Dopo gli attacchi del 28 febbraio sferrati da Stati Uniti e Israele in Iran, il Medio Oriente è sprofondato in una spirale di guerra e caos, che ha causato gravi ripercussioni sull’area del Golfo e del Libano, segnando una nuova fase di instabilità e crisi economica.
Intanto, l’Ucraina ancora attende la fine dell’invasione russa, dopo quattro anni di conflitto.
Per comprendere il nuovo scenario internazionale, ytali ha intervistato Michael Bociurkiw, global affair analyst, saggista, fondatore di “World Briefing Report” su Substack e assiduo commentatore di BBC World Television, BBC World Service Radio, Bloomberg TV, CTV, CBC e Al Jazeera. Senior Fellow presso l’Atlantic Council di Washington DC, affiliato all’Eurasia Center, Bociurkiw è autore di Digital Pandemic, pubblicato nel 2021, ed ex portavoce dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE).
Iniziamo dall’obiettivo strategico finale: dove coincidono gli obiettivi di Israele e degli Stati Uniti e dove divergono?
Senza dubbio, l’amministrazione Trump e il governo di Benjamin Netanyahu stanno operando in stretta sintonia.
Credo che gli americani stiano presentando l’avvio di questa guerra come un’iniziativa israeliana e Israele, in quanto alleato chiave di Washington, gode del sostegno americano. Per la Casa Bianca questo potrebbe avere una valenza politica strategica: se il conflitto dovesse evolvere negativamente e in questo momento sembra andare in questa direzione, l’amministrazione Trump potrebbe attribuire la responsabilità al suo più stretto alleato.
Secondo la prospettiva statunitense, la decisione di Trump di procedere unilateralmente, senza prima consultare il Congresso per chiedere l’autorizzazione a sferrare l’attacco, è essenzialmente la prosecuzione di un modello già definito dai presidenti precedenti. Non è il primo presidente a bypassare il Congresso. Tuttavia, in assenza di una minaccia immediata apparente alla sicurezza nazionale statunitense, Trump avrebbe dovuto consultare il Congresso. Su questo non c’è dubbio.
Questo a prescindere dalle riserve espresse da diversi leader europei sul rispetto del diritto internazionale. Nulla induce a ritenere che sia stato rispettato. Di fatto, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stato aggirato.
Oggi stiamo assistendo probabilmente alla più ampia interpretazione dei poteri militari presidenziali da una generazione a questa parte.
Questo marginalizza il Congresso, il potere giudiziario, mette da parte l’ordine internazionale basato sul rispetto delle regole e trasmette al resto del mondo – inclusa la Cina – un messaggio preciso: vige la legge del più forte e, in ultima analisi, è proprio la forza bruta a prevalere.
Cresce, inoltre, la preoccupazione, com’è giusto che sia, per l’aumento delle vittime civili sul campo, sia in Iran sia in Libano a seguito delle operazioni israeliane. È profondamente inquietante. Soprattutto se pensiamo al presunto raid con missili Tomahawk contro una scuola in Iran, che ha causato la morte di 175 persone, in gran parte bambini (contrariamente a quanto sostenuto da Trump, l’esercito americano è l’unica forza coinvolta in questo conflitto a utilizzare missili Tomahawk, secondo quanto riportato dal New York Times).
Dobbiamo, inoltre, considerare che l’amministrazione Trump, incluso Trump stesso, i membri del governo e la portavoce della Casa Bianca, abbia fortemente minimizzato report attendibili secondo i quali la Russia starebbe fornendo informazioni agli iraniani in modo da poter colpire gli asset statunitensi presenti nel Golfo, dalle ambasciate alle installazioni militari, compromettendo radar e sistemi di preallarme. Questo è davvero scioccante.
Sì, Russia e Iran hanno stretto un accordo di cooperazione militare. Ma, alla luce dell’impegno profuso da Trump per riportare Vladimir Putin al centro della scena internazionale dopo un lungo isolamento diplomatico, colpisce che Washington non sembri intenzionata né a punire né a sanzionare Mosca per questa condotta.
Ma dobbiamo essere chiari su ciò che sta accadendo: la Russia, sotto Vladimir Putin, sta aiutando la leadership clericale iraniana a colpire obiettivi statunitensi nel Golfo, dalle ambasciate alle installazioni militari. Questo è al di là di ogni limite.
