Colpiscono di quest’ultima raccolta di Franco Sepe i versi in epigrafe della poetessa americana Silvia Plath: «I frutti oscuri volvono e periscono. / Il cristallo s’incrina, / L’immagine / scompare e abortisce come mercurio in mille / gocce». Si tratta di versi dalla poesia del 1962 intitolata Talidomide, il farmaco che negli anni Cinquanta, somministrato a donne in gravidanza, produsse una tragedia – migliaia di bambini nati con malformazioni. Plath si sofferma nel componimento su un’aspra maternità in cui la vita è sempre in bilico e rivolta verso la distruzione. Franco Sepe, sulla soglia delle sue impermanenze e perseveranze marca dunque, come nella raccolta Elegia planetaria del 2007, il senso della sofferenza: lì la sofferenza inferta alla Terra dal crescente inquinamento e surriscaldamento dell’atmosfera causati dalla civiltà industriale; qui la sofferenza del corpo (e dell’anima) in un universo in cui l’agire umano, l’opera dell’uomo – il farmaco velenoso – rischiano di incrinare la misura del vivere, così che, come nei versi di Plath, l’immagine stessa rischia di scomparire: mercurio «che abortisce in mille gocce». L’opera dell’uomo, di cui i versi di Sepe dicono, è anche la poesia stessa, che sembra denunciare in queste sue «impermanenze», con tono rassegnato, talvolta malinconico, a volte ironico, la scomparsa dell’immagine. L’immagine nella poesia è tutto ma la vanità del mondo e del tempo rischia di cancellarla, di cancellare con essa anche la parola.
A fronte di una sottile e incisiva vena distruttiva il verso di Sepe sembra però risorgere, «perseverante», in un corpo a corpo tra la vita e la morte o come un incrocio di braccia: «Vivere non è sentirsi in bocca tutti i denti, / vivere è sentirsi nella pelle di tutti: / sentirsi solo nella propria / è come apprestarsi alla morte. // Spesso risponde la vita / a incroci di braccia, / o come un pugno / che colpisce a caso». Il corpo, il corpo segnato, insanguinato dal dolore soggettivo e collettivo, che l’autore incide nell’epigrafe di Plath, è protagonista in questa raccolta: «Là torneremo ancora / con il sangue impaurito / il corpo ridotto a una trama / a tentare usci e imposte / con mano di bambino / per sottrarci agli anni / in perenne agguato / coi loro fiati corrotti». Il corpo fragile, segnato anche dal passare del tempo, è però anche perseveranza nell’aleatorietà di tutto; il corpo è ciò che resiste alla corsa del tempo. Ed è il corpo non solo fisico, ma anche il corpo poetico: lessico incisivo, sintassi scandita e ritmo che misurano come il battito del cuore le «impermanenze» del tempo con la musica, anche con la rima, che si sporge talvolta e occhieggia nell’andamento non di rado narrativo dei versi.
di Franco Sepe
con prefazione di Siriana Sgavicchia
e postfazioe di Franco Romanò
Moretti&Vitali editori, 2026
Prezzo: euro 10,00
Puntellano i diversi passaggi del testo riflessioni sul tempo che, assieme al corpo, ritorna più volte nel dettato delle poesie. Si tratta quasi di un tempo osservato attraverso un filtro specchiato o in un acquario in cui si avvicina in alcuni casi il ritratto dello stesso autore – talvolta anche un ritratto d’infanzia: «L’infanzia cammina a ritroso / nella testa dei vecchi: li cerca come un chiodo / a cui appendere il cappello, / un gancio dalla punta forte. // Spesso però trova viti / che non sporgono, / fumo sospeso sotto la luce / di una lampada. // L’infanzia: quel buio / senza stelle in una testa / ossuta di vecchio, / patella tenace di scoglio / pettinata dalle acque nere della notte». Altre volte si incontrano le fisionomie allungate e deformate di amici – a diversi di essi sono dedicate poesie –, come a riassumere l’esistenza, a salvarla, in questo cantare sommesso e sommerso nel colpo di coda gioioso di un delfino: «In questo scialo di giorni / logori e zoppi / vagheggio gli smalti bianchi / di un acquario / le libere capriole di un delfino». Un’intera esistenza di volti, di gesti, di parole, di immagini si assomma dal passato, talvolta come sogno, in cui in fotogrammi ricompare la storia privata e la storia altrui: «E come da un finestrino in corsa, / fotogramma in transito, / una per una le cose / intatte si ripresentano / sulla moviola della vita». La vecchiaia avanza e l’io poetico attraversa la vita con occhio vigile, con lo sguardo acuto di chi non vuole abbandonarla, come in una significativa epigrafe da De Profundis di Umberto Saba: «Io vivo…eppure sono un morto, sono / dentro un abisso; ed odo, ivi sepolto, / la vita che tra voi s’agita, …». Non per caso Saba è citato a segnare un modo di fare poesia come quello di Sepe, che sceglie una lingua semplice in apparenza, il dettato anche quotidiano, quello delle piccole cose. Si tratta di una scelta e di una condizione espressiva: Sepe «vive in un’altra lingua», in tedesco, da molti anni e la sua espressività poetica in lingua italiana è un ritorno all’origine, in certo modo un ritorno all’origine della parola stessa che ricrea il rapporto con il mondo ogni volta rinnovato, nitido, perseverante nonostante le impermanenze del tempo.
Ѐ il poeta stesso a scriverne in un pregnante testo autobiografico, Alcune note (autodelegate), pubblicato sul Bollettino di Italianistica nel 2009, in cui a proposito dell’uso della lingua italiana nella scrittura nomina lo «stupore» verso il consueto di chi è immerso in una realtà linguistica altra. Sepe nello stesso testo riconosce una «tendenzacentripeta» nella sua scrittura come «costante dialettica tra codici linguistico-culturali differenti» che conduce a «esiti di scoperta riflessi», per cui il poeta subisce «l’incanto (o il sortilegio) di questa particolare rifrazione di luce che avviene sotto un altro cielo». Si tratta in certo modo di una condizione «(ben accettata) di esiliato», sostenuta e «alleviata» da una tradizione letteraria ben sedimentata – e lo mostrano in questa raccolta gli espliciti riferimenti oltre che a Saba, a Ungaretti, a Libero De Libero, a Caproni –; una tradizione letteraria messa anche in discussione attraverso il confronto tra le due patrie da cui riemerge una vena antichissima di immagini, scaglie di memoria e di immaginazione che sfidano le impermanenze del tempo, come nella bella poesia Per Franco Arminio che in certo modo riassume gli esiti espressivi dell’intera raccolta: «Tra cicatrici sapienti / lungo le mura antiche / umana una lingua / suona come minestra / in tempi di neve. // La parlano i vecchi rimasti / che ormeggiano in cerca di luce / quattr‘ossa ancor vive / su sedie da se stessi impagliate // e curvi sull’uscio / si mettono l’ombra alle spalle / in un’aria che odora di biada / e vapori di bestie».
Immagine di copertina: Normanno Soscia, Naufraghi per vocazione
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