15 Giugno 2010  ____________________________________________________________________________________________________________________________________________
Sono i 'bamboccioni', cioè i giovani dai 15 ai 29 anni colpiti soprattutto dalla disoccupazione. Due milioni quelli che non lavorano, non studiano, non si formano. Ma cosa c'è dietro i numeri?
Italia, la nazione dei Neet
di Vincenzo Caramia
I giovani di oggi, che saranno gli anziani di domani, non lavorano, perché di lavoro ce n'è poco, anzi pochissimo, e non versano contributi. Non studiano poiché hanno finito gli studi o li hanno abbandonati. Vivono con i genitori dato che non possono permettersi di andare a vivere da soli.
È questo il risultato dell'ultimo, impietoso, rapporto Istat. Si tratta dei giovani Neet, sigla che sta per "not in education, employnment or training" (non lavorano, non studiano, non si formano). Quest'acronimo è stato usato inizialmente nel Regno Unito ma si sta diffondendo rapidamente in altri paesi del mondo, come Giappone, Cina, Corea del Sud, Italia. Segno che i Neet si trovano un po' dappertutto.
"Rimanere in casa con i genitori più a lungo che nel resto dell'Europa in Italia è sempre stato un costume diffuso", ricorda uno dei responsabili del Rapporto Istat, Linda Laura Sabbadini.
Il loro identikit parla di ragazzi, soprattutto maschi, tra i 15 e i 29 anni, sulle cui spalle pesa il costo della crisi economica e quello dei posti di lavoro che sono andati in fumo o che non ci sono mai stati. Nel nostro Paese i Neet sono oltre due milioni.
Nel 1983 la quota dei 18-34enni celibi-nubili che viveva in famiglia era del 49%, nel 2000 era arrivata al 60,2%, attestandosi al 58,6% del 2009. Tra i 30-34enni quasi il 30% vive ancora in famiglia, una quota triplicata dal 1983. I più "bamboccioni" sono gli uomini: i giovani 24-30enni che rimangono a vivere in casa sono ragazzi in un caso su tre, ragazze in un caso su cinque. E, ovviamente, ci sono più "bamboccioni" al Sud che al Nord.
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Sono cambiate le motivazioni: nel 2003 non si andava via di casa più per scelta, adesso la prolungata convivenza dei figli con i genitori dipende soprattutto dai problemi economici e dalla necessità di proseguire gli studi; solo una minoranza infatti lo fa per libera scelta.
Persino quando accoglie, il mercato del lavoro è molto avaro con i giovani: quasi la metà dei "sotto-inquadrati" (occupati che svolgono una professione inferiore al livello di studio) sono giovani di 15-34 anni.
Ecco perché il termine offensivo "bamboccione", coniato dall'ex ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa, aggiunge solo la beffa al danno nei confronti di una generazione che non trova sbocchi di nessun tipo: "Basta banalizzazioni: la parola 'bamboccioni' andrebbe abrogata dal nostro linguaggio", protesta, infatti, Linda Laura Sabbadini (foto sotto).
La statistica definisce "inattivi" coloro che, nel periodo di riferimento dell'indagine, non hanno compiuto neanche un'azione di ricerca del lavoro. Sono coloro che hanno perso le speranze, o coloro, forse, che si sono definitivamente accontentati di un lavoro in nero.
"Di fronte alle crescenti difficoltà di trovare un impiego, aumenta il senso di scoraggiamento degli individui, che rinunciano del tutto a cercare un lavoro -si legge nel Rapporto-.
In particolare aumenta la percentuale dei disoccupati di lunga durata che transitano verso l'inattività (dal 37 al 44%). Nel 2009 gli inattivi sono aumentati più dei disoccupati, +329.000 unità".
La più diretta delle conseguenze del dilagare della disoccupazione è la caduta del reddito disponibile delle famiglie, che nel 2009 in Italia si è ridotto del 2,8 per cento. Altra triste piega poi quella dei ragazzi "ripetenti" e di quelli che abbandonano gli studi. Ma torniamo al problema lavoro. Qualcuno si è chiesto il perché di queste percentuali preoccupanti? O spesso si tratta solo di numeri e di sentenze che non tengono in considerazione la realtà dei fatti?
Forse nell'indagine non risultano i lavoretti da cameriere al pub, i contratti da poche settimane ai call center o i famosi stage universitari. Esempi di esperienze lavorative spessissimo poco, o per niente, retribuite e che non prevedono contributi per la pensione. Molti ragazzi oggi lavorano gratis, o quasi.
I dati parlano di percentuali di laureati, diplomati e dottorati senza tener conto minimamente del forte attacco che l'università e tutto il mondo della formazione sta subendo. Sarebbe interessante, piuttosto, leggere ogni tanto delle statistiche che parlano di Welfare giovanile in Italia a confronto con buona parte del resto d'Europa, dove esistono reali agevolazioni e sussidi per i giovani, che rendono possibile la loro autonomia. E come se non bastasse, secondo il ministro Meloni, quella attuale sarebbe "una generazione di sfaccendati, tossici e alcolizzati".
Il problema dei giovani di oggi non è più costruirsi un futuro ma vivere in un presente non certo soddisfacente. La creazione di una famiglia, l'acquisto di una casa di proprietà e l'ottenimento di un lavoro fisso sono sogni quasi utopici.
Bisogna cominciare a far capire che noi siamo produttori di valore, socialità e saperi e che investire, credere e dare una chance a noi "bamboccioni" sono gli ingredienti giusti per migliorare e rinnovare il mondo del lavoro (che è di certo in crisi ma è anche troppo conservatore) e forse la società tutta.
In Italia mancano il coraggio di rinnovare e i giusti canali di collegamento scuola-università-lavoro. I tirocini sono un'illusione e basta, che fanno comodo solo alle aziende, perciò non sorprendiamoci per quanti emigrano o vorrebbero comunque fuggire da un Paese, il nostro, che non sa proprio essere a "misura di giovani".
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