Specchio, specchio delle mie brame

13 Agosto 2010  _____________________________________________________________________________________________________________________________________________

L’incapacità di accettarsi: quanto influiscono la moda , i media e le immagini femminili stereotipate



Specchio, specchio delle mie brame



diLetizia Annamaria Dabramo



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I media quotidianamente sono intasati da immagini, prodotti di mercato troppo spesso costituiti da corpi femminili. Oggetti del desiderio tristemente ridotti ad una posa ammiccante, non di rado poco vestita, e uno slogan accattivante. E’ lecito chiedersi come si sia giunti a tutto ciò: e la risposta non può semplicemente essere rappresentata dalle ferree regole del mercato, dalle strategie votate alla vendita. Si è assistito ad un progressivo e doloroso impoverimento culturale e ad una perdita di valori, attribuibili ai più disparati elementi; profondi mutamenti che sarebbe complicato affrontare in maniera analitica.

Ma l’azione combinata dei sopraccitati fattori socio-economici ha condotto ad un risultato tanto avvilente quanto "predicato" (e propinato) dai media. Forse a causa della "debolezza" che dalla notte dei tempi incatena la figura femminile, alternativamente, ai cliché di creatura salvifica, peccatrice o ancora di "angelo del focolare", che ha consentito l’acquisizione di quei diritti considerati inalienabili solo in tempi estremamente recenti.

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Sia per la subordinazione alla società patriarcale (e connotata con forti caratteri maschilisti), sia perché, probabilmente, più vulnerabile e assoggettabile allo "spendi & spandi", pilastro del commercio occidentale, oggi la donna si vede spesso ridotta a puro marketing, veicolata da un irreale modello di bellezza. O meglio, di appeal: dal momento che procacità, sfrontatezza e carica sensuale non possono essere racchiuse sotto l’etichetta di bellezza, una qualità che, senza dubbio, racchiude tutto ciò, ma molto altro ancora.

Il mondo della moda non si sottrae a questa logica, e ciò che gli si può imputare maggiormente è la sua presenza invasiva in quella categoria più "a rischio", per così dire, quella in formazione e costante evoluzione, sia fisica che psicologica: i teen-ager. Ragazzine arruolate per sfilare sulle passerelle durante la fashion week di questa o quella capitale della moda, sottoposte a regimi alimentari inesistenti, fanno quasi tenerezza a vederle ostentare sicurezza, con la loro fragilità.

Non bisogna trascurare, del resto, la controparte teen-ager: lettori e lettrici di moda, appassionati in genere che, proprio perché in una delle fasi più critiche del percorso della vita, più soggetti ad assimilare alcune informazioni errate e ad adottarle come proprio stile di vita.

Immagini fuorvianti, che spesso sono nell’occhio di chi guarda, trainate da una lacerante scarsità di autostima e che, non di rado, possono avere epiloghi drammatici.

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Questo argomento è trattato volutamente d’estate quando, accanto alla voglia di uscire, divertirsi, abbronzarsi e fare le ore piccole, si rivela l’insicurezza di quante tentennino davanti alla prova costume, rincorrendo quel famoso ideale di perfezione. Chirurgica, troppo spesso: già, perché la problematica è trasversale, affligge contestualmente la ragazzina quindicenne ed una sua potenziale madre; insomma, fasce d’età ben distanti tra di loro, ma accomunate da quel senso di inadeguatezza a cui ci si è piegate nel corso degli (ultimi) anni.

Sarebbe una buona cosa educare all’accettazione di sé, soprattutto sul fronte della fisicità: imparare che seno prosperoso e vitino da vespa molto spesso non vanno d’accordo tra loro, che le forme in eccesso non vanno succhiate via con una liposuzione, ma smaltite con della attività fisica e che, più in generale, è necessario imparare ad osservarsi in modo adeguato: non con occhi acritici, s’intende, ma neppure troppo severi, per evitare di annebbiare anche la realtà intorno a noi, oltre che la nostra stessa immagine riflessa nello specchio.

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Piacersi per ciò che si è, ammettendo i difetti e i limiti (anche lagnandosi quando è il caso!), ma valorizzando ciò che di buono c’è: a fronte di un naso troppo sporgente o di qualche chilo in più sui fianchi riconoscere la bellezza di un volto o l’armonia di un corpo, probabilmente non taglia 38, ma in grado di vestire qualsiasi capo d’abbigliamento con eleganza e personalità.

Anzi, il primo step sarebbe iniziare ad esercitarsi guardando le altre donne: colleghe, amiche, mamme, zie, cugine ed individuare la bellezza che può rivelare un’imperfezione, un segno del tempo, una ruga. Forse proprio perché abbattendo le barriere e le rivalità tra donne ci si può svincolare del tutto dall’oppressione e dalla pressione psicologica esercitata da parte di certi ideali devianti che si sono rafforzati, delle debolezze dei singoli individui, delle peculiarità svilite a livello di "difetti", vergogne da occultare prima, e correggere con un bisturi, poi.

Continuare a sottomersi all’attuale regime estetico (o… "estetocratico") costituisce un grave macchia sulla fedina di quante ogni giorno lottino aspramente per l’affermazione dei propri diritti in ogni ambito: lavorativo e familiare in primis; mortificare la donna in quanto essere pensante e ridurla a un bel corpo da cartellone pubblicitario è pura strumentalizzazione, e chi piega la testa o volge lo sguardo da un’altra parte è colpevole tanto quanto chi compie concretamente il gesto.

La moda, quella vera, pone l’accento su queste questioni (forse poco sensibile ad altre lo è stata, certo), premendo affinché ciò che emerga più di tutto non sia lo spirito di emulazione, ma la sicurezza di sé: non è un caso che Vogue Italia, il cui parere è autorevolissimo nel campo, abbia aperto una sezione sul suo sito chiamata proprio Curvy.

Un’area dedicata alle donne più morbide, sinuose, o a quelle non troppo slanciate, trattando gli argomenti non con sufficienza o leggerezza, ma nello stesso modo in cui vengono trattate le bellissime da copertina. Scelta dello stesso gruppo editoriale è stata quella di bandire le modelle zero size (taglia corrispondente ad una 34-36), evidentemente poco rappresentative di figure femminili sane ed adulte.

Bisogna quindi giungere alla completa maturità e alla piena consapevolezza di sé, per giudicare quanta parte della cura per noi stesse sia dettata da autocompiacimento e quanta per avvicinarsi all’idolo di turno.

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