30 Giugno 2010  ____________________________________________________________________________________________________________________________________________
La storia di castelli sfarzosi e villaggi fortificati si fonde con i mille colori di un angolo di terra marocchina
Tra kasbe, ksar e oceano
di Laura Vargiu
È uno dei tanti volti di questo Paese: un Marocco fatto di fango e terra riarsa dal sole che, con il suo colore caldo, avvolge il visitatore in un'atmosfera incantata. Chiunque abbia viaggiato in questa terra all'estrema periferia del mondo arabo sa bene che ksar e kasba sono importanti e caratteristici elementi dell'architettura islamico-marocchina: il ksar altro non è se non un villaggio fortificato, mentre per kasbah s'intende un castello, struttura anch'essa fortificata, urbana o rurale, residenza nei tempi passati di una dinastia.
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Nella regione centrale del Marocco, in cui è compresa anche la grande città di Marrakech, si trovano imponenti esempi di queste costruzioni: spesso si affacciano su spettacolari palmeti all'interno di valli che un tempo erano attraversate dalle antiche vie carovaniere. Oggi, invece, sono percorse dai fuoristrada 4x4 dei turisti che sembrano ormai invadere anche l'angolo più recondito del Paese.
Ouarzazate, artificiosa meta turistica dagli ultimi due decenni, ospita una kasba molto interessante; anzi quest'ultima era preesistente alla cittadina stessa che nacque alla fine degli anni Venti durante il protettorato francese. Edificata nel XVII secolo (come si legge in un pannello al suo interno), la kasba di Taourirt è una costruzione enorme, un elegante castello di terra finemente decorato dentro e fuori, i cui sopravvissuti splendori testimoniano i fasti di un'epoca trascorsa. Dall'alto della kasba si può godere di un bel panorama urbano misto a palme e montagne in compagnia delle cicogne, inquiline silenziose sulle cime delle torri occupate dai loro nidi.
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Lungo la strada che da Ouarzazate conduce a Marrakech, il suggestivo ksar di Aït Benhaddou e la kasba di Telouet invitano ad una sosta. Il complesso fortificato di Aït Benhaddou, che risale probabilmente al XII secolo, è stato inserito dall'Unesco nella lista del Patrimonio mondiale dell'Umanità nel 1987; si tratta di un sito particolarmente noto e molto ben conservato, anche grazie agli ingenti finanziamenti messi a disposizione per renderlo set di vari film famosi, dal Gesù di Nazareth di fine anni '70 al più recente Gladiatore. Passando dalla stradina dei negozietti di souvenir, la vista di questo monumento è semplicemente spettacolare, sull'altro lato di un wadi (torrente) per lo più a secco ed attraversabile a piedi: si scorgono il color ocra del complesso e il verde del palmeto circostante, le case del villaggio addossate l'una all'altra e il dedalo di viuzze tra esse.
Meno antica delle precedenti e purtroppo molto meno curata e valorizzata, la kasba di Telouet è ormai un gioiello abbandonato a se stesso e all'oblio, oltre che ai consueti nidi delle cicogne presenti sulle sue torri; da vario tempo non è più possibile visitarne l'interno perché l'intera struttura risulta pericolante e, in tutta franchezza, non si comprende come mai nessuno sia intervenuto, nel corso degli anni, per salvare una così importante testimonianza della storia della regione. Giungono voci nostalgiche di grandi sale sfarzosamente decorate con mosaici e legni intarsiati al cui cospetto l'eleganza della kasba di Ouarzazate quasi scompare, stanze la cui sontuosità rischia di essere irrimediabilmente perduta se non si provvederà con urgenza ad interventi di restauro.
La triste sorte della kasba di Telouet non può che ricordare la fragilità di questi castelli di terra, sebbene ci appaiano come costruzioni solide ed imponenti: si tratta però di una solidità e imponenza che si sgretolano al soffiar del vento e al cader della pioggia, lentamente ma pur sempre in modo inesorabile.
Ci si lascia alle spalle i tornanti del passo montano del Tizi n'Tichka (oltre 2200 m sul livello del mare), i paesaggi mozzafiato dell'Alto Atlante, i villaggi berberi mimetizzati lungo i fianchi delle montagne e, via via che si scende, le foreste di pini e ginepri.
La lunga strada verso la costa è accompagnata dalle arganie, piante tipiche della fascia atlantica, dal cui frutto si ricava il famoso olio di argan dalle proprietà benefiche, prodotto di nicchia attorno al quale ruota l'economia di numerose famiglie e cooperative marocchine. Restano impresse nella memoria le agili figure delle capre che si arrampicano sui rami delle arganie per brucare le foglie di queste piante simili agli ulivi.
E poi, finalmente, dopo chilometri di autostrada e strade nazionali attraversanti piccoli centri rurali che espongono i loro polverosi e colorati suq all'aperto, Essaouira e l'oceano! Ecco un altro volto del Marocco, un Marocco di grandi spiagge, alte maree e reti dei pescatori stese sulle banchine del porto brulicante di vita; ecco nuovi colori che si aggiungono al guazzabuglio cromatico del Paese: il grigio-bianco dei gabbiani, il turchese delle barche e dei pescherecci, il candido luminoso delle case chiazzate del blu di porte e finestre, il marrone lucido del legno lavorato nelle caratteristiche botteghe artigiane.
Questo il biglietto da visita di Essaouira, città assolata e battuta dai venti dell'Atlantico, nella quale si respira musica e arte. Da tempo essa affascina artisti e stranieri che vi hanno addirittura preso dimora. Le massicce fortificazioni della città vecchia e il bastione lungo la scogliera con la sua ricca collezione di cannoni europei (eredità militare di un passato lontano) fanno da cornice ad una miriade di café, alberghi, ristoranti, gallerie d'arte e stradine caratteristiche che mischiano insieme il nuovo e l'antico in un affascinante angolo di Marocco, a pochi passi dalle acque sconfinate dell'oceano.
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