Negli Stati Uniti, come nel resto del mondo, è in corso un dibattito sulla legittimità di questo attacco, sferrato senza la preventiva autorizzazione del Congresso. In un’intervista al quotidiano la Repubblica, l’ex capo del Pentagono Leon Panetta ha dichiarato che la missione “non è stata spiegata adeguatamente al popolo americano. Inizialmente, il presidente ha dichiarato che l’obiettivo era il cambio di regime; poi il segretario alla Difesa lo ha contraddetto, sostenendo che il bersaglio erano i missili e il programma nucleare. Successivamente il segretario di Stato ha affermato che l’intervento era stato deciso perché Israele stava per attaccare. Altri hanno parlato di una minaccia di azione preventiva da parte dell’Iran, ma il Pentagono ha smentito. Il popolo americano e il mondo intero hanno il diritto di sapere cosa stiamo cercando di ottenere”. Sebbene il Congresso abbia recentemente respinto una risoluzione volta a limitare i poteri militari di Trump nel conflitto con l’Iran, il sostegno dell’opinione pubblica appare ancora debole. Come si sta evolvendo la dottrina Trump in politica estera? E fino a che punto è disposto a mettere da parte i contrappesi democratici pur di portare avanti la propria agenda politica?
Quanto alla legittimità di questo attacco, non sembra sia stata data alcuna spiegazione chiara al popolo americano. Sono appena rientrato dagli Stati Uniti e posso dire di aver percepito un clima di ansia e confusione. A seconda della persona con cui si parla, le spiegazioni sono spesso contraddittorie. E gli americani hanno assolutamente il diritto di sapere cosa viene fatto in loro nome, soprattutto se si considera l’ingente costo che il loro Paese sta sostenendo, ossia circa un miliardo di dollari al giorno.
Tutto questo avviene mentre negli Stati Uniti stanno effettuando pesanti tagli alla sanità e a istituzioni come Voice of America, che è stata a lungo uno strumento di proiezione del soft power americano.
Inoltre, le scorte statunitensi di armamenti si stanno esaurendo rapidamente. Anche gli arsenali degli alleati americani nel Golfo – dagli Emirati Arabi Uniti all’Arabia Saudita e al Kuwait – si stanno progressivamente riducendo. La loro capacità di intercettare missili e droni iraniani, a questo livello di intensità, non sembra sostenibile ancora per molti giorni.
Ciò solleva seri interrogativi sulla capacità degli Stati Uniti di continuare ad armare l’Ucraina nella sua lotta per respingere la Russia.
Nel contempo, la Cina è rimasta in disparte, quasi silente. Ma Pechino sta certamente riconsiderando la capacità degli Stati Uniti di difendere Taiwan. Non mi sorprenderebbe se a Pechino avessero già avviato un confronto sulla necessità di rivedere le tempistiche per un’eventuale mossa su Taiwan. Dopotutto, negli ultimi anni Xi Jinping si è concentrato sul rapido potenziamento delle capacità militari cinesi, in particolare della Marina e della Guardia costiera. I risultati sono stati, a dir poco, impressionanti.
Dubito che questi fattori strategici siano stati presi del tutto in considerazione nelle fasi che hanno preceduto la decisione di colpire l’Iran.
Poi dobbiamo pensare all’Europa, inclusa l’Italia, dove sono emersi timori del tutto legittimi su ciò che il conflitto potrebbe scatenare in termini sia di attentati terroristici nel territorio europeo sia di incremento dei costi energetici dovuto all’impennata dei prezzi del petrolio e a possibili carenze di gas. Tutto questo potrebbe avere gravi ripercussioni economiche a livello globale.
In Europa si teme il rischio di una nuova ondata migratoria, qualora la situazione dovesse peggiorare ulteriormente (la Turchia, Paese membro della Nato, vede già circa mille iraniani attraversare ogni giorno i propri confini).
Nulla di tutto ciò è stato spiegato in maniera adeguata. Anzi, Trump cambia spesso tono da un giorno all’altro: elogia gli alleati un momento per criticarli quello dopo.
Se in tutto questo vi è un barlume di speranza, è che gli europei, scossi da questi sviluppi, si stanno rendendo conto che gli Stati Uniti sotto Trump potrebbero non essere più un partner completamente affidabile. Molti di loro non sono stati nemmeno informati in anticipo degli attacchi, tra cui la premier Giorgia Meloni, considerata politicamente vicina a Trump.
Di conseguenza, i leader europei stanno ora iniziando, a mio avviso saggiamente, a prendere le distanze dall’amministrazione Trump e a ricalibrare la propria visione del futuro, valutando anche l’ipotesi di dover andare avanti senza gli Stati Uniti