A Bologna tutti concedono sei ore alla preghiera, otto al canto e dieci alla prostituzione. A Venezia si ha il privilegio di stramberie sei mesi all’anno. A Genova regna il cicisbeo, creatura singolare immaginata per il riposo dei mariti e il piacere delle dame. A Milano si è alloggiato Dio con magnificenza soltanto per poterlo ingiuriare con regalità perché è la religione ad annodare gli intrighi degli amanti.
È Ange Goudar, parigino di adozione, a scrivere queste considerazioni sui costumi degli italiani nel libro L’espion chinois (1765). L’amico Giacomo Casanova nelle sue Memorie lo ricorda come uomo d’ingegno, ruffiano, ladro di giochi d’azzardo, spia della polizia, falso testimone, ingannevole, audace e brutto. Viaggiatore per tutta Europa con alterne fortune, Goudar fu acuto osservatore della vita politica e sociale del suo tempo che ha riportato fedelmente nei suoi scritti.
Alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso aiutai una ragazza a superare l’esame di riparazione in lingua francese e ricevetti in dono il primo romanzo di Herman Melville, Taipi, in parte autobiografico. Un bellissimo volume ricco di illustrazioni a colori. La descrizione delle isole, oltre ad affascinarmi, aveva stimolato la mia curiosità e già mi vedevo sulla mia barca a vela a solcare i mari. Il viaggio è diventata la mia passione e quando non potevo viaggiare ripercorrevo quelli fatti attraverso i libri che collezionavo.
È Franco Contini, fotografo, cineasta. Veneziano come Casanova, parigino come Goudar, viaggiatore e collezionista. Quadri, minerali, argenti, vetri, libri di viaggio in Italia scritti da inglesi, francesi, tedeschi che in epoche diverse hanno attraversato le Alpi. Li sta catalogando: più di seicento volumi. Me li porge con deferenza, mi fa notare il frontespizio, la data e il luogo di pubblicazione (molti risalgono al XVI secolo) e di alcuni si fa traduttore simultaneo per brevi brani.
Com’è nata la sua passione per il collezionismo?
Credo che abbia a che fare con la mia passione per la fotografia. Cominciai a fotografare a quindici anni, nonostante utilizzassi una pessima macchina. Erano gli anni in cui con un gruppo di veneziani giravamo per la città e fotografavamo tutto. Ci accomunava la passione ma soprattutto il desiderio di documentare e conservare ciò che ci emozionava: un oggetto, un soggetto, una luce, un’ombra. Eravamo convinti di racchiudere in quegli scatti la nostra memoria. La fotografia, poi, per me si trasformò in cinema documentale. Il documentario nasce da una necessità di rappresentare, ricordare, spiegare e comunicare il tempo e il suo trascorrere ma anche per testimoniare e fissare il tempo presente. La collezione è quindi una specie di proiezione di un ricordo e il testimone di questo ricordo è l’oggetto collezionato.
Una passione che è sfociata anche in un’attività…
Sì, per dieci anni ho fatto l’antiquario, a Parigi. Ho affittato un locale, sette metri quadrati: lo spazio era così esiguo che i clienti entravano uno alla volta. Ero bravo nel reperire gli oggetti da vendere, dalle sculture ai piccoli quadri che, se occorreva, restauravo come questo libro a cui ho rifatto il dorso e la copertina con la stoffa di un mio gilet. Il negozio poi è diventato un set per un documentario su Pablo Picasso che l’aveva frequentato nei primi anni del Novecento per la sua collezione di maschere africane.
Questo fil rouge ci porta alla sua collezione di libri del Grand Tour.
Il Grand Tour per me è l’espressione della cultura di un popolo. I viaggiatori inglesi, francesi e tedeschi che hanno attraversato l’Italia lo hanno fatto con uno spirito archeologico, certi di trovare qui le loro radici culturali. Radici che ognuno ha voluto indagare anche in altre parti del mondo conosciuto. Penso all’Itinerarium Hierosolymitanum, il più antico racconto conosciuto di un itinerario cristiano datato 333-334 scritto da un anonimo pellegrino durante il viaggio da Bordeaux a Gerusalemme. L’itinerario è descritto minuziosamente, località dopo località.
Franz Schott, autore di una guida per pellegrini diretti in Italia per il giubileo del 1600 non si limita a elencare i luoghi che attraversa, ma li descrive, come descrive le persone che li abitano.
Mi permetto di dire che ci troviamo in presenza di una collezione di fotografie letterarie e quindi abbiamo trovato una liaison tra la fotografia, cioè la voglia di ricordare quello che si è visto, e la scrittura che funge da fotografia in assenza della stessa. Gli estensori di questi testi erano quelli che noi chiamiamo reporter, giornalisti, che adesso sono evoluti in fotoreporter. Grazie alle loro guide si sono potuti poi scrivere testi storici il più possibile veritieri.
Lei si considera un reporter?
Non ho mai resistito a un libro che parlava dei luoghi da me visitati. Se da un lato con la macchina fotografica potevo interpretare il presente, avevo bisogno di un libro che mi raccontasse il passato di quel luogo. Un occhio altro rispetto ai miei e all’obiettivo di una fotocamera.
E tutto si ricompone. Fotografia dopo fotografia. Una collezione.
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