Gennaio 2010
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La difficile e sempre più complicata situazione finanziaria di un paese che fino a qualche tempo fa sembrava un piccolo paradiso dell'economia mondiale
Su Dubai il sole non tramonta mai. Eclissa
di Silvia Fucigna
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La crisi che ha coinvolto negli ultimi anni l'intera economia mondiale, partita e sentita con maggior peso negli Stati Uniti, per alcuni è passata. Le borse si riprendono, alcuni capi di stato proclamano la fine dell'emergenza, altri pianificano il dopo crisi. Eppure continuano ad arrivare scossoni che altro non fanno che smentire le ottimistiche previsione cui si cerca di aggrapparsi.
La storia è di appena un mese fa, fine novembre 2009. Allora noi esseri comuni siamo venuti a conoscenza della Dubai World, una holding come tante altre che però ha dei connotati particolari. Talmente speciali da gettare tutti nel panico quando, verso la fine dell'anno appena passato, fa richiesta di moratoria sul debito cui è titolare. Chiede cioè il congelamento dei 26 miliardi di dollari di debito che ha nei confronti degli operatori finanziari internazionali.
Lo slogan "su Dubai il sole non tramonta mai" comincia a essere poco credibile, non stiamo ancora assistendo al tramonto ma di sicuro siamo di fronte ad un'eclissi. Già, perché come per tutte le grandi realizzazioni (e qui stiamo parlando di una città al centro dei più grandi investimenti degli ultimi 50 anni) anche per questo stato le grandi opere architettoniche, energetiche, economiche e immobiliari sono passate dalle banche.
Il circolo vizioso in cui si trova è lo stesso in cui in questo momento si trovano tutti i mercati: indebitamento, il successivo mutamento dello scenario economico finanziario e conseguente variazione del piano di ammortamento e ristrutturazione del debito, rigidità nella gestione dei flussi di cassa e conseguente difficoltà nel fronteggiare gli obblighi assunti.
Alla Dubai World succede esattamente questo, con la differenza che questa holding è a controllo statale, che fa capo a molte società riconosciute a livello mondiale e che amministra la finanza, la logistica e l'energia di tutta la zona degli Emirati Arabi: Dubai in testa.
Ma ad oggi i conti non tornano: la società registra un passivo di circa 60 miliardi di dollari, chiede di ritardare i pagamenti, il che significa una sola cosa: non ci sono soldi.
E qui l'affare diventa europeo. Secondo alcune stime (citiamo quelle del Financial Times) le banche europee più esposte a perdite sono in ordine: la Hsbc, la Standard Chartered, l'inglese Barclays insieme alla cugina Royal Banck of Scotland, la Citi, la Bnp Paribas e infine la Lloyds.
Iniziano perciò le revisioni dei piani di finanziamento e di nuovo tutti sembrano giocare un ruolo fondamentale. Alle società europee già citate si aggiungono Deutsche Bank, Sumitomo Mitsui, Emirates e Mashreq Bank, Rbs, Ing, Calyon, Mitsubishi. L'Italia, come al solito, si dichiara fuori pericolo. Per fortuna, purtroppo.
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