Le Olimpiadi della sostenibilità: così era stato presentato l’evento Milano Cortina 2026, in programma dal 6 al 22 febbraio. Un progetto che aveva suscitato grande attesa, promettendo di coniugare sport e ambiente.
Sul piano sportivo, l’Italia presenta una squadra ampia e competitiva, soprattutto al femminile: Goggia, Brignone (se ci sarà), Della Mea, Paris, Schieder, Franzoni, Vinatzer, Boscacci, Pellegrino, Costantini e Mosaner nel curling, Wierer, Vittozzi, Giacomel e le staffette del biathlon, Fontana nel pattinaggio veloce. Atlete e atleti che puntano in alto e che avranno il diritto di godersi il loro momento, qualunque sarà il giudizio sul contorno.
Ben più complesso è invece il bilancio ambientale ed economico. La sostenibilità, promessa come bandiera di questi Giochi, rischia di restare un’etichetta vuota.
Un’Olimpiade diffusa, ma non leggera
Per la prima volta nella storia, le Olimpiadi invernali si svolgeranno su tre regioni — Lombardia, Trentino-Alto Adige e Veneto — con eventi diffusi tra Milano, Cortina, Bormio, Livigno, Predazzo, Rasun-Anterselva, Tesero e Verona (che ospiterà la cerimonia di chiusura).
Un modello “diffuso” che avrebbe dovuto ridurre gli impatti concentrati in un unico territorio. In pratica ha moltiplicato i cantieri, le spese e le criticità.
Gli errori del passato non hanno insegnato abbastanza. A Cesana, per le Olimpiadi di Torino 2006, era stata costruita una costosa pista di bob poi abbandonata. Sembrava che quell’esempio avesse suggerito maggiore prudenza: dopo le proteste ambientaliste a Cortina e Venezia, la nuova pista da bob di Ronco pareva accantonata. Anche il CIO si era espresso contro. E invece la decisione politica di proseguire, voluta dal presidente veneto Luca Zaia e dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, ha cambiato il corso degli eventi. La ditta Pizzarotti di Parma si è assunta il rischio e la pista ha ottenuto la pre-omologazione, pur mancando ancora la prova di gara.
I costi, inizialmente previsti a 81,6 milioni, sono saliti a 118,4 milioni di euro secondo la valutazione finale di Simico Spa, la società infrastrutture Milano Cortina 2020–2026.
A Ronco, nel bosco dove è sorta la pista, sono stati abbattuti 825 alberi, più un’ulteriore quota del due per cento per motivi di sicurezza del cantiere. È previsto il rimboschimento con un numero di piantine molto superiore, ma pensare che una piantina equivalga a un albero maturo resta un’illusione.
Cantieri, varianti, strade e montagne ferite
Tra opere incomplete, lavori in ritardo e costi in crescita, il panorama dei Giochi appare frammentato.
Secondo Antonella Belluti, due ori olimpici nel ciclismo e già nazionale di bob, le Olimpiadi dovrebbero essere “un test di credibilità per un Paese che oscilla tra ambizione e improvvisazione”. E aggiunge: “Possiamo ancora immaginare Giochi che non consumano, ma restituiscono?”.
Le Dolomiti, patrimonio mondiale dell’umanità UNESCO, sono un’area di straordinaria fragilità. Le Olimpiadi del 1956 furono piccole e armoniose; oggi si impone un modello pesante, in contrasto con l’idea stessa di sport popolare e accessibile.
I lavori infrastrutturali continuano a trasformare i territori. Le due gallerie sulla statale 51, destinate a bypassare Tai e Valle di Cadore, dovrebbero essere inaugurate il 26 gennaio 2026, mentre la “variante di San Vito”, lunga due chilometri e mezzo, devastando coltivazioni e filari lungo il torrente Boite, non sarà pronta prima di metà anno. Durante i Giochi, chi vorrà raggiungere Cortina dovrà parcheggiare a San Vito e servirsi di navette.
Nella parte bassa della statale 51 sono terminati i lavori di ampliamento tra Castellavazzo e Davestra, ma per la nuova variante di Longarone — 11,2 chilometri di cui 1,6 in galleria, costo 480 milioni — si è soltanto alla presentazione del progetto. Anche qui si promette che resterà “a beneficio del territorio dopo i Giochi”.
A Cortina si sommano ritardi e cantieri: il parcheggio del Faloria slitta al 2029, i parchi gioco e i campi da tennis sono stati eliminati, lo stadio del ghiaccio chiuso per curling, piste condizionate dai lavori, e la nuova cabinovia Apollonio–Socrepes costruita su una frana in movimento. Durante i Giochi l’accesso alla valle sarà limitato: senza biglietto o seconda casa non si entrerà, nemmeno per una semplice scialpinistica ai passi Giau o Falzarego.
La Valtellina non va meglio: a Bormio e Livigno si lavora su piste e logistica, ma la neve naturale manca e si ricorre massicciamente a quella artificiale, con enormi consumi idrici. Sul monte Sponda, a Livigno, è stato realizzato un bacino artificiale di 204.000 metri cubi d’acqua — uno dei maggiori d’Europa — costato 21,7 milioni di euro.
Perfino a Cortina è stata costruita una condotta interrata di 3,6 chilometri per sollevare l’acqua del torrente Boite fino al bacino incriminato di Druscié.
In totale, una decina di nuovi bacini e derivazioni a Livigno, Bormio, Anterselva e Cortina, con prelievi d’acqua anche dai pozzi potabili. Si consuma un bene prezioso per produrre freddo artificiale in un clima sempre più caldo.
