Beata Semplicità è uno dei testi più sorprendenti di Raimon Panikkar, grande figura ‘sincretica’ fra Oriente e Occidente con cui Franco Battiato ha interloquito negli ultimi anni lasciando tracce in una loro mirabile conversazione. In questo preziosissimo testo, Panikkar individua, con la disarmante naturalezza del suo logos, il Monaco (Monachos) come un archetipo e dimensione profondamente umana (non solo come scelta strettamente religiosa nelle varie tradizioni monastiche) ma come dimensione archetipica di tutti gli esseri umani votata all’uomo integrale e alla verticalità mistica della vita (La linea orizzontale ci porta verso la materia quella verticale verso lo spirito…) con cui l’uomo-monachos cerca di vivere l’esperienza di se stesso attraverso il Risveglio e il co-nascimento o nuova Nascita.
Per monaco, monachos, intendo la persona che aspira a raggiungere il fine ultimo della vita con tutto il proprio essere, rinunciando a tutto quello che non è necessario, vale a dire concentrandosi su questo solo e unico scopo (Panikkar).
L’intero percorso d’arte e di vita, con tutte le varie fasi e mutazioni, di Franco Battiato si muove in questo paradigma spirituale, fatto di ricerca interiore di sé stesso attraverso il distacco e il De-Sidereo. Nel recente film, riduttivamente definito biotic, di Renato De Maria, Franco Battiato Il lungo viaggio con un sorprendente Dario Aita nei panni di Battiato, si è colto in termini poetici e sospesi, un racconto interiore più che strettamente biografico e didascalico, del Battiato che si annusa, si respira, si ‘individua’ in termini junghiani, attraverso l’intera sua opera, dalla musica alla sua pittura, al suo cinema.
Lavoro complesso e di grande rischio per il quale il taglio del canovaccio della sceneggiatura, la luce delle riprese, i suoni e le canzoni, sono affidate soprattutto ad una dimensione immersiva votata al silenzio e al tempo sospeso… Un lavoro di svuotamento e di continua scrematura che dalle scaglie laviche pungenti della Sicilia etnea, costitutive del personaggio, conduce e trasmuta alchemicamente, richiamando lo sfogliare dei petali di un fiore.
Altrettanto sospeso l’incontro-intreccio narrante ‘universalmente amoroso’ nell’intero film col personaggio femminile (Fleur Jaeggy) che affianca i vari stadi della ricerca interiore di Battiato, concentrato su una comune ricerca di senso oltre l’eros, richiama ‘magicamente’ quelle ambigue e sottili Affinità Elettive di Goethe ispirate alla biochimica più che alla fisica fenomenica.
Questione di Anima si direbbe a cui una fenomenologia di Battiato con tutti i suoi sorprendenti esiti di seguito e successo durante la sua vita, ma ancor più a qualche anno dalla sua dipartita, sembrano rimandare. E nel film che rifugge, col taglio spiazzante e in parte ‘straniante’, l’atteso racconto dei fatti e delle cronache, del ritaglio biografico dei personaggi (molti inevitabilmente ‘assenti’), il lungo viaggio di Battiato, viene gradualmente inquadrato in un vero e proprio Viaggio dell’Eroe, come rito iniziatico attraverso la Separazione (il distacco), l’Iniziazione (l’avventura favolosa di scoperta) e il Ritorno (consapevolezza) con il dono della diffusione presso gli esseri senzienti. Questa trama, alchemicamente suggerita attraverso le varie coloriture della luce del film (dall’ombrato naturale della Sicilia del dopoguerra) alla psichedelica rubedo del ciclo milanese (sperimentazione) all’albedo del rientro alle cime imbiancate dell’Etna, viene trapuntata da brani significativi della produzione di Battiato, da Fetus-Pollution (‘Non ero ancora nato… Il silenzio del rumore… ) dei primi anni Settanta, alla fase di ‘successo’ delle sue canzoni (consapevolmente ricercata come esercizio gurdjeviano della Volontà e non per la sola notorietà o arricchimento materiale del personaggio, come potrebbe sembrare) L’era del cinghiale bianco, La voce del padrone… Un catalogo che porta dritto al biotipo musicale de La Cura (su testo di Manlio Sgalambro ‘occultato’ nel film) come diretta lode e Preghiera all’I Care universale.
Ognuno degli (a)bbattiati può ricostruire e ‘tessere trame’ nei propri e altrui capelli con la consapevolezza del Viaggio, quello eroico della trasmutazione interiore o della scoperta del proprio Corpo Spirituale. Efficace l’inciso riverberato del bicordo introduttivo de La Cura (Fa#-Si / Fa#-Si ) come Eco di fondo e richiamo alla Vocazione dell’Eroe che risuona fin dall’inizio nelle vesti di un monaco (visione onirica iniziale nel sogno del bambino col naso rotto), in quello dissociato della rottura e del cambiamento (la scena del mancato riconoscimento degli esseri umani sul tram milanese), all’inerpicata finale sull’Etna innevata (il Tibet del suo ultimo film, Attraversando il Bardo Sguardi sull’aldilà), in cui un lama tibetano (di spalle), sempre più raggiunto dal protagonista, lo invita al Viaggio nella salita verso la cima, mentre la madre Grazia, ormai fuori dal tempo e lenita del suo dolore, lo invita al rientro nel ‘grembo’ domestico di Milo. Di un padre ‘assente’, invece, seduto al tavolo del desco familiare, ne scorgiamo a inizio del film solo una sagoma ‘vuota’ e violentemente indifferente al sogno pianistico e vocazionale del bambino Battiato.
QUI PER VEDERE
Franco Battiato. Il lungo viaggio
L’articolo Beata semplicità proviene da ytali..