All you need is… POP

23 Agosto 2010  _____________________________________________________________________________________________________________________________________________

Da Andy Warhol a Prada: cosa resta di una delle più importanti correnti artistiche del dopoguerra



All you need is… POP



diLetizia Annamaria Dabramo



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Colore, colore e ancora colore è stata la parola d’ordine di chi ha voluto seguire i diktat di quest’estate 2010. Fantasia sfrenata e abbinamenti cromatici che sono un tripudio di tonalità sgargianti e sfumature vivaci, come si addice ad uno dei periodi più amati quale è quello vacanziero.

E da quale corrente prendere spunto se non dalla Pop Art, sinonimo di eccentricità e innovazione in tutti i campi? Alfieri di questa corrente sono stati, tra gli altri, il poliedricoAndy Warhol(i suoi campi di interesse spaziavano dalla musica all’arte, senza disdegnare il mondo della moda),Roy Liechtnestein, Richard Artschwager,Peter Blake, Piero Manzoni. La loro peculiarità fu quella di portare avanti una feroce critica della società capitalista in un modo del tutto inaspettato: niente trattati prolissi o manifesti in bianco e nero, ma sferzate di colore, enormi tele che attiravano lo sguardo inducendo, proprio con la loro carica (pan)estetizzante, a soffermarsi sul messaggio.

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Icone del mondo del cinema, personalità politiche di gran rilievo o personaggi dei fumetti, poco importava quale fosse il soggetto dal momento che, frutto della società industriale quale era e prodotto di mercato, si limitava ad essere una produzione seriale di se stesso. Abbattimento del mito attraverso il mito stesso: un concetto che per certi versi potrebbe apparire banale, ma corollario di quella contestazione che tutto permeava, in un mondo paralizzato dal terrore di uno scontro nucleare (la Guerra Fredda non offriva garanzie di non belligeranza), sul baratro dell’implosione e in procinto di fare il suo ingresso in un’epoca già predetta da quei profetisui generis

Mao visto da Andy Warhol

(clicca per ingrandire)

La copertina di Sgt. Pepper’s realizzata da Peter Blake

(clicca per ingrandire)

Ma torniamo a noi: cosa è rimasto e cosa si sta rinnovando? Certo, i "padri fondatori" di questa arte (nei confronti della quale molti sono ancora diffidenti) restano, e i loro nomi riecheggiano nelle sale museali, ma non solo: nelle strade, sulle passerelle, negli showroom e in tutti quei luoghi, fisici e metafisici, che nel 2010 o giù di lì hanno deciso di rendere loro omaggio.

Non può non comparire nella lista il mondo della moda, che vanta un vasto repertorio di citazioni e riedizioni in "salsa pop": a partire dai maxi bangles diDiane Von FurstenbergRoberto Cavalli, i primi, coloratissimi e in tessuto, sono una valida alternativa ai più diffusi in plastica, i secondi dalle più "spigolose" e svariate forme geometriche, si trovano nelle tonalità del viola, del corallo e del rosa.

Al collo una delle catene sproporzionate diDonna Karan Collection, le enormi sfere trasparenti diMichael Kors, o i monili diTarina Tarantino, dedicati a personaggi come Barbie o il Cappellaio Matto, da accostare ad abiti minimal, senza fronzoli e particolarità che possano "rubare la scena" agli accessori.

La collezioneIcebergsembra un vero e proprio tributo ad un mito degli anni ’60: l’esile modella Twiggy, musa di tanti, tra artisti, stilisti e fotografi, che in alcune tra le pose più famose viene ritratta in colori sgargianti, ripresi dalla maison per un tubino costellato di borchie tonde, che cade morbido in vita, e un mini trench strutturato con manica a tre quarti e maxi bottoni neri.

Omaggio anche al simbolo dei cartoon di casa Disney per eccellenza:Topolino, che spunta con le sue enormi orecchie sulla scollatura del tubino neroIceberg(da notare l’accostamento con un maquillage forte, che prevede un rossetto color verde acido), oltre che nel "Beijing’s Luxury Yintai Shopping Mall", un ipermercato sito nella capitale cinese, dove il topo più famoso del mondo è il soggetto della criticatissima installazione che lo vede crocifisso. Ma anche questo è pop.

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Lavagne nere su cui disegnare il divertissement di un modello mai realizzato per davvero: è questo lo spirito che pervade gli abiti diMoschino, che disegna tasche, cinture e polsini, per rendere unico e ironico un capo altrimenti semplicissimo.

Strizzate d’occhio al fluo anche da (in senso orario) Derek Lam, Proenza Schouler, Malandrino eMoschino Cheap & Chic: dal fucsia all’arancione, in questo singolare arcobaleno c’è spazio per le tinte più eccessive, fino al giallo limone e al blu eletttrico.

Nel mood perfetto èVersace, che presenta mini abiti arricchiti con inserti in pvc, pelle, borchie, ricami o tagli, resi più 60’s dagli stivali open toe con plateau, ora color rosa pesca, ora con fantasie optical nere su fondo bianco.

Si prosegue con il maxi dress diLorenzo Riva: scollo all’americana e stampa oversize della Statua della Libertà, e gli occhiali da sole "gelatinosi" per proteggere gli occhi delle factory girls diGilesPrada; quest’ultima non disdegna neppure l’utilizzo di materiali "plastici" per borse e sandali.

E per il maquillage? Quale linea più indicata di "Les Pop-up" diChanel, e in particolare la collezione di smalti dai colori audaci e freschissimi, con dei nomi ripescati ad hoc come Nouvelle Vague, Paparazzi, Biarritz e nuance che vanno dal ciliegia al verde acqua: insomma, amore a prima vista.

Ma la fascinazione non si ferma qui: dalla musica ai complementi d’arredo, sono infiniti i settori in cui si respira "profumo di pop"; si spera solo che questa passione rispolverata porti con sé anche il gusto dissacrante e la capacità critica dei progenitori della corrente.

Già, perché a questi artisti bisogna riconoscere anche il merito di aver intuito quale fosse l’evoluzione (o l’involuzione) di un mondo in seno alla civiltà industrializzata: proprio Andy Warhol con la sentenza lapidaria "In the future, everyone will be world-famous for 15 minutes" ("Nel futuro tutti saranno famosi per 15 minuti") induceva a prendere le distanze da tutti i falsi miti partoriti, osannati e gettati nel dimenticatoio dai media. Lo diceva nel 1968, ignaro (o forse no?) dei reality-show e dei format che di lì a qualche decennio avrebbero invaso i palinsesti televisivi.

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