Settanta pagine tra scienza e filosofia delineano una visione dell’esistenza centrata sull’uomo e sul suo legame con la Terra: un rapporto vitale, indispensabile per lo sviluppo della vita. Luis J. Carlos Barbato, agroecologo, ecologo umano e rurale, già docente universitario e ricercatore, è tra i pionieri della sostenibilità agricola e della tutela ambientale. Nato in Argentina settantacinque anni fa, figlio di agricoltori italiani, vive oggi nella campagna veneziana. Grande viaggiatore e osservatore del rapporto tra uomo e natura, è autore di Agricoltura di guerra. Un racconto (molto) contemporaneo, edito dalla Libreria Editrice Fiorentina.
Tre i protagonisti del libro: un imprenditore immobiliare intenzionato a rendere i propri terreni rifugio contro un possibile collasso sociale; un contadino esperto ma deluso dall’agricoltura convenzionale, alla ricerca di pratiche autentiche; e un medico che, temendo tempi difficili, vuole riconnettersi alla terra.
“Tutti condividono la stessa esigenza: imparare un sapere agricolo antico e autonomo, capace di garantire la sopravvivenza in caso di crisi estrema”, afferma Barbato. L’autore si misura con domande cruciali nei tempi oscuri e bellicosi in cui viviamo, ricordando che l’umanità continua a trarre vita e nutrimento da una terra attraversata da conflitti e tensioni.
Voce profonda e cadenza veneta, o forse argentina, Barbato è un fiume in piena. E parla di una verità elementare: la vita continuerà solo se ci sarà nutrimento. Ma come conciliare ciò che appare un intreccio irresolubile e minaccioso? Come coltivare la terra in caso di catastrofe?
Immaginiamo una crisi, un’epidemia, una guerra, una lotta per la sopravvivenza. Facciamo finta di essere Robinson Crusoe, soli, con la terra a disposizione: sapremmo coltivarla per vivere? Cosa sappiamo di semi, coltivazioni, raccolti, conservazione, distribuzione? L’opulento mondo occidentale è sommerso di cibo ma ignora il significato delle stesse parole che pronuncia ogni giorno. Dipendiamo da un’agricoltura industriale fatta di sementi e non di semi, di trattori e non di mani che incidono la terra. Non conosciamo più la profondità giusta per deporre un seme che germini e ci dia nutrimento. Dobbiamo reimparare ciò che la specie umana un tempo sapeva bene.
Oggi l’agricoltore, oltre a dover rispondere a un mercato esigente, deve dimostrare di aver acquistato sementi certificate, provenienti da vivai accreditati, piante dotate persino di un “passaporto”. È il consumatore a pretenderlo, con l’idea del prodotto perfetto e standardizzato. Ma ciò genera una catena complessa, che separa sempre più chi coltiva da chi si nutre.
Seme o semente?, si chiede Barbato. Da prodotti di semenzai certificati nasce ciò che mangiamo. L’agricoltore deve indicare nella confezione la tracciabilità, mentre noi dovremmo interrogarci su chi ha manipolato la semente da cui deriva ciò che portiamo in tavola.
Come si raggiunge, allora, l’autosufficienza alimentare?
L’uomo moderno parte da semi domesticati per massimizzare la resa. In principio mangiavamo cibo, oggi si parla di nutrimento. L’industria agroalimentare, che ha sostituito i contadini, produce alimenti standardizzati, calibrati, omologati. Ma cosa distingue cibo, alimento e nutrimento? Tutto ciò che è edibile è chiamato cibo, ma la distinzione tra società e culture la definisce l’alimento. Nella stessa famiglia un diabetico o un celiaco evitano ciò che altri consumano: è una ricerca personale di nutrimento. L’industria ne fa marketing, confondendo i termini e svuotandoli di senso.
Negli ultimi decenni il mercato ha introdotto concetti come probiotico, eubiotico o nutraceutico, unendo l’idea di nutrimento a quella di farmaco. Ma dietro le etichette si nasconde una complessa rete che intreccia etica, salute, interessi economici e pubblicità, spingendo il consumatore verso scelte spesso illusorie. Bombardati da slogan e immagini, crediamo di essere liberi, mentre ci muoviamo in un sistema che orienta desideri e bisogni.
Libertà e salute, osserva Barbato, sono oggi subordinate alla quantità:
Pratichiamo un’agricoltura che mira al volume, non alla qualità. L’uomo ha impiegato millenni per addomesticare semi e animali; non possiamo gestire in una generazione un sistema così complesso. L’agricoltura ha tredicimila anni di storia. Con incroci, genetica e mutazioni, l’uomo ha reso comode per sé piante nate dalla natura. Ma paradossalmente oggi l’agricoltore, in caso di crisi, non saprebbe più coltivare.
Il secondo paradosso, aggiunge, è che “coltiviamo per quantità, non per qualità. Basterebbe meno cibo per vivere come viviamo ora. Produciamo quanto basterebbe per dodici miliardi di persone, e il quaranta per cento viene sprecato già alla produzione”. Standard di mercato e richieste industriali obbligano l’agricoltore a scartare frutti e piante non conformi. I cavolfiori, ad esempio, devono avere un diametro preciso per essere venduti: quelli più piccoli o più grandi vengono esclusi. Lo scarto diventa materia per l’industria, ma anche lì esistono limiti tecnici che lasciano inutilizzati grandi quantitativi di prodotto.
Fortunatamente — nota Barbato — oggi nascono associazioni che recuperano ciò che altrimenti verrebbe gettato.
