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Nessuno vi può più spiare, nemmeno il boss

Marzo 2010

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Alcune recenti sentenze della Corte di Cassazione sanciscono l'impossibilità di un'azienda di controllare i propri lavoratori attraverso mezzi informatici

Nessuno vi può più spiare, nemmeno il boss

di Pina D'Errico

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I dipendenti digitali potranno tirare un sospiro di sollievo: la loro azienda non potrà più spiarli quando navigano su internet nelle ore d'ufficio e non saranno a rischio di licenziamento per questo. L'insindacabile decisione è contenuta nella sentenza n. 4375 del 23 febbraio del 2010, della Corte di Cassazione (sezione lavoro), chiamata a pronunciarsi sul ricorso contro un provvedimento di reintegro a favore di una lavoratrice licenziata per avere usato internet per ragioni non di servizio e in contrasto con il regolamento aziendale.

Ricorso respinto. Le ragioni? La durata dei collegamenti (tranne uno) era stata di pochi minuti e l'accesso ad Internet era avvenuto, spesso, in pausa pranzo: cause che rendono illegittimo il licenziamento, soprattutto perché i controlli diretti ad accertare condotte illecite del lavoratore (come i sistemi di controllo dell'accesso ad aule riservate o gli apparecchi di rilevazione di telefonate ingiustificate) sono considerati illegali (Cass. sentenza n. 4746/2002), proprio come quelli utilizzati dall'azienda per provare il presunto comportamento scorretto della loro dipendente.

Questo perché l'art. 4 dello Statuto dei lavoratori vieta l'utilizzo di mezzi di controllo a distanza, precisando che, anche se i controlli fossero necessari all'organizzazione produttiva, questi "devono essere comunque mantenuti in una dimensione umana, cioè non esasperata dall'uso di tecnologie che rendano la vigilanza continua". Per questo lo stesso articolo ammette solo i controlli riguardanti direttamente l'attività lavorativa del dipendente e solo dopo un iter che prevede l'accordo con le rappresentanze sindacali o, in assenza di questo, l'autorizzazione della Direzione provinciale del lavoro.

Apparecchiature di controllo sono considerati anche i programmi informatici che consentono il monitoraggio della posta elettronica e dell'accesso a internet perché consentono al datore di lavoro di controllare a distanza e in via continuativa l'attività lavorativa.

Così, se per l'azienda che ha usato tali programmi, la lavoratrice, navigando nel web, aveva sottratto del tempo al lavoro per scopi personali (secondo i giudici di merito con motivazione congrua e priva di vizi logici), essa non andava licenziata: c'era un'eccessiva sproporzione tra addebito e sanzione.

La Cassazione in realtà, in questa circostanza, non fa altro che "ribadire" il divieto per le aziende di spiare la navigazione su internet dei propri dipendenti. Già il Garante della Privacy, con provvedimento del 29 aprile del 2009, aveva detto la sua a tal proposito: "vietato spiare quando non è strettamente necessario per esigenze dell'azienda". In quel caso il dipendente in questione lavorava per una società, presso cui ha prestato servizio fino alla data del suo licenziamento, avvenuto nel mese di novembre 2007.

La società era riuscita a monitorare tutti gli accessi a internet del dipendente attraverso un particolare software, che, allo stesso tempo, evidenziava anche i relativi domìni visitati. Gli accessi venivano poi elaborati quotidianamente da un altro software che permetteva al datore di lavoro di vedere il sito visitato, il numero di connessioni, la dimensione complessiva delle pagine visualizzate e il tempo trascorso sulle pagine visitate. Tanto lavoro per nulla: il Garante ha affermato che tutta quest'attività informatica non fa altro che violare sia la disciplina prevista dallo Statuto dei lavoratori per il controllo a distanza dell'attività lavorativa (art. 4, l. 20 maggio 1970, n. 300), sia i principi di protezione dei dati personali richiamati nelle "Linee guida per posta elettronica e internet", adottate dal Garante nel marzo 2007.

In base alle Linee guida fissate dall'Autorità, i datori di lavoro possono procedere a eventuali controlli ma in modo graduale, mediante verifiche di reparto, d'ufficio, di gruppo di lavoro prima di passare a controlli individuali. Ipotesi questa violata, poiché nel caso di specie i controlli si sono svolti solo su un dipendente. Una cosa è, infatti, vietare l'uso dei nuovi strumenti tecnologici ai dipendenti per fini personali (come anche ribadito nella direttiva per i pubblici dipendenti emanata dal ministro Brunetta), una cosa è invece monitorare costantemente e per lunghi periodi di tempo l'uso che un dipendente fa di internet.

Se le cose in Italia stanno così, diversamente avviene negli altri Paesi. Essere controllati sul posto di lavoro è probabilmente l'incubo di molti dipendenti, e non solo di quelli scansafatiche. D'altra parte anche pensare di essere spiati dal proprio superiore non è certamente una cosa simpatica. Nonostante questo, però, lo spionaggio aziendale ai danni dei dipendenti è ormai una pratica consolidata, uno dei tanti "strumenti" di controllo di cui si è dotato l'imprenditore come dimostra uno studio sull'argomento, ad opera della Forrester Research. La ricerca, effettuata su un campione di circa 1400 aziende tra Usa e Regno Unito con più di 1000 impiegati, ha rilevato che circa il 40% degli imprenditori avrebbe assunto personale specializzato per "monitorare" la condotta online dei propri dipendenti. Gli imprenditori più spioni? Gli americani: il 44% delle società ha assoldato veri e propri squadroni di vigilantes dell'informazione.




26 marzo 2010



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