze: come il tendere a generalizzare qualsiasi concetto nelle discussioni "aperte a tutti" degli utenti con migliaia di amici, all'attenzione dedicata alla singola pubblicazione dell'utente che in media ha un numero ristretto di intimi. Non solo, la quantità di amici "gestibili" è la stessa dal neolitico a oggi. La ricerca infatti rappresenta l'evoluzione di uno studio sulle relazioni sociali che aveva impegnato Dunbar nel corso degli anni Novanta.
Esaminando le dinamiche sociali di gruppi di adolescenti, di ambienti di lavoro e delle tribù preistoriche, lo psicologo inglese ha osservato che in qualsiasi contesto e periodo storico gli esseri umani riescono a mantenere relazioni significative con un massimo di 150 individui. Ovviamente la selezione degli amici "frequentabili" segue un criterio fisso: si prediligono le persone con cui si divide un contesto sociale reale, a parte quello del cyber mondo, amicizia o lavoro.
Restano nella periferia della vita parallela le persone lontane e quelle conosciute in rete, con i quali i rapporti in "chat" sono saltuari e si basano su frasi di circostanza, spesso generiche. Dunbar, inoltre, sostiene che anche all'interno dei 150 "eletti" esiste una ben precisa gerarchia. Scrive sul "Times" online: "Ognuno di noi ha cinque persone più intime, seguono quelli con cui si hanno rapporti nella vita reale". Un altro dei criteri di classificazione, poi, è la parentela. Il numero di amici è inversamente proporzionale a quello dei familiari. Maggiore è il numero di cugini, genitori e fratelli, minore è quello degli amici presenti nella classifica dei 150. E questo succede soprattutto per chi proviene da grandi famiglie allargate.
Lo studio rivela inoltre che le donne sono più brave a coltivare le amicizie su Facebook, "mentre i maschi hanno più bisogno di fare cose insieme". La conclusione è che alla fine il cervello riesce a memorizzare meglio le persone con cui si hanno rapporti reali. "Un tocco vale più di mille parole", dice Robin Dunbar. Possiamo avere 1000 nomi sul nostro profilo, ma senza un contatto in carne e ossa non si va avanti. È come se, nel ribadire il predominio della vita reale su quella virtuale, il nostro cervello facesse una scelta obbligata. Quindi, in sostanza, non conta sfoggiare una lista amici infinita, che tutto rappresenta fuorché il nostro grado di saperci rapportare agli altri. Il motto resta lo stesso: meglio pochi ma buoni.
13 febbraio 2010
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