Cos’è il rooming-in: quali sono i pro e i contro della pratica

Con la morte del neonato presso l’Ospedale Pertini di Roma, si è riacceso il dibattito sul rooming-in: vediamo cos’è e come funziona.

Il rooming-in è una pratica che ha iniziato a diffondersi negli ospedali di tutto il mondo intorno agli anni Novanta. Dopo la morte del neonato presso l’Ospedale Pertini di Roma, il dibattito in materia si è riacceso: vediamo cos’è, come funziona e quali sono i pro e i contro.

Rooming-in: cos’è e come funziona

Il parto è uno dei momenti più belli che può vivere una donna, ma allo stesso tempo è un evento difficile da affrontare. Non è soltanto la nascita ad essere dura, ma anche le ore immediatamente successive. E’ bene sottolineare che non tutte le persone si dicono esauste e in preda ad una forte stanchezza, ma questo non significa che quante si sentono stanche debbano essere trattate come aliene. Con la morte del neonato avvenuta presso l’Ospedale Pertini di Roma, causata probabilmente dal peso della mamma che si è addormentata dopo averlo allattato, si è riacceso il dibattito sulla pratica del rooming-in.

Con questo termine si indica la possibilità di lasciare il neonato nella stessa stanza della mamma dopo il parto. Secondo una dichiarazione congiunta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dell’Unicef del 1989, il rooming-in è caldamente consigliato in tutte le strutture sanitarie. “Permettere alla madre e al bambino di restare insieme 24 ore su 24 durante la permanenza in ospedale” consente di creare immediatamente un forte legame tra la mamma e il neonato. Non solo, questa pratica favorisce anche il naturale allattamento al seno.

E’ bene sottolineare che il rooming-in, che prevede il posizionamento di una culletta accanto al letto della madre, è ampiamente diffuso in quasi tutti i nosocomi del mondo. La donna, però, può anche chiedere di portare il bambino al nido. In questo ultimo caso, avvengono incontri ogni tre ore per l’allattamento e non si sta h24 con il bebè.

Rooming-in: pro e contro

Il rooming-in, secondo quanto sottolineato dai pediatri, è una pratica più che positiva. Non aiuta solo a stabilire fin da subito un legame tra la madre e il bambino, ma ha tanti altri pro. Calma il neonato, favorisce il corretto allattamento al seno, stabilizza il metabolismo e la temperatura corporea del bebè, regola la respirazione e il battito cardiaco. I pediatri, però, avvertono: è necessario “essere vigili sul fatto che il piccolo respiri bene e abbia un buon colorito“. Inoltre, il bimbo deve dormire nella sua culletta, a pancia sopra, e non nel letto della mamma.

Il più grande contro del rooming-in è sorto dopo l’esplosione della pandemia da Covid-19. Mentre prima gli ingressi in ospedale erano garantiti a tutti, adesso non è così. Di conseguenza, una donna che ha appena partorito non può chiedere aiuto a nessun familiare e si ritrova a gestire il ricovero con le altre pazienti, con il solo sostegno del personale medico, spesso oberato di lavoro. E’ per questo che, dopo quanto accaduto al Pertini di Roma, le mamme chiedono ai vertici ospedalieri di tornare a consentire l’ingresso dei parenti.

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