Febbraio 2010
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L'attendibilità del sistema che monitorizza gli ascolti televisivi è messo in discussione.
Sua falsità Auditel
di Pietro Paciello
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Alessandra Comazzi
Per anni le Associazioni dei Consumatori e gli esperti di statistica hanno sostenuto la scarsa affidabilità nonché l'estrema facilità di manipolazione dell'Auditel, società (con tanto di marchio registrato) specializzata nella pubblicazione e nella diffusione dei dati sull'ascolto televisivo. "Perché la misurazione degli ascolti è un elemento fondamentale per la pianificazione degli spazi pubblicitari, risorse di cui la televisione vive" (dal sito www.auditel.it).
Una recente intervista-scoop, passata sostanzialmente inosservata, della giornalista de "La Stampa" Alessandra Comazzi, ha rivelato quanto la rilevazione dei dati d'ascolto sia, per usare un eufemismo, "approssimativa". L'intervistata, un'insegnante di arpa nei Conservatori, racconta: "Mi telefonò una signora dalla voce anzianotta, e credevo fosse uno scherzo. Mi propose di far parte del campione Auditel. Io risposi che guardavo poco la tv […] Inoltre, avevo un televisore molto vecchio, che per motivi suoi, quando si accendeva si sintonizzava sempre e solo su Rete 4. Mi rispose che non c'era problema […]".
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Sebbene quindi non funzionale alla campionatura, l'arpista ne ha fatto parte per ben 15 anni e nel corso dell'intervista lascia intendere come si possa benissimo alterare i dati di ascolto con l'uso del "meter" (un apparecchio collegato ad ogni televisore della casa e alla linea telefonica, che registra su quale canale è sintonizzato il televisore): "Si accende la tele, e subito dopo si avvia il telecomando del meter. Si indica il numero di persone che seguono il programma, l'età, il sesso. […] Una volta non riuscivo a vedere "Report" e volevo alzargli l'ascolto. Ho acceso la tele e sono uscita".
Un altro esempio emblematico dell'estrema inattendibilità dell'Auditel è il "caso Telecapri": tra il 16 e il 18 dicembre del 1998, l'emittente campana sarebbe stata vista, in media, da 50mila spettatori al giorno: peccato che all'epoca si trovasse sotto sequestro per ordine della magistratura! Ma il limite più grosso di questo sistema di rilevamento dell'audience sta nella sua stessa organizzazione: i dati dell'Auditel vengono raccolti su un campione di 5.101 famiglie, per un totale di circa 14mila persone dotate di telecomandi speciali, i quali, collegati al "meter", indicano cosa piace ai bambini il pomeriggio, alle mamme massaie la mattina e ai papà da poco rientrati dal lavoro la sera.
Ma poiché non è possibile impedire a una persona l'uso di più telecomandi (il papà, per esempio, potrebbe usare quello del figlio di notte e viceversa), è inevitabile che si falsino i risultati; per non parlare poi degli errori grossolani da parte della stessa Auditel: canali sintonizzati e orari di utilizzo errati. E quando alcuni direttori di rete sventolano trionfanti dati secondo cui i loro programmi hanno raggiunto il 40% di share, il significato è quindi il seguente: circa 2mila famiglie del campione hanno visto quei programmi. Un po'difficile pensare che queste rappresentino il 40% di tutte le famiglie italiane.
L'Auditel fu fondata nel luglio del 1984, come conseguenza della profonda trasformazione del sistema radiotelevisivo nel quale il monopolio della Tv di Stato, foraggiata dal canone, era seriamente (ed illegalmente) contrastato dalle tre reti Fininvest di Silvio Berlusconi, che traevano linfa vitale dalle inserzioni pubblicitarie. Nel 1986 venne stretto un patto tra la Rai, la Fininvest e l'UPA (Utenti pubblicità associati) e l'Auditel iniziò ufficialmente la sua attività, sfornando quotidianamente quei numeri che tutt'oggi possono creare una carriera o distruggerla, modificare un intero palinsesto e muovere milioni e milioni di euro. E pensare che in passato la Rai usufruiva di un "Servizio Opinioni" che aveva la funzione di stabilire il gradimento e la partecipazione degli spettatori, in pratica si occupava di controllare la qualità stessa degli spettacoli trasmessi. Adesso importa solo che si guardi un programma, indipendentemente dal fatto che possa piacere o no: de gustibus non disputandum est.
Non solo: sui piatti della bilancia (mal tarata) dell'Auditel sono stati spesso e volentieri adagiati dei pesi fasulli. Alcuni furboni, per conto delle Tv berlusconiane, corrompevano le famiglie della campionatura per far lievitare gli ascolti (e i guadagni) di codeste Tv. Il seguente spezzone del docu-film "Citizen Berlusconi" (finora trasmesso in Italia, chissà perché!, solo da Sky nel 2009) è fin troppo illuminante: "Berlusconi e la truffa dell'Auditel".
In un articolo di "Repubblica" del 1993 leggiamo: "Il nuovo presidente della Rai lo definisce "barbaro"; Aldo Grasso, critico televisivo, preferisce liquidarlo con un aggettivo senza ritorno, "nefasto"; quelli della Fininvest lo odiano da sempre e più volte hanno gridato "truffa, truffa" (sic! ndr), minacciando di sottrarsi al suo diktat. Che crisi per il sistema Auditel […] Si va dunque dritti verso "l' indice di gradimento", l' unico considerato in grado di ripristinare un giusto rapporto fra quantità e qualità. No, non si chiamerà così perché non è bello copiare il passato. Sarà battezzato "indice di qualità e soddisfazione". Ma tant'è, il principio è lo stesso: dare valore al gradimento, indirizzare meglio il mercato pubblicitario […]".
Dopo 17 anni l'"indice di qualità e soddisfazione", lungi dall'essere stato battezzato, non ha ancora visto la luce e l'Auditel continua ad indirizzare (al peggio) la pianificazione degli spazi pubblicitari. E cos'è questo, se non copiare il passato?
22 febbraio 2010
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