Marzo 2010
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Viaggio attraverso i suggestivi borghi medievali della cittadina siciliana
Erice, una perla siciliana
di Federica Sartori
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Trapani e la costa vista da Erice
"L'Italia senza la Sicilia non produce nell'anima nessuna immagine: qui è la chiave di tutto", diceva Johann Wolfgang Goethe. E aveva ragione: la sola città di Erice conferma queste parole. La strada che sale da Trapani ad Erice parte dolcemente per poi trasformarsi in una serie di tornanti. Man mano che saliamo, il panorama sotto di noi si fa sempre più bello fino a scoprire l'intera Trapani e poi chilometri di costa e il mare che si perde all'infinito. Vale la pena fermarsi in uno dei belvedere lungo la strada per ammirare il promontorio, il verde del monte San Giuliano che scende fino alla città e la distesa celeste e blu del mare. Con il sole che risplende ovunque si posi lo sguardo.
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Risaliti in macchina, dopo qualche chilometro, all'improvviso, dietro ad un tornante, troviamo un muro di nebbia. Non ci sembra possibile, poi speriamo che sia solo un banco isolato. Arrivati invece all'ingresso di Erice la nebbia è ancora presente. Parcheggiamo ed entriamo da Porta Trapani. Subito lì davanti ci sono la Torre Campanaria di Re Federico e il Duomo. Alla torre ci dicono che c'è troppa foschia per poter salire. Così rivolgiamo la nostra attenzione al Duomo. È un freddo pungente, soprattutto c'è un'elevata umidità causata dalla nebbia, però vogliamo immortalare la nostra visita: e le foto sono decisamente suggestive.
I contorni delle persone e dei monumenti sono sfumati. Siamo colpiti da questo capolavoro d'arte medievale del 1314 che unisce in modo sapiente lo stile gotico del portale e l'ornato del rosone, mentre l'interno, rifatto in ibrido stile gotico nel 1865, presenta cappelle del XV e XVI secolo e una Madonna con Bambino (1469) forse di Francesco Laurana o di Domenico Gagini. Quando usciamo dalla Matrice (è questo il nome del Duomo di Erice) lasciamo la piccola piazza a due sposi, quasi irreali così avvolti dalla nebbia, e percorriamo Corso Vittorio Emanuele per poi perderci nelle piccole vie lastricate a fasce e riquadri dalle quali si alzano abitazioni di pietra scura.
Da qualche portone lasciato aperto scopriamo piccole corti con piante e fiori che donano colore a questa cittadina. Una visita alla Chiesa di San Salvatore e poi, arrivati nella piazza principale, Piazza Umberto I°, entriamo al Museo Civico dove ci soffermiamo sul gruppo marmoreo di Antonello Gagini raffigurante l'Annunciazione. La cittadina è così piccola che permette di girarla senza fare attenzione alla cartina arrivando comunque alla prossima meta: il Giardino del Balio dove si trova il Castello Pepoli. Lungo le strette vie poche persone, la visibilità è ancora molto scarsa, ci accorgiamo di una macchina solo perché ne udiamo il rumore del motore, ma ci rendiamo conto di star vivendo un'esperienza unica e indimenticabile.
L'ottocentesco giardino all'inglese è deserto, e forse per questo ancor più affascinante e maestoso si erge il Castello sede del "baiulo" (il governatore) di cui colpiscono le sue torri e merli. Peccato non sia visitabile. Oltrepassato il giardino e il Castello Pepoli, arrivando ad una punta isolata della rupe, troviamo il Castello di Venere fatto erigere dal re Federico d'Aragona sopra i resti del tempio di Venere Ericina (dea mediterranea della fecondità, protettrice dei naviganti), di un pozzo sacro e di altri edifici come una casa privata punica e un edificio termale di età romana. Cerchiamo il custode, vorremmo entrare, ma anche questo castello non è aperto al pubblico. Riprendiamo le strette vie per tornare al centro di Erice, ci fermiamo ad osservare torri, piccoli cortili di stile arabeggiante e ci spingiamo fino a Porta Spada. Quindi torniamo verso il parcheggio, ma non vogliamo lasciare nulla di intentato e quindi andiamo un'altra volta all'ingresso della torre.
Ci sconsigliano di andare perché è freddo e la foschia ci impedirà di vedere il meraviglioso panorama, ma siamo decisi a salire. Scalino dopo scalino la percorriamo fino alla cima, dove si trova una sorta di terrazza con le campane. È vero, la nebbia non ci fa vedere non solo il panorama ma neanche l'angolo opposto della torre dove ci troviamo, ma questo ci provoca comunque un'emozione perché tutto sembra immobile e rarefatto. Ripresa la macchina, dopo qualche tornante, il sole ci accoglie come all'uscita da un tunnel. Pochi metri e ci troviamo in un altro mondo. Ma siamo ben felici di essere stati ad Erice, e per la verità, proprio in una giornata di nebbia. Chissà che spettacolo deve essere vista da un aereo, piccolo triangolo equilatero costituito da antiche mura, avvolta nella foschia.
26 marzo 2010
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