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Panico in biblioteca, i falsi allarmi del cervello

I titoli 4U > Febbraio 2010

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Il racconto autobiografico di uno dei nostri collaboratori e qualche riflessione sulla natura degli attacchi di panico. Accorciamo il naso al nostro cervello e scegliamo di vivere

Panico in biblioteca, i falsi allarmi del cervello

di Pietro Paciello

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Secondo le statistiche sarebbero oltre due milioni di persone a soffrire, in Italia, degli attacchi di panico, uno dei disturbi più diffusi tra la popolazione mondiale. Chi scrive ha avuto un'esperienza diretta del fenomeno: neolaureato in lettere classiche, deluso e teso (ma teso lo è sempre stato per natura) per la soppressione della SSIS (la scuola di specializzazione per l'insegnamento nelle scuole, ottimo viatico per entrare il prima possibile nei ruoli), si trova nella sala computer della biblioteca dell'Università navigando su Internet alla ricerca di un'occupazione attinente agli studi svolti con la consapevolezza che è destinato a non trovare un granché.

D'improvviso le tempie cominciano a battergli con una strana frequenza, che aumenta sempre di più, come due battacchi ai lati di una grancassa; la vista gli si annebbia un po', forse sarebbe meglio uscire per prendere un po' d'aria, ma nemmeno all'aperto quel senso di malessere va via, il cuore va su e giù all'impazzata come uno yo-yo, il respiro viene meno: forse c'è un infarto in atto? A venticinque anni?

Chiede aiuto ad una bibliotecaria: "Per favore, chiamate un'ambulanza, sto male!". La donna, molto gentilmente, lo fa adagiare sulla sua poltrona, e lui attende l'arrivo dei soccorritori con la mano sul petto. Gli infermieri del 118 lo portano all'ospedale e, dopo oltre quattro ore di attesa disteso come un cadavere in stato di rigor mortis sulla lettiga con fleboclisi incorporata, i medici gli dicono, dopo avergli somministrato alcune gocce di ansiolitico: "Tranquillo, è solo un attacco di panico!". Attacco di panico? E così, all'improvviso?

Pochi giorni dopo, passando davanti ad una libreria, la sua attenzione venne attirata da un libro-intervista con la copertina rosso fuoco ed un titolo fin troppo eloquente: "Panico". In esso, il neurologo Rosario Sorrentino spiega come l'attacco di panico, non è altro che una "bugia", un "falso allarme", del cervello. Questo organo estremamente plastico e flessibile, se continuamente sollecitato da pensieri, fobie e preoccupazioni di ogni genere (specie in persone estremamente emotive o psicologicamente traumatizzate o dedite al consumo di droghe), può far scattare, in situazioni di relativa tranquillità, quel forte ed insistente batticuore che dà, per pochi minuti che sembrano ore, quella sgradevolissima sensazione di morte.

Sebbene l'attacco di panico segnali in realtà un pericolo che non c'è, esso provoca nell'individuo un forte stato di prostrazione e di insicurezza che si ripercuote negativamente nel suo rapporto con l'ambiente che lo circonda e la società. Da qui l'opportunità, secondo il Sorrentino, di iniziare una seria terapia farmacologica per annullare gradualmente il fenomeno, senza commettere l'errore di affidarsi ad uno psicologo, convinto assertore del potere curativo della parola.

Dopo il primo attacco di panico, il senso di scoramento che ne derivò fu alquanto deleterio per il sottoscritto: di notte erano frequenti i risvegli improvvisi dovuti a sensazioni di soffocamento, accompagnati ad una specie di "stretta" al cuore; e il flacone di Lexotan doveva essere a portata di mano.

Ma, nonostante tutto, non ci fu bisogno né dello psicologo, né del neurologo per venire fuori da uno stato che rasentava l'ipocondria: dopo aver cominciato a lavorare, a stare maggiormente a contatto con la gente, a frequentare una donna con cui si ha molto in comune, si arriva a capire che forse la cura migliore è una sola: vivere.

6 febbraio 2010

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