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Vite da mine vaganti

Marzo 2010

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L'omosessualità, raccontata con toni tragicomici, nell'ultimo splendido film di Ozpetek girato a Lecce e dintorni

Vite da mine vaganti

di Vincenzo Caramia

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Ferzan Ozpetek
e Riccardo Scamarcio

Quanto è difficile fare outing e dichiarare la propria identità sessuale? E se c'è da confessarla alla propria famiglia? L'omosessualità è un argomento perennemente caldo che da sempre fa tanto chiacchierare e scatena polemiche e dibattiti. Un tema tabù purtroppo ancora spesso trattato in modo "primitivo" e indecoroso da molti media, tv in particolare. Pure il cinema non è nuovo a questa tematica e il regista italiano che gli è più affezionato, tale da farne ormai la propria cifra stilistica, è senza dubbio Ferzan Ozpetek. Il suo Mine Vaganti promette di andar molto bene al botteghino dopo l'ottima accoglienza ricevuta al Festival di Berlino.

La famiglia è un altro argomento che riaffiora di frequente nel cinema italiano: alcuni la dipingono in maniera più moderna, altri più tradizionale.

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Non poteva sottrarsi Ozpetek, che alle tematiche di sempre, lega quelle della famiglia patriarcale tipicamente italiana: una famiglia tradizionalista e chiusa che non sa accettare la diversità e non sa vivere al di fuori delle convenzioni. Utilizzando il genere della commedia, il regista turco (naturalizzato italiano) traccia il ritratto di una famiglia meridionale di oggi, considerata come un nucleo di "mine vaganti", cercando di far cadere una serie di luoghi comuni molto radicati nella società italiana.

Siamo a Lecce, nello splendido Salento, dove due fratelli (Riccardo Scamarcio e Alessandro Preziosi), figli di un industriale della pasta, cercano di liberarsi di una maschera indossata da troppo tempo e confessare alla famiglia e al padre padrone la loro omosessualità. Ma non sarà così semplice. È proprio la famiglia, come trionfo delle ipocrisie e delle frustrazioni inconfessate, il microcosmo ben calibrato del film.

Questo grazie anche a un cast in cui spiccano le riuscite caratterizzazioni di Ennio Fantastichini e Lunetta Savino come genitori vittime delle consuetudini borghesi della provincia; di Ilaria Occhini nei panni della nonna affettuosa, e di Elena Sofia Ricci nei panni della zia. Questi ultimi sono i personaggi più acuti e forse anche i più riusciti: entrambi hanno sofferto a causa del loro spirito libero che è stato inesorabilmente domato dalla famiglia, entrambe sono ormai chiuse in un silenzio carico di significato, e in cerca di uno spiraglio che permetta loro di evadere dal carcere quotidiano in cui si trovano a vivere; proprio per questo sono più aperte verso i cambiamenti e la diversità, sono probabilmente loro, più degli altri membri della famiglia, le mine vaganti che danno il nome alla pellicola.

Riccardo Scamarcio
e Alessandro Preziosi

A cambiare, nel nuovo lavoro di Ferzan Ozpetek, sono soprattutto i toni, che passano dal dramma intimista alla commedia e al divertimento puro, e le location, che per la prima volta si allontanano dagli appartamenti borghesi di Roma per spostarsi nelle ville salentine e nei vicoletti di Lecce.

Si assiste a un cambio di registro ma non di mentalità. L'atmosfera è diversa da quella solita dei film di Ozpetek, sicuramente meno colorata e variegata. In questo film ciò che è evidente è il tono tragicomico, l'ironia e l'eccentricità dei personaggi e delle situazioni. Non c'è più la tragedia che scoppia per mettere i protagonisti di fronte a se stessi, ma troviamo uno scontro tra mentalità diverse che genera una serie di momenti molto divertenti.

A proposito delle risate, il regista, che ha dedicato il film a suo padre, dice che esse "esorcizzano la tragicità del nostro tempo, che è un tempo di omofobia e di intolleranza".

Ovviamente non mancano i tipici toni melodrammatici dei film di Ozpetek. Un film in cui la malinconia, sullo sfondo, è sempre presente e in cui far parte di una famiglia vuol dire anche accettare un compromesso dietro l'altro, ma anche armarsi di uno scudo protettivo in cui gli affetti proteggono dall'esterno.

Il film è un ottimo spunto di riflessione per chi si trova ancora a combattere le battaglie sull'omosessualità (sia quando ci si trova nella situazione di doverla dichiarare che accettare) e ci suggerisce che ogni tanto ci si può imbattere in qualche mina vagante che rompe lo stato delle cose, facendole migliorare. Ozpetek rappresenta come ancora vivi e vegeti tabù quei luoghi comuni sull'omosessualità e sulla sua "accettazione" sociale-familiare.

In questo senso il regista ci vuole dire come forse questo primo decennio del nuovo millennio abbia rappresentato un notevole passo indietro per quanto riguarda la libera manifestazione della propria identità.

Non si riesce ancora a interiorizzare l'idea che gli orientamenti sessuali siano cose private e un genitore dovrebbe preoccuparsi esclusivamente della felicità dei propri figli. Dietro le parole di facciata di tolleranza e comprensione, si nasconde ancora oggi una spiccata omofobia nella società. La normalità è nella diversità ma essa invece continua a far paura, non si accetta, si guarda con sospetto e di conseguenza, più o meno inconsciamente, non si tollera. Problema culturale, questo, radicato nelle menti di troppe persone ancora oggi e perciò di difficile soluzione. Un ostacolo sia familiare che sociale per chi ne paga le conseguenze. Un film come "Mine vaganti", alternando risate e momenti di commozione, può servire ancora una volta anche a far riflettere.

15 marzo 2010


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4U magazine CINEMA - Speciale MINE VAGANTI

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