Febbraio 2010
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La struttura di un "orbiter" e gli "SSME", i più imponenti motori mai costruiti dall'uomo
Un sogno chiamato Shuttle (terza parte)
di Giuseppe Picca
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Tutti questi motori sono utilizzati nelle fasi di partenza e gestione del volo in orbita. Quindi, non disponendo di motori a reazione durante il rientro e l'atterraggio, l'Orbiter atterrerà semplicemente planando come un grosso e imponente aliante. Lo Shuttle, infatti, può tentare una sola volta la fase di atterraggio e quindi questa è una delle fasi più critiche e pericolose di tutta la missione.
L'orbiter, a sua volta, è diviso in tre grandi sezioni: anteriore, mediana e posteriore. La sezione anteriore, che non è altro che il muso della navetta, è divisa in tre ponti: il ponte di volo (chiamato Flight Deck) che ospita la cabina di pilotaggio e la strumentazione del Canadarm (il braccio robotico dello Shuttle che si trova nella stiva di carico), il ponte mediano (Middeck), dove vive l'equipaggio (cuccette, servizi igienici, zona esperimenti) e il ponte inferiore (Lower Deck) che accoglie la strumentazione di supporto (serbatoi acqua, ossigeno, avionica).
L'Orbiter, nella parte mediana, è costituito da una stiva di carico (denominata Payload Bay), lunga ben 18 metri, che si apre grazie a due enormi portelloni apribili. Nella stiva trova posto il Canadarm che, sostanzialmente, è un braccio robotico canadese (in gergo tecnico denominato Remote Manipulator System) che effettua le operazioni di carico e scarico del materiale in esso contenuto.
Infine, nella sezione posteriore dello Shuttle, trova posto l'apparato di propulsione formato dai più imponenti motori mai costruiti dall'uomo, gli SSME, da due motori di manovra orbitale, gli OMS. Lo Shuttle, per rientrare senza problemi nell'atmosfera, è completamente rivestito da una protezione termica passiva che serve per smaltire il calore generato durante la fase del rientro a Terra. Per questo scopo sono state applicate oltre 32.000 piastrelle composte di uno speciale materiale ceramico.
La flotta NASA degli Shuttle era formata da sei Orbiter (Enterprise, Columbia, Challeger, Disconery, Atlantis, Endeavour), dei quali tre sono ancora in servizio attivo. L'altro elemento che forma lo Space Trasportation System è l'External Tank - ET. Questi non è altro che un grande cilindro di alluminio, alto 47 metri, al cui interno si trovano due serbatoi che contengono ossigeno e idrogeno che danno "benzina" allo Shuttle. L'ET è l'unica parte del sistema che non viene riutilizzato, in quando brucia in atmosfera dopo aver terminato il carburante che alimenta, alla partenza, i tre grandi motori dello Shuttle.
L'ultima parte del sistema STS è costituita da due razzi ausiliari, gli SRB, che affiancano il serbatoio esterno. Questi servono a fornire una spinta maggiore durante la fase iniziale del lancio quando si attraversano gli strati più densi dell'atmosfera. Quando gli SRB, che sono di colore bianco e alti quasi 46 metri, terminano il lavoro e quindi il carburante solido, ammarano tramite tre paracadute nell'Oceano Atlantico, dove sono successivamente recuperati da navi appoggio.
Ecco perché lo Space Trasportation System è considerato la più imponente, complessa e meravigliosa macchina che il genere umano sia stato in grado di costruire. Nella quarta parte dell'articolo parleremo delle prime missioni e della prima tragedia che colpì lo Shuttle: era il 28 gennaio 1986 e la missione era la missione Challenger STS-33/51-L
18 febbraio 2010
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