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E’ un Paese per vecchi

14 Luglio 2010  ______________________________________________________________________________________________________________________________________________

La nazionale italiana di calcio, lo specchio del nostro Paese

E' un Paese per vecchi

di Vincenzo Caramia

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Ok, è solo un pallone. Ma il pallone tricolore è sgonfio, esausto, stanco. In pratica, sembra l'Italia: una nazione giovanilista a parole, nella in realtà spaventosamente gerontocratica, in cui il potere è detenuto dagli anziani e caratterizzata dallo scarso ricambio della classe dirigente. E i giovani? Nella Nazionale e nella Nazione, sono fuori, esclusi, coccolati, ma messi ai margini.

Appare evidente che se quella di Lippi non è stata una Nazionale per giovani è perché questo non è un Paese per giovani. I "vecchi" parlano giovane, vestono giovane, "cliccano" giovane, vogliono avere lo stile disinibito e amichevole dei giovani. Insomma vivono giovane, o cercano di farlo, in tutti i sensi, o quasi, ma esercitano pure una prepotente dittatura sulle nuove generazioni.

L'uscita ingloriosa e mortificante della nostra nazionale di calcio dal Mondiale Sudafricano fornisce lo spunto per una riflessione sui meccanismi perversi che regolano il ricambio generazionale nel nostro Paese.

Un Paese, il nostro, che adotta un metodo conservatore per andare avanti, alimentato dalla paura di cambiare, di rinnovare, di puntare sui giovani, che continua a far leva sui "vecchi".

La nostra classe dirigente nel migliore dei casi è costituita da persone come il sessantaduenne Marcello Lippi. Grandi vecchi che pensano di essere intramontabili, di essere la soluzione adatta per tutte le stagioni, troppo sicuri di se stessi. Hanno magari ottenuto successi importanti in passato, e per Lippi è stato senz'altro così, ma non capiscono quand'è il momento giusto per mettersi da parte, facendo, o rischiando di fare, una fine indegna.

E così, un Paese che avrebbe tutte le potenzialità per crescere, si ritrova guidato da persone con una storia alle spalle ma poca visione di quello che serve per vincere le sfide del presente e del futuro. Il mondo cambia sempre più velocemente, mentre la nostra classe dirigente è sempre più ostinata a mantenere le sue posizioni, perché troppo legata alle poltrone del potere.

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Chi fa politica per professione (o per fame infinita di potere, appunto), è costretto a difendere il proprio incarico e mantenere il proprio posto in ogni modo. E' quindi urgente un ricambio generazionale che spezzi questo meccanismo che nel tempo ha di fatto accumulato privilegi su privilegi, l'ha reso smisurato e costoso ed ha alla fine snaturato il senso stesso della politica, diventata oramai strumento a uso personale piuttosto che occasione di crescita e benessere per tutti.

I nostri "vecchi" non capiscono semplicemente che i fattori che hanno determinato il successo di ieri non garantiscono necessariamente il successo di domani. In questo modo si lascia però anche poco spazio alle nuove generazioni e alla possibilità di innovare l'approccio verso le nuove sfide, che rimettono sempre in discussone le vecchie soluzioni. Questo significa anche rischiare e quindi poter sbagliare. Ma l'errore di un giovane che sperimenta è giustificabile e utile perché consente di imparare e crescere. L'errore di un vecchio è da condannare e serve solo per finire ingloriosamente una carriera.

Le scelte di Lippi non sono state casuali, bensì sono uno specchio dell'Italia, il Paese dove non si scelgono i migliori ma i preferiti, i "raccomandati". Loro devono andare avanti nonostante tutto e anche se ci sono altri più bravi.

Così com'è uno specchio dell'Italia, il fatto di avere una nazionale di calcio vecchia, senza ricambio generazionale affidabile. Le squadre di club non puntano più sui giovani, comprano per lo più i campioni affermati all'estero e quindi non c'è una generazione giovane in cui pescare. Certo, qualcuno c'è ma sono pochi e scarsamente utilizzati nel loro club. Difficile quindi che possano farsi notare e addirittura giocare in nazionale. Le prime squadre del campionato, fonte potenziale dei calciatori più forti del momento, sono formate quasi interamente da stranieri. Simbolico il caso dell'attuale squadra campione d'Italia. Le giovani promesse, insomma, è come se per la Nazionale non esistessero, o quasi. Quello del ricambio generazionale è un problema, quindi, anche culturale e che parte da lontano.

Aiutiamo perciò i grandi vecchi a non fare la fine di Lippi, facendo del male a se stessi e al Paese, cancellando anche, o almeno offuscando, i successi passati. Si potrebbero proporre anche scelte drastiche. Come ad esempio, stabilire che dopo i sessant'anni si lascino le cariche più importanti, potendo ricoprire ruoli che valorizzino l'esperienza, come supporto e consiglio, ma non siano direttamente decisionali. Potrebbe dirsi che così facendo si rischia di privarsi di alcuni anziani ancora in grado di svolgere ad alto livello una funzione di leadership. Forse sì, ma non si possono nemmeno ignorare i danni attuali dei troppi illustri e meno illustri personaggi "intramontabili" che non ci stanno a farsi mettere da parte, tenendo in ostaggio la crescita del Paese e frenando l'emergere di visioni e idee nuove.

Le speranze per i più meritevoli sbiadiscono. Il talento viene mortificato. Il futuro viene sequestrato. I giovani sono tenuti in disparte, o in attesa, e con loro sono momentaneamente accantonate la loro energia e la loro potenziale produzione di valore, socialità e sapere.

Tutto ciò avviene in un Paese "non a misura di giovani", in cui quegli stessi giovani sono stati definiti addirittura "bamboccioni" perché non fanno nulla.
Che si cominci, invece, ad invertire la rotta, a cambiare prospettiva. Quegli stessi "bamboccioni" dimostrerebbero che quello è il termine meno adeguato per definirli. E tutta la società ne gioverebbe di sicuro.

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