Sembrava destinato a essere per sempre il grande intruso di Piazza San Marco a Venezia: splendide collezioni epigrafiche e archeologiche piovute miracolosamente in una delle piazze più belle del mondo. Qui invece si scrive un altro capitolo della storia di Venezia: il museo altro non è che il deposito di collezioni di antichità, frutto di iniziative private in linea con quanto stava accadendo in Europa nel corso del XVI secolo.
Il collezionismo privato ha anticipato e poi favorito la nascita dei musei pubblici dedicati all’arte, all’archeologia, alle scienze naturali. In altre parole, Venezia ha partecipato attivamente con le sue collezioni private al fenomeno culturale della nascita dei musei pubblici. Ecco allora che questo museo archeologico si raccorda – facendone parte a buon diritto – con la storia stessa di Venezia a partire dalla sua fondazione nel 1596.
A fare uscire dall’ombra questo capitolo importante della storia culturale veneziana hanno provato nel tempo soprintendenti e direttori, di ambito archeologico, con alterne fortune. Si deve all’archeologa Gianna Ravagnan il cambio di rotta del museo con la straordinaria mostra “Lo Statuario pubblico della Serenissima”.
Con i Soprintendenti Luigi Malnati e Roberto Cecchi, Ravagnan firma nel 1999 un accordo storico con il Museo di Palazzo Reale per dare vita a un unico percorso di visita che comprendesse entrambi i musei anche con un unico biglietto. Questo passo risultò fondamentale per riscoprire la bellezza e l’importanza delle collezioni archeologiche; questo biglietto unico che coinvolse anche la Biblioteca Marciana fu di fatto la prima esperienza assoluta di questo tipo per l’Italia.
Con le riforme attuate all’inizio del nuovo millennio, il Museo Archeologico Nazionale di Venezia ha riacquistato un suo posto all’interno dei circuiti turistici del Ministero della Cultura fino a entrare nel 2024 nel nuovo raggruppamento dei musei archeologici veneziani, dal Parco archeologico di Altino al Museo di Palazzo Grimani, all’isola del Lazzaretto Vecchio, costituendo un istituto ministeriale autonomo.
Il grande lavoro svolto dall’allora Soprintendenza Archeologica del Veneto trova così oggi la possibilità di un effettivo completamento, capace di coniugare le raccolte private del passato con le numerose ricerche dovute all’azione di tutela del sottosuolo veneziano nonché di tutta la Laguna con interventi nelle isole e sotto le acque del mare e della stessa laguna.
Il Museo Archeologico di Piazza San Marco non poteva avere sorte migliore, come dimostra ora l’iniziativa promossa dalla direttrice dei Musei Archeologici Nazionali di Venezia e della Laguna Marianna Bressan: riorganizzare e valorizzare il patrimonio archeologico veneziano attraverso un importante processo di riallestimento, che ha avuto inizio con la riapertura del Cortile dell’Agrippa su piazzetta San Marco, restituendo il percorso di visita progettato da Carlo Anti tra il 1924 e il 1926.
Il programma di aggiornamento del Museo Archeologico Nazionale vede partire anche un altro impegnativo progetto, illustrato il 9 dicembre dalla direttrice Bressan: Comunicare l’antico: realizzazione di supporti multimediali per la valorizzazione dei reperti del Museo Archeologico Nazionale di Venezia. È un passo dovuto, un ponte tra il reperto e il visitatore: favorire una più agevole fruizione/comprensione del patrimonio archeologico di un museo fondamentale per conoscere sia la storia di Venezia sia l’avventura di quel collezionismo che in Europa anticipò la nascita dei musei.
Il nuovo progetto, che utilizza fondi del PNRR, nasce dalla collaborazione tra il Museo Archeologico Nazionale e l’Università Ca’ Foscari (Progetto CHANGES Spoke1), rappresentata da Francesca Rohr docente di storia romana e coordinatrice del progetto; Carlo Beltrame, docente di archeologia marittima (coordinatore Spoke 1 di CHANGES); Luigi Sperti (docente di archeologia classica) in qualità di consulente scientifico. Il panel è completato dalla partecipazione di due assegniste di ricerca di Epigrafia latina e Archeologia classica: Sabrina Pesca e Eleonora Del Pozzo.
Il progetto innovativo consiste nella realizzazione di audio che accompagnano il visitatore, con durata da due a quattro minuti, accessibili attraverso il proprio smartphone inquadrando un qrcode, che, attualmente, per venti reperti scelti dalla direzione del museo, illustrano il reperto e permettono eventualmente anche di approfondire la storia politica, sociale e culturale del mondo antico, della Laguna e del collezionismo veneziano.
Questo nuovo servizio, segnalato in biglietteria, è gratuito, in lingua italiana e inglese; se ne può usufruire mediante una scheda all’ingresso della visita, nella quale si segnalano i reperti corredati da questa audioguida. Il progetto si avvale di competenze scientifiche e tecniche dell’Università Ca’ Foscari sia per lo studio dei reperti sia per la stesura dei relativi testi, dove il rigore scientifico si avvale di un linguaggio adatto all’alta divulgazione. La registrazione degli audio è stata affidata a un attore teatrale professionista (prof. Angelo Callipo) e per l’inglese a un professionista madrelingua (dr Jeremy Kemp).
L’esperimento voluto dalla direttrice Marianna Bressan trova confronti ed esperienze in altri musei, sia in Italia sia all’estero; tuttavia, per Venezia è senz’altro qualcosa di innovativo: riuscirà a richiamare l’attenzione e fermare una parte dei visitatori, usi a visitare questa straordinaria città d’acqua a una sorprendente velocità registrabile anche all’interno degli stessi musei? È una scommessa coraggiosa il cui esito positivo potrebbe riportare almeno in parte nei musei il silenzio che si respirava una volta e che aiutava a porsi domande anche senza risposta.
Il coraggio di Marianna Bressan è una implicita risposta alle nuove esigenze illustrate da Vincenzo Trione nell’articolo Volti nuovi per i musei (Corriere della Sera, 4 gennaio). Se da una parte, ai vertici degli istituti museali che Trione definisce con efficacia università popolari, troviamo
manager prevalentemente dediti ad attività di fundraising, attenti soprattutto agli aspetti gestionali e organizzativi, non di rado sprovvisti di specifiche conoscenze storico-artistiche,
dall’altra il personale è in larga parte
composto da storici dell’arte, da archeologi e da architetti. Dunque, professionisti ancorati a una visione novecentesca dei saperi, costretti a adattarsi a compiti lontani dalla loro formazione.
Trione ha in parte ragione, ma il correttivo rischia di essere decisamente esagerato, non nel senso di mettere fuori causa quelle professioni che si occupano di archeologia come nel nostro caso veneziano, ma nella scelta di figure al momento inadeguate soprattutto culturalmente a svolgere un ruolo non secondario nell’allestimento e nella politica di fruizione di un museo. Qualunque museo non è una scatola da aprire al pubblico, è qualcosa di molto di più: racchiude la storia o una parte della storia della nostra Italia. E’ più facile e logico, nonché culturalmente sensato, formare archeologi, storici dell’arte e architetti fornendo loro una seria cultura museologica e museografica affinché, prima sul campo, poi nelle sale di un museo, siano capaci di trasmettere ai visitatori una storia nella sua totalità interdisciplinare. E qui il discorso si allarga al ruolo formativo delle università: discorso che merita un altro spazio.
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