Marzo 2010
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Tra fobie e humour intellettualistico, lo stile inconfondibile del regista newyorkese non tramonta mai
La nevrotica saggezza di un genio
di Vincenzo Caramia
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Cosa fa di Woody Allen un genio? Forse il fatto che già il primo anno di scuola sia stato inserito in una classe avanzata, grazie al suo elevato quoziente intellettivo (nonostante ciò sviluppò da subito un odio per l'ambiente scolastico, diventando un ribelle). O forse perché appena diciassettenne abbia cominciato a scrivere battute per comici molto famosi, o perché a diciannove anni sia diventato l'autore di punta per la rete televisiva nazionale statunitense ABC. Oppure è merito della sua creatività camaleontica che l'ha fatto sfondare prima come cabarettista, poi come autore e regista nel teatro. Senza contare i film sceneggiati e diretti che gli hanno fatto accumulare un numero di nomination agli Oscar da primato (detiene il record di 21 candidature nelle tre maggiori categorie, regia, sceneggiatura e recitazione) e vincere quattro Oscar (due nel 1978 per Io e Annie, miglior film e miglior regia, due nel 1986 per Hannah e le sue sorelle per la migliore sceneggiatura originale).
Forse il talento di Woody Allen è implicito nella modestia delle sue dichiarazioni: "A volte penso che tra me e la grandezza ci sono di mezzo io. Non ho mai diretto un capolavoro perché mi manca un elemento fondamentale: il genio". Come accade generalmente alle persone molto dotate, Allen vive in mondo tutto suo, popolato da nevrosi e svariate fobie. E' terrorizzato da insetti, cani, cervi, colori brillanti, strapiombi, spazi piccoli, dalla folla, dai bambini, dal cancro, e, persino, dal sole. Per questo a soli ventiquattro anni entrò in analisi. Nel 1959, iniziando a sentirsi malinconico senza capirne il motivo, per la prima volta decise di consultare uno psicoanalista. Da allora, e per più di trent'anni, la terapia divenne un appuntamento fisso alla media di una seduta a settimana, con brevi periodi di pausa e con periodi più intensi con anche tre appuntamenti a settimana.
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La psicanalisi è una tematica ricorrente nei suoi film e le angosce, che rappresentano una debolezza nella sua vita reale, per il personaggio cinematografico si trasformano in motivo di successo. Insieme ai suoi manager riesce a trasformare i suoi problemi esistenziali nel suo punto di forza, sviluppando la sua classica immagine nevrotica, cerebrale e timida che diventerà una costante delle sue pellicole. Persino il film d'animazione Z la formica (1998), nel quale Allen doppia il protagonista Z, inizia con una classica scena di psicoanalisi.
Altro argomento ricorrente e punto di riferimento nella vita privata del regista sono le donne. Spesso ha affidato il ruolo femminile principale dei suoi film alla compagna di vita del periodo (Diane Keaton o Mia Farrow). Allen ha all'attivo una convivenza e tre matrimoni. L'ultimo, che ha provocato non poco scandalo, con Soon-Yi Previn, figlia adottiva dell'ex compagna Mia Farrow, con cui c'è una differenza di età stimata intorno ai trentacinque. Il regista ha dichiarato di aver finito la terapia di psicanalisi più o meno al tempo dell'inizio di questa relazione, confessando però di soffrire ancora di claustrofobia e agorafobia.
In netto contrasto con l'inesauribile vena ironica, nel pensiero di Allen e nei suoi film si evidenzia una costante visione pessimistica della vita: "Essa è un'esperienza tragica e l'unico momento di sollievo sta nel saper apprezzare quello che funziona in uno specifico momento e non arreca male a nessun altro. Credo che l'esistenza non abbia senso: non sappiamo perché siamo al mondo, e persino la nostra nascita è legata al caso. Non esiste alcun Dio ed è difficile resistere all'idea di vedere tutto come un incubo terribile".
Allen riesce a sfornare film al ritmo di quasi uno l'anno, ma pare che per il regista lavorare sia più che altro un'alternativa alla terapia: "Se non avessi nulla per distrarmi - svela - dovrei lottare di continuo contro la depressione, l'ansia, il terrore. Per me fare film è terapeutico. Ho il beneficio di vivere in un altro mondo per un anno, senza dover stare in quello reale". La sua intensa produzione e il suo stile cerebrale e raffinato l'hanno reso uno degli autori cinematografici più rispettati e prolifici dei nostri tempi.
Nel 1952, all'età di diciassette anni, assunse lo pseudonimo di Woody Allen (al secolo Allan Stewart Königsberg, ndr), in onore del celebre clarinettista jazz Woody Herman. Il clarinetto e la musica jazz (presenza costante nelle colonne sonore delle sue opere), sono non a caso due delle tante passioni del regista (insieme al basket e al baseball), che suona lui stesso fin da giovane e che ha costituito una sua band, la New Orleans Jazz Band con cui ha realizzato dei dischi e dei tour.
I temi affrontati da Allen - dalla crisi esistenziale degli ambienti intellettuali alla rappresentazione spesso autoironica della comunità ebraica newyorkese (lui stesso infatti è di origine ebraica) - rispecchiano il suo amore per la letteratura, la filosofia, la psicoanalisi, il cinema europeo, e soprattutto per la sua città natale, New York, dove vive e dalla quale trae continua ispirazione.
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E' proprio nella "Grande Mela" che sono ambientati quasi tutti i suoi film, nella parte che conosce meglio e che vive, nella New York degli intellettuali e delle classi medio-alte, non quella dei quartieri "bassi". Solo negli ultimi anni il regista si è trasferito in Europa (mercato, che secondo Allen stesso gli permette di "sopravvivere"), Londra prima, Barcellona poi, per girare alcuni film di successo.
Le altre città amate da Allen sono Parigi e, soprattutto Venezia. Grande amante dell'Italia e della città lagunare, ha anche contribuito economicamente alla ricostruzione del teatro La Fenice. I film di Allen sono sempre anticonformisti e combinano spesso più toni (drammatico, noir, comico, sentimentale, commedia, thriller). Quello prevalente su tutti è la commedia sofisticata, dove non mancano mai riferimenti filosofici, comicità, humour e una componente riflessiva marcata. L'aspetto umano più intimo e profondo è infatti imprescindibile: "È assolutamente evidente che l'arte del cinema si ispira alla vita, mentre la vita si ispira alla TV".
E così, di anno in anno, da oltre quarant'anni, Allen continua a regalarci testimonianze della sua originale comicità, ossessionata da tragedie metafisiche ("Non solo Dio non esiste, ma provate a trovare un idraulico durante il week-end") e da dilemmi irrisolti ("Possiamo conoscere l'universo? Mio Dio, è già così difficile non perdersi in Chinatown").
Woody Allen è un'eterna contraddizione in termini, un ossimoro di se stesso, che, se prima riesce a dichiarare "Dio è morto, Marx è morto e anch'io non mi sento tanto bene", poi ritorna nei panni del personaggio piccolo, impacciato, pieno di paure, goffo, al quale bene si addicono le battute: "Ho solo un rimpianto nella vita, non essere qualcun altro" e "Non è che ho paura di morire. Solo che non voglio esserci quando accadrà".
30 marzo 2010
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