23 Giugno 2010  ____________________________________________________________________________________________________________________________________________
Migliaia di trombette fanno da fastidioso sottofondo ai mondiali di quest'anno, un incessante ronzio che viene dalla tradizione
Tifare… un corno!
di Chiara Bilotta
Ricordiamo ancora quella calda notte di luglio, nel 2006, quando un sinistro ben piazzato di Fabio Grosso catapultò l'Italia ai vertici della storia. Noi incollati davanti alla tv ascoltavamo increduli le parole del cronista Civoli "Il cielo è azzurro sopra Berlino! Siamo campioni del mondo!", abituati come eravamo alla consueta amarezza che segnò i quattro mondiali successivi al glorioso 1982. Ma l'incredulità fece posto alla gioia, per una notte ci sentimmo tutti orgogliosi di essere italiani, tutti protagonisti, tutti desiderosi di festeggiare e condividere ogni istante.
Questa fu la magia del Mondiale in Germania, un capitolo irripetibile di una storia che ritorna ancora oggi, in una tradizione calcistica che si ripete ogni quattro anni ma ha sempre qualcosa di diverso da raccontarci.
Dai confini dell'Europa ci spostiamo in Sud Africa, agli albori di una nuova avventura per l'Italia. E' il Mondiale 2010, tutt'ora in corso, in una fase ancora troppo prematura per presagire quale squadra potrà esserne vincitrice (anche se l'Argentina...). Eppure, al di là dei risultati in campo, questo mondiale ha già qualcosa di unico e memorabile, qualcosa che dalla prima partita è balzato ai nostri occhi e, soprattutto, alle nostre orecchie.
E' la "lepatata", meglio conosciuta come "vuvuzela": una trombetta ad aria, solitamente di plastica, lunga un metro e comunemente usata nel calcio sudafricano, tanto da diventare un simbolo del calcio stesso in questo paese.
La Vuvuzela, in origine fatta di latta, divenne popolare in Sud Africa nel 1990 ma tale Freddie "Saddam" Maaker, supporter di una squadra di calcio locale, se ne attribuisce l'invenzione per aver creato già nel 1965 una trombetta simile in alluminio.
Ma perché "vuvuzela"? l'origine del suo nome è controversa, due le ipotesi: potrebbe essere un termine onomatopeico della lingua zulu che significa "fare vuvu", in riferimento al suono emesso dallo strumento, oppure un termine gergale dei sobborghi che significa "doccia", in riferimento alla sua forma.
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L'uso della vuvuzela è stato talvolta impedito all'interno degli stadi. In particolare, durante lo svolgimento della Confederations Cup 2009, la FIFA decise di valutare l'ipotesi di impedire l'introduzione della vuvuzela negli stadi dei Mondiali 2010, a causa del suo rumore intenso e ininterrotto, addirittura fastidioso per i giocatori. Poco dopo la fine del torneo, l'ente calcistico ha invece dato il via libera alle trombette e dall'11 giugno, giorno d'inizio del mondiale di Sudafrica, queste accompagnano ogni azione dal primo al novantesimo minuto. Addirittura a Città del Capo è stata installata la più grande vuvuzela del mondo (35 metri di lunghezza), che viene azionata meccanicamente prima dell'inizio di ogni partita.
In questi giorni le vuvuzelas hanno scatenato un polverone di critiche e consensi.
Un monito ufficiale arriva dallo studioso britannico Trevor Cox (nella foto), che avverte sul pericolo per chi si espone ad un suono prolungato e ravvicinato dello strumento: si stima, infatti, che la potenza di una vuvuzela sfiori i 127 decibel e possa compromettere seriamente l'udito.
Una conferma ai rischi per la salute arriva anche da Londra, per voce del Dr. Ruth McNerney: l'uso continuo e spesso condiviso della vuvuzela potrebbe contribuire alla diffusione di germi da persona a persona.
In tanti invece difendono la tradizione africana, c'è anche chi cavalca la popolarità della trombetta trasformandola in una canzone. E' il caso del duo olandese Gebroeders Ko e del loro pezzo intitolato proprio "Vuvuzela" che, per il suo ritmo allegro e coinvolgente, ha tutte le carte in regola per diventare il tormentone dell'estate 2010.
Dagli stadi agli studi di registrazione fino alla telefonia: la contestata trombetta diventa un'applicazione per iPhone. A realizzarla è un'azienda olandese, secondo la quale in poche ore ci sono stati già 750mila download di "i-Vuvuzela", l'applicazione che riproduce fedelmente il suono della tromba.
Il fenomeno "vuvuzela" riscuote largo successo soprattutto tra i giovani: all'università di Padova, dove da sempre è tradizione festeggiare il laureato in maniera goliardica, in questi giorni è facile assistere alle esibizioni di parenti e amici che proclamano il fortunato dottore suonando le ricercate trombette.
Dopo il mondo universitario, la febbre delle "vuvuzelas" contagia anche la carta stampata: l'argomento trova ampio spazio attraverso articoli e servizi sui principali quotidiani.
Il giornalista Mario Ajello, dalle colonne del "Messaggero", propone un uso politico delle vuvuzelas: le trombette zulu per coprire il fragore delle inutili liti a Montecitorio e, in caso di promesse elettorali non mantenute, una bella strombettata di derisione.
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Nell'inverno africano dei Mondiali 2010 la "vuvuzela" irrompe come un uragano, al suo passaggio scatena astio o ammirazione, alimenta chiacchiere e clamore, di certo nessuno resta indifferente a tale frastuono.
Il frastuono dipinge una società caotica e scatenata, una società che vuole esserci e farsi ascoltare ad ogni costo, senza preoccuparsi del valore o del senso di quanto trasmette.
Ma quale senso si nasconde dietro il fragore delle vuvuzelas? Qualcosa che non conosciamo o ancora fatichiamo a comprendere. Oppure più semplicemente, parafrasando Shakespeare, "molto rumore per nulla".
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