Marzo 2010
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Il nuovo film di Michele Placido, tratto dall'autobiografia del criminale milanese, arriverà a maggio: insorgono i parenti delle vittime
Arriva Vallanzasca al cinema: polemiche a non finire sul "bel René"
di Vincenzo Caramia
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Michele Placido
Ancora una volta Michele Placido diventa cantore della storia italiana più scura, quella della criminalità e dei criminali. Dopo il bellissimo "Romanzo Criminale" del 2005, ispirato alla storia della Banda della Magliana, stavolta il regista e attore pugliese si dedica a un film sulla figura di Renato Vallanzasca, "Il bel Renè".
Non è facile raccontare un criminale, soprattutto quando è vivo e quando il suo ricordo risveglia quello lacerato dei parenti delle vittime da lui uccise. Proprio i parenti si sono opposti alla realizzazione del film, scatenando proteste, sdegnati dall'idea che il bandito possa diventare un divo. Per questi motivi la pellicola, ancora senza titolo, non ha potuto beneficiare dei finanziamenti pubblici del Governo. Ma il regista va avanti con le riprese del film, che è tratto da "Il fiore del male", l'autobiografia di Vallanzasca. E l'atmosfera si scalda.
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"Porto rispetto ai parenti delle vittime - ha detto Placido - ma non posso fare film solo su Padre Pio. In Italia il 60% della gente vive di malaffare. Vallanzasca è un criminale che sta pagando con l'ergastolo. Ce ne sono altri di banditi nel nostro Paese, qualcuno sta anche in Parlamento. Non posso assolverlo, né condannarlo più di quanto abbia fatto la giustizia (sta scontando una pena complessiva di quattro ergastoli e 260 anni di reclusione, ndr): non uscirà un Vallanzasca santo, ma un film d'azione sulla Milano violenta".
Placido non ci sta, contesta l'indignazione a priori di chi ancora non ha visto il suo film e difende la sua idea: "I parenti delle vittime hanno polemizzato su qualcosa che non hanno visto e che ancora deve uscire. Un po' di rispetto anche per me, per la mia onestà intellettuale. Racconto la storia di un criminale e nessuno vuole trasformarlo in un Robin Hood come hanno scritto, male, alcuni giornalisti. Il mito del bel René lo avete creato voi giornalisti. A me interessa il suo lato oscuro e umano. Renato, che è venuto sul set, uccise dei poliziotti; anch'io sono stato poliziotto e sarò sempre rispettoso nei confronti delle vittime.
Del racconto la parte più dura è il carcere, anche se non viene toccata la stagione dei pentiti, ma emerge uno spaccato dell'Italia di quegli anni, il terrorismo nero e rosso. Non mi interessa una cronachetta. Sul piano stilistico riparto da Romanzo Criminale".
Ci va giù duro il regista: "In Francia hanno visto in 3 milioni il film sul bandito Mesrine (in "Nemico pubblico N. 1", film del 2008 con Vincent Cassel protagonista) senza vittimismi né scandali. Qual è lo scandalo se racconto Vallanzasca? È in carcere da 35 anni e ne ha 60, non è il peggior bandito di questo paese. Ma almeno lui ha pagato".
Recenti sono anche "American gangster", film del 2007 che tratta la storia di Frank Lucas, uno dei più grandi trafficanti di droga di sempre, e il "Nemico Pubblico" di Michael Mann, film del 2009 basato sulla vita del criminale americano John Dillinger.
Anche Kim Rossi Stuart ha incontrato il bel René e racconta la sua esperienza: "Sono stato accanto a lui, anche durante la sua attività di volontariato con i malati terminali, ho cercato di interiorizzare il lato oscuro del personaggio. Ho aspettato che l'inconscio lavorasse per capire di che pasta è fatto quell'uomo. È consapevole di se stesso, nel bene e nel male. Lui è uno comunicativo, tutto pensi tranne che sia un violento. È lucido, mi ha detto di aver commesso disastri, cerco di esplorarne la complessità".
Il fatto è che il bel Renè resta una ferita aperta per Milano. Negli anni '70 Vallanzasca spadroneggiò: rapine, omicidi, furti, sequestri, donne e champagne, carcere, evasioni (tentate e riuscite). Condannato a 4 ergastoli. La moglie Antonella D'Agostino racconta, però, che grazie ai permessi, ora il marito può lavorare alla sua cooperativa sociale per disabili ed ex detenuti. E fare il grafico in una pelletteria.
È indubbiamente un progetto sofferto, quello di Elide Melli, che ha investito 7 milioni di euro con la Twentieth Century Fox, tornata a coprodurre un film italiano 31 anni dopo "La Luna" di Bertolucci. Quanto ai precedenti, già nel 1978, uscì "La banda Vallanzasca" di Mario Bianchi. A dispetto del titolo, il film non contiene alcun riferimento al noto bandito. Cosa per niente strana, poiché negli anni '70 era diffusa la moda di usare titoli accattivanti o che facessero riferimento a personaggi della malavita molto noti nei fatti di cronaca, allo scopo di attirare più gente ai botteghini. In pratica un'attenta scelta di marketing che fa riflettere ancora oggi.
Carlo Bonini, il giornalista di "Repubblica" che con Vallanzasca ha scritto nel 1999 il libro "Il fiore del male" (Marco Tropea Editore, 2009), da cui è tratto il film, definisce il bandito "anarchico e guascone, bandito e assassino, ma anche egocentrico e amante della provocazione. Lui è stato tutto questo ai tempi in cui guidava la banda della Comasina, quando era chiamato il "bel Renè" e vantava un poco edificante curriculum criminale in cui non mancava niente. Dopo aver trascorso in carcere 38 anni di vita su 59, Vallanzasca è ormai un uomo inoffensivo". A proposito del pericolo di mitizzare ciò che forse andrebbe solo consegnato alla storia, dice che "è un rischio significativo e particolarmente forte in un Paese come il nostro. In Italia c'è la tendenza a edificare il mito ma, con la stessa facilità, questo mito viene distrutto. Immagino che le persone siano molto più intelligenti di quanto uno pensi e siano in grado di discernere. Così come il libro non voleva essere un santino di Renato Vallanzasca, non credo che il film sarà un inno alla violenza. Come tutte le vicende che raccontano il male, c'è un elemento di fascinazione. Ma questo è oggettivo a prescindere da chi lo racconta e da chi è il protagonista".
I parenti delle vittime si possono ben capire ma l'intelligenza delle persone resta comunque un fattore essenziale da considerare in questa vicenda. Ponendo l'attenzione sui presunti rischi di mitizzare determinate figure (reali, non reali o ispirate che siano) non ci sarebbero potuti essere capolavori del cinema mondiale come "C'era una volta in America", "Il padrino", "Carlito's Way", "Scarface", "Blow" e tanti altri. Tutto il genere "gangster movie" (e non solo quello) non avrebbe visto la luce. Inoltre, ad esempio, non ci sarebbe stato nemmeno il recente film tv di successo "Il capo dei capi".
Tanti programmi televisivi poi, compresi i Tg, avrebbero dovuto cambiare registro o dare meno spazio a certi soggetti e notizie. La spettacolarizzazione della tv su certi temi è molto peggiore rispetto a quello che può creare un film. La verità comunque è che il problema non sta nel proporre una cosa, ma in come la si guarda e la si fa propria. I rischi ci sono in tutte le cose, ma in questi casi è come battezzare a priori come deficiente l'intero pubblico.
10 marzo 2010
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