Lo spreco non è solo economico, ma culturale. Ciò che per una popolazione è risorsa, per un’altra è inutile. “Chi non conosce il frumento lo userà per le galline, abituato com’è al miglio o al panìco”, ricorda Barbato, evocando il fallimento storico delle spedizioni di latte in polvere verso l’Africa, dove mancava l’acqua per usarlo.
Dobbiamo comprendere che l’agricoltura non è mai individuale, ma comunitaria. Nei primi insediamenti si lavorava insieme, ognuno con un ruolo preciso. Si decideva dove mietere, in che ordine, chi taglia e chi raccoglie. Nasceva così la vita sociale: dal bisogno di coordinarsi, di imparare dagli errori, di trasmettere conoscenze condivise. È servito un cammino di tredicimila anni per giungere a un’agricoltura consapevole.
Un’evoluzione straordinaria, che Barbato ha visto cambiare nel corso di una sola vita. “Solo negli ultimi settant’anni ho assistito a trasformazioni enormi: dai buoi ai trattori, dalla legge sul miglioramento fondiario alla coltivazione della soia al posto del frumento, all’introduzione dei kiwi, ai fertilizzanti chimici. L’agricoltura ha compiuto un salto impressionante.”
Oggi sul tavolo c’è anche la questione del Mercosur, il Mercato comune del Sud che coinvolge Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Bolivia, recentemente entrato in relazione commerciale con l’Unione Europea. Un accordo che riguarda centinaia di milioni di cittadini e che suscita preoccupazione tra i produttori europei.
Per ora — spiega Barbato — è soprattutto un quadro normativo, ma presto arriveranno in Europa prodotti frutto di un’agricoltura intensiva, molto diversa dalla nostra, spesso monoculturale e trattata con glifosato, distribuito persino dagli aerei. Regole e controlli non sono uniformi.
Barbato sottolinea come la politica agricola comune (PAC) europea, con le sue logiche di mercato e dazi, entri in tensione con queste pratiche globalizzate. Da qui le proteste diffuse in vari Paesi europei, spaventati dall’arrivo di prodotti meno costosi ma con standard sanitari diversi.
L’agricoltura, prima attività dell’uomo, ha modellato la società ad ogni latitudine.
Il modello agricolo, osserva Barbato, nasce con un paradosso antico: la vittoria simbolica di Caino su Abele. Abele era allevatore, Caino agricoltore. E Adamo? Cacciatore o raccoglitore? Se raccolgo semi, o una carcassa lasciata da un animale, sono cacciatore o agricoltore? Da questa ambiguità prende forma la nostra storia.
Non è una guerra, ma una riflessione sulla terra: Agricoltura di guerra mette a confronto la condizione attuale con quella originaria. “Siamo di fronte a guerre in Ucraina, a Gaza, in Venezuela. Ma l’agricoltura stessa è teatro di un conflitto: l’agricoltura mite, comunitaria e sostenibile, sta perdendo contro quella industriale e standardizzata. Dalla farina allo yogurt, tutto è omologato. La qualità è diventata un marchio, un’etichetta di Stato.”
Dietro i bollini DOC, DOCG e IGT — ricorda Barbato — si nasconde una burocrazia che misura la qualità con parametri rigidi. “Ma come possiamo sapere che l’uva del 2026 sarà identica a quella del passato, se il clima non è più lo stesso? La natura non risponde ai protocolli.”
L’agricoltura primaria, integrata nell’universo, resta precaria per sua natura: “Dipende da variabili che l’uomo, e nemmeno l’intelligenza artificiale, può controllare.”
Eppure, un’agricoltura mite e minima è possibile. “Con mille metri quadrati si può produrre fino al settanta per cento del fabbisogno di tre persone. Persino nella laguna veneta si ottiene olio d’oliva, oltre a ortaggi e frutta. Il paradosso è che oggi produciamo cibo per dodici miliardi di persone pur essendo sette miliardi e mezzo, ma non sappiamo conservare l’eccedenza.”
Da qui il titolo del libro: Agricoltura di guerra. Perché, spiega Barbato, “l’agricoltura di oggi genera premonizioni che spaventano l’uomo moderno, abituato alla comodità. Ma dovremmo rimboccarci non solo le maniche, anche il cervello.”
Scrivere questo libro significa, per l’autore, “smontare il mito romantico dell’autosufficienza agricola”: non semplicità ma competenza, fatta di gesti precisi e conoscenza ecologica.
Oggi, osserva Barbato, l’agricoltura è divenuta “una dipendenza da logistica e mercati”, ma in tempi di crisi “non conta la potenza dei mezzi bensì la competenza ecologica”. Se la terra non nutre più le famiglie ma le filiere industriali, il risultato sono “prodotti e non nutrimento, numeri contabili ma non pane”.
L’agricoltura che davvero nutre richiede pratica continua, adattamento e pazienza: “L’esperienza non si compra, si costruisce.”
Le logiche del profitto si scontrano con i tempi della terra: “La terra rende se si sa aspettare”, afferma Barbato. “Segue ritmi lenti, biologici, indifferenti all’ansia.” Ma l’ansia oggi è ovunque: il cambiamento climatico, la perdita di suolo fertile e di saperi agricoli sono i segni di una guerra silenziosa, “una guerra alla terra”.
Coltivare, conclude Barbato, “non è un algoritmo ma un cammino che si impara con la pratica. Seminare è un atto sacro: gesto di sopravvivenza, dignità e futuro.”
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