Il prossimo 18 settembre segna i cent’anni della nascita di Luigi Pintor. Al fondatore del manifesto, al massimo interprete del migliore giornalismo politico, e non solo, dedichiamo questo nostro ricordo.
Dalla Bibbia. “il bastone di Aronne per il casato di Levi era fiorito: aveva prodotto germogli, aveva fatto sbocciare fiori e maturato mandorle”.
Sulla collina di San Potito, a Napoli, la Congregazione di San Giuseppe dei Nudi detiene una collezione di reliquie unica in Italia. Tra queste, la più importante si trova in una bella teca di legno cedrino: il bastone fiorito appartenuto a san Giuseppe.
In Maremma, nella sua piccola casa di vacanza, Luigi Pintor aveva notato una stranezza in un palo che aveva conficcato qualche tempo prima per costruire uno steccato. Erano spuntati dei germogli, mi raccontò incontrandoci per caso da quelle parti. Quel che sembrava un pezzo di legno senza vita era vivo e vegeto. Aveva ancora voglia di germogliare e crescere.
No, non attribuisco a Pintor poteri miracolistici, però sono consapevole che il mio ricordo del grande giornalista rischia di sconfinare nell’esaltazione. Cito innanzitutto quell’episodio, perché è il primo che mi torna alla mente quando capita di pensare agli anni trascorsi al manifesto e in particolare a quelli al fianco di Luigi, quando ero uno dei due vicedirettori con Pierluigi Sullo. Il Pintor campagnolo, che scopre il germoglio su un umile palo, è l’uomo curioso, di rara sensibilità, attento al minimo dettaglio, è lui che mi resta nei pensieri.
Pianta pali, Luigi, per creare un contesto, non per segnare un perimetro e chiudersi al mondo. Antidogmatico per indole, la capacità di stupirsi di fronte ai “miracoli” della realtà, Pintor non viveva nel recinto di un’ideologia, pur essendo persona di forti convinzioni e principi. Aveva l’intelligenza mobile e aperta del giornalista di razza che a stento la sua solida cultura – e identità – politica poteva contenere.
Come il palo che germoglia, Pintor era molto umilmente elegante. Lo era nella rigorosa e ricercata essenzialità della sua scrittura, allergica ai fronzoli retorici e aperta a sprazzi, a volte fulminei, di ironia che rendevano la lettura dei suoi editoriali e corsivi straordinariamente godibile. Ore a limare, a scartare tutto quel superfluo che altri avrebbero considerato irrinunciabile. Era elegante nel modo di vestire, un’eleganza molto personale, anch’essa nel segno della sobrietà. Aveva l’abitudine, nei giorni freddi, d’indossare, uno sopra l’altro, due cardigan, su pantaloni spesso di velluto a coste. Rara la giacca. E gli occhiali, azzeccati sulla fronte, che li muoveva, in su e in giù, come fossero parte del suo gesticolare, a sottolineare interesse o stupore verso l’interlocutore.
Con Gigi aveva un rapporto più operativo e organizzativo, essendo Gigi giornalista valente e grande lavoratore, un po’ brusco con i compagni, che poi venivano da me. Io, invece, fui scelto – mi feci quest’idea – per ragioni più politiche ma anche perché, provenendo dagli Esteri, potevo dargli una mano su quel versante. Le “ragioni politiche” avevano a che fare con valutazioni interne, in una delle fasi di maggiore divisione in redazione. Io avrei dovuto “coprirlo” sul versante della redazione in cui la “destra” – io e altri compagni in seguito possibilisti con la svolta della Bolognina – si sommava con l’area dei compagni di cultura e spettacoli – prevalentemente della sinistra operaista – che tenevano a mantenere il Pci e la Cgil e le loro vicende il più alla larga possibile dal manifesto, mentre Pintor e i vecchi si muovevano proprio in quella direzione. Una variopinta “opposizione” che poteva diventare maggioranza. Strane alchimie interne, temo incomprensibili all’esterno, allora, figuriamoci oggi.
Un altro motivo di tensione interna era dato dalla spinta, soprattutto da parte di Gigi, volta a imprimere una forte svolta politica e quindi grafica al giornale, dandogli decisamente i connotati di un quotidiano di battaglia mentre si entrava nel pieno dell’epoca berlusconiana, con poi la guerra del Golfo. Ci fu una serie di interventi grafici per arrivare al formato tabloid, e nel processo di trasformazione fu determinante Piergiorgio Maoloni. L’avevo conosciuto bene al Messaggero, dove avevo compiuto i primi passi in una redazione, per poi chiedere asilo al manifesto. Maoloni era il grafico più bravo e più considerato a quei tempi e, quando gli chiesi di dare una mano al manifesto, accettò volentieri. Lavorò molto intensamente con Gigi e altri compagni grafici, con Pintor che – non so quanto convintamente – di volta in volta benediceva le innovazioni maoloniane.
La vicinanza a Pintor – di noi giovani – aveva qualcosa di speciale, anche perché Luigi era parte di un gruppo straordinario di compagni – Rossana Rossana, Valentino Parlato, Michelangelo Notarianni, K. S. Karol, e in seguito Luciana Castellina, Lucio Magri, più i saltuari Marcello Cini, Hrayr Terzian, Danielle Mazzonis e tanti altri. C’era un gap generazionale visibile, rispetto ai fondatori, che non so se, quanto e come abbia influito, in quei decenni, ma anche dopo, sul percorso del quotidiano comunista.
Molti di quei giovani non sono più tali e, se nessuno di noi ha raggiunto la statura dei grandi vecchi e, come gruppo di coetanei, non siamo stati in grado di raccogliere la loro eredità, è anche perché non siamo riusciti a far nostra la lezione principale della loro esperienza: un grande spirito di coesione, direi di complicità, oltre le loro pur considerevoli diversità, una solidità e una solidarietà esemplari che ponevano sopra tutto, non i loro pur grandiosi ego, ma il primato del manifesto. La loro creatura.
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