Marzo 2010
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Troppe donne sono costrette a sopportare atteggiamenti ostili in azienda. Adesso sono nate diverse iniziative per ottenere un'inversione di tendenza nel mondo occupazionale femminile
Donne alleate per vincere le discriminazioni
di Sabina Sestu
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Nata nel marzo 2009, l'associazione "Working Mothers Italy" ( http://www.workingmothersitaly.com/) ha l'obiettivo di sostenere e migliorare la qualità di vita delle madri lavoratrici. Ancora nel 21° secolo, e dopo più di quarant'anni di lotte del femminismo contemporaneo, il ruolo della donna nel mondo del lavoro è pieno di contraddizioni e di limiti che ne impediscono l'effettiva realizzazione e indipendenza e tutto ciò a discapito della famiglia. Le donne sono ancora talmente discriminate che si è sentita l'esigenza di formare dei gruppi reali e virtuali di sostegno alle mamme lavoratrici, e il WMI è uno di questi. Il problema della discriminazione di genere, infatti, non è stato risolto in modo soddisfacente in nessuno dei paesi appartenenti al blocco occidentale del mondo, per non parlare della situazione disastrosa in cui le donne vivono in altre parti del nostro pianeta. In Italia la situazione è peggiore che in altri paesi europei, siamo infatti agli ultimi posti in classifica, dietro di noi solo Malta.
Le donne faticano a raggiungere i posti di comando e se riescono a salire sulla scala gerarchica ciò avviene solitamente prima dei 36 anni, ossia prima di formarsi una famiglia. Per raggiungere gli alti livelli di carriera, inoltre, devono fare delle scelte obbligate, in molti casi persino rinunciare ad avere figli. Anche all'interno del mondo del lavoro devono astenersi dall'essere se stesse e scimmiottare gli uomini per mantenere il proprio ruolo lavorativo. Ma anche quando tutte queste richieste inique vengono rispettate, il lavoro femminile viene sminuito nel merito e nella retribuzione, la quale è quasi sempre inferiore a quella maschile.
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Il Ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna
Eppure le donne sono spesso più acculturate degli uomini, hanno maggiori competenze, sono più determinate nel lavoro e sono anche più stacanoviste. In Italia le donne occupate sono il 46,1%, molte delle quali sono precarie (il 25%), nei posti di comando la percentuale è solo del 4-5% (in Norvegia sono il 41%, in Svezia il 27% e in Francia il 9%), restano fuori dal mercato del lavoro 7 milioni di donne in età lavorativa. Percentuali, sicuramente, molto basse nonostante il fatto che la donna italiana lavori più delle altre "colleghe" europee, dedicano infatti più tempo alla famiglia (320 minuti al giorno contro il 227 della Norvegia e i 272 del Belgio) e al lavoro (7 ore e 26 minuti contro le 6 ore e 16 minuti delle tedesche, per esempio). Il problema fondamentale rimane, tutt'ora, la visione distorta che la società italiana ha del ruolo della donna, come viene posto in luce dal nel libro di Caterina Soffici "Ma le donne NO. Come si vive nel paese più maschilista d'Europa".
Anche quando le donne riescono a trovare lavoro, infatti, il 77,7% del lavoro domestico - spesa, lavare, stirare, rigovernare, ecc. - ricade sulle loro spalle. Insomma, permane una cultura di discriminazione. Il lavoro di cura delle persone appartenenti all'entourage familiare "non solo non è riconosciuto ma neppure è sostenuto da politiche efficaci", afferma Emma Bonino. A farne le spese non sono solo le donne ma l'intera società. Nel 2000, a Lisbona, si decise un piano sull'occupazione femminile in quanto si era capito che il lavoro delle donne era il volano per l'economia nazionale. Se la donna lavora, infatti, entra più ricchezza. Non solo in famiglia, ma nell'intera nazione, a patto che ci sia un sistema di servizi sociali adeguato. Con l'aumento del reddito, inoltre, nascono anche più bambini. A Lisbona si decise dunque che l'obbiettivo da raggiungere fosse che il 60% delle donne, nel 2010, dovevano risultare impiegate, con un lavoro autonomo o dipendente.
Ora che abbiamo raggiunto quella fatidica data possiamo affermare, senza paura di essere smentiti, che l'obbiettivo, in Italia soprattutto, non solo non è stato raggiunto ma ne siamo del tutto lontani. Tutto ciò dimostra che non è un problema a livello politico e decisionale, ma in primo luogo è un problema a livello culturale. Come dimostra anche uno studio effettuato dal Censis nel 2006 (Women and media in Europe, 2006), in tivù trionfa il seguente modello di donna: moda e spettacolo (31,5%), vittime di violenza (14,2%), criminalità o devianze (8,2%), politica (4,8%). Le altre voci riguardano disagi e sciagure, la cronaca nera prima di tutto. La donna del varietà, la "bad girl" o la donna del dolore. E le donne che lavorano? In tivù ci vanno molte esperte, ma queste sono astrologhe (20,7%), esperte di artigianato locale (13,8%), di letteratura (10,3%), giornalismo (6,9%) e politica (4%).
30 marzo 2010
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Emma Bonino
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