Ambientalisti a difesa dle bosco di Romeo e Giulietta, 23 settembre 2023
Trentino e Sud Tirolo: non solo efficienza
Anche nelle regioni più efficienti non mancano le ferite.
Ad Anterselva, il rinnovo dello stadio di biathlon — pur partendo da una base esistente — ha comportato la perdita di 2.500 metri quadrati di bosco. A Perca, la circonvallazione è passata da 78 a 141 milioni di euro, attirando l’attenzione della Corte dei Conti, e non sarà pronta prima del novembre 2026.
A Milano, nel frattempo, si è aperto un capitolo tutto urbano: progetti privati dichiarati “di interesse pubblico” perché legati ai Giochi hanno ricevuto generosi contributi. L’arena olimpica di Santa Giulia — di proprietà Eventim — ha coperto con fondi pubblici 60 milioni di “extra costi”, più altri 12 milioni per le opere viarie regionali e 7,3 milioni per vie d’accesso temporanee pagate dal Comune. Dopo i Giochi, resterà a disposizione dei privati per concerti e grandi eventi.
Simile la storia del Villaggio Olimpico di Porta Romana: area ex scalo ferroviario di proprietà Coima, con parte dei costi coperti da Comune e Regione in nome dell’urgenza olimpica.
Costi fuori controllo e impatti non misurati
Dei 3,54 miliardi di euro gestiti da Simico, solo il tredici per cento riguarda le opere strettamente sportive; l’ottantasette per cento le infrastrutture permanenti.
Il cinquantasette per cento degli interventi sarà completato dopo i Giochi, alcuni persino nel 2033. Le spese sono cresciute di 157 milioni (più quattro virgola sei per cento).
Le maggiori lievitazioni riguardano:
la variante di Longarone (+43 milioni),
la circonvallazione di Perca (+31 milioni, più ventidue virgola quattordici per cento),
la tangenziale sud di Sondrio (+13,3 milioni),
l’impianto a fune di Socrepes (+13 milioni),
il collegamento sciistico di Livigno (+8,5 milioni).
L’aumento dei costi non è compensato da risparmi su altre opere: le Olimpiadi si confermano così un grande cantiere permanente a carico dei contribuenti.
Intanto, la promessa di sostenibilità resta affidata alle parole.
Le associazioni ambientaliste — Pro Natura, Italia Nostra, Legambiente, CAI, WWF, LIPU, Mountain Wilderness, Touring Club Italiano — avevano chiesto sin dal 2022 una Valutazione Ambientale Strategica unica e nazionale per tutte le opere, estesa non solo a impianti e infrastrutture, ma anche agli effetti su suolo e paesaggio. La richiesta, pienamente giustificata, è rimasta inascoltata. Simico e la Fondazione Milano Cortina hanno escluso molte opere dal perimetro VAS, privando il Paese di un quadro d’insieme.
Nel 2024 la rete ambientalista ha scritto al presidente del CIO Thomas Bach per chiedere di non autorizzare la nuova pista di bob; nel 2025 il CAI ha aderito alla rete civica Open Olympics 2026, per monitorare in modo trasparente appalti e impatti ambientali. L’obiettivo è arrivare a un modello di monitoraggio civico e open data che resti come eredità positiva.
Un futuro da ripensare
Milano Cortina 2026 si avvicina tra opere incompiute e bilanci in rosso. Sarà necessario disporre di dati trasparenti e rendicontazioni puntuali: perché, in caso di disavanzi della Fondazione, a pagare sarà ancora lo Stato.
Il CAI propone un Osservatorio Ambientale post-olimpico, indipendente e multi-istituzionale, per seguire restauri, ripristini e smantellamenti. La Regione Lombardia ha accolto l’idea tra le prescrizioni della VAS.
Più in là, l’esperienza dovrebbe trasformarsi in un modello civico da esportare: l’obiettivo è fare in modo che ciò che l’Italia sta realizzando con Open Olympics diventi standard minimo per le future edizioni, come quelle del 2030 sulle Alpi francesi.
Dopo le Olimpiadi: che ne sarà della montagna?
Resta una domanda di fondo: ha ancora senso organizzare Olimpiadi invernali in un’epoca di riscaldamento globale?
Le attività invernali che sostengono l’economia delle terre alte devono riconfigurarsi, superando la monocultura dello sci e della neve artificiale. Le località sotto i 1800–2000 metri dovranno riconvertirsi, puntando su turismo dolce, percorsi naturalistici, cammini e sci alpinismo, con strutture leggere e riuso dell’esistente.
Serve rinaturalizzare, recuperare, smantellare quando necessario, e abbandonare la logica del “costruire sempre di più”.
L’offerta turistica dovrà unire cultura, ambiente, gastronomia e artigianato, creando una rete di ospitalità diffusa e sostenibile.
Conclusione
Chi ha venduto come “sostenibili” le Olimpiadi del cemento e del consumo di suolo deve rispondere dei danni provocati. Bisogna pretendere trasparenza, accertare le responsabilità, imporre il ripristino dei luoghi compromessi.
“Togliere cemento e allargare il bosco” dovrebbe diventare la parola d’ordine del dopo Giochi.
Solo così potremo dire di avere imparato la lezione e guardare con serenità le gare.
Gli atleti e le atlete si sono preparati per anni: non è colpa loro se gli organizzatori hanno tradito la promessa della sostenibilità.
A loro, il nostro tifo.
Alla montagna, il nostro dovere di proteggerla.
gBuone Olimpiadi.
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