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Back to 60’s

31 Luglio 2010  ______________________________________________________________________________________________________________________________________________

Colpo d’occhio, fantasie cangianti e ingannatrici: è questo il dress code che attinge direttamente alla swinging London e alle super model dell’epoca come l’esile Twiggy

Back to 60’s

di Letizia Annamaria Dabramo

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Twiggy

Corsi e ricorsi nel fashion system, si potrebbe dire, ma non solo: questa non è solo una illusione ottica carica di sferzate di nostalgia, ma un tributo, una rivisitazione in grande stile del decennio più fantasioso e poliedrico del secolo scorso. Un periodo intenso e denso di contestazioni, rivolte, diritti reclamati e acquisiti, di quell’etica cristallizzatasi nel corso del tempo e divenuta dato di fatto. Il fallimento di una rivoluzione è la sua cristallizzazione, il divenire “norma”, l’integrarsi progressivamente nel tessuto (sociale), svuotandosi del suo impeto embrionale.

Quando i primi televisori trasmettevano un mondo in bianco e nero, era compito degli artisti colorarlo a tinte forti, indelebili, che potessero imprimersi nella memoria, perché no, anche delle generazioni future. E così è stato: chinando il capo ai fabolous 60’s i maggiori fashion designer di oggi hanno voluto giocare in passerella con fantasie a scacchi, alternanza di rigorosi black & white e colori esplosivi.

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Le collezioni si caratterizzano per la plasticità e l’essenzialità dei modelli, che ben si sposano con il rigore dei pattern geometrici, integrandosi alla perfezione. Il compianto Alexander MacQueen opta per il total look dalle linee anni ’80: spalle prominenti, maniche tubolari, sandali a listini e maxi clutch, che cedono il posto ad una alternanza di magenta e viola che si estende su abiti e accessori, senza tralasciare nulla.

Più fedele al modello l’italianissimo
Emilio Pucci, che punta sul classico tubino, un po’ preppy un po’ bon-ton, stringendolo in vita con una cintura borchiata e, naturalmente, imprimendoci il tratto distintivo: linee zigzagate nere, rosa e bianche che, per un prevedibile processo osmotico, si estendono al bauletto da sfoggiare en pendant.

Rombi e linee ultra stretch per
Chanel: leggins che vestono come una seconda pelle (sprezzanti dei difetti delle comuni mortali!) e petit chemises con mezza manica a sbuffo seguono l’andamento verticale e longilineo di uno stile che non lascia nulla la caso: rosso scarlatto per sandali e accessori, bordeaux per unghie e eye-shadow, tinte che – neppure a dirlo!- riprendono esattamente i singoli capi.

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Scelta saggia e meditata quella di Yohji Yamamoto, che ricorre al minimal di un little black dress su cui fanno capolino irriverenti quadrati bianchi che si intersecano. Le trasparenze ad hoc sono il risultato della sapiente mescolanza tra fantasie plastiche e tessuti morbidi; il tutto completato da castigati ankle-boots neri scamosciati, che danno quell’aria da educanda… con “quel tocco in più”.

Seguono in tanti questo trend, e tra i nomi più eminenti figura
Tommy Hilfiger che stampa su tubini strapless triangoli complementari, creando giochi di luce e chiaroscuri. Le “estremità” (spalle e piedi) sono alternativamente bianche o nere, convergendo nella pochette bicolore, accessorio (se così si può dire) ormai indispensabile e, senza ombra di dubbio, cult.

Il premio speciale alla fantasia e all’estro va, ex aequo, a
Issa e Marco de Vincenzo, che sui catwalk hanno portato le note fantasie rubate dall’armadio della mamma, arricchendole con modelli e materiali innovativi. Il secondo nome, giovane esordiente (ma non per questo alle prime armi!), è stato incoronato vincitore nel corso dell’edizione 2009 di “Who’s on Next?”, concorso per giovani talenti promosso da Vogue Italia.

La sua collezione, assolutamente inedita sebbene caratterizzata da quel retrogusto un po’ rétro, vede sfilare abiti succinti (ma non troppo), fluidi e strutturati al tempo stesso, non di rado creati a partire da “illuminate” sovrapposizioni di tessuti diversi.

Gli anni ’60 per Gaetano Navarra partono… dal basso! In passerella si alternano pumps e ballerine bordate d’oro , tutte realizzate in pvc, un materiale plastico e industriale in contrasto con l’effetto hand-made dei leggins tricot. Questi ultimi, da indossare rigorosamente sotto gli abiti: asimmetrici, a palloncino, monospalla, e chi più ne ha più ne metta, ma aventi come comun denominatore quei segmenti frammentati, spezzati , interrotti con colori in netto contrasto, alternati tra loro.

Qualche decennio fa si bruciavano i reggiseni nel bel mezzo di comizi e cortei; oggi la rivoluzione (cromatica) proposta da
Boss Orange è più tacita e pacata: basta una t-shirt studiata appositamente e un paio di pantaloni a righe verticali, memoria dei tempi che furono.

Specchi destinati a riflettere all’infinito la stessa immagine, pedoni, regine e fanti che si animano: questi gli elementi che popolano le atmosfere cupe e inquietanti di
Junya Watanabe, secondo cui fantasia e forma non sono entità dissociate. Sulle maxi bluse, tanto vaporose da divenire vere e proprie sfere, si imprimono le proiezioni di un caleidoscopio bicolore o di una scacchiera.

Senza dubbio più leggera e frizzante la passerella di
Krizia Top, come una nuova Saint Tropez, si veste di minidress in seta, balze, abiti-tutù, nonché di particolari optical, valorizzati dai giusti accessori (tra questi non passano inosservati gli orecchini-chandelier e neppure l’headband sagomato a forma di fiore) che non esitano a dare il benvenuto alla tanto agognata stagione calda, facendo sognare posti esotici e notti mondane e sfavillanti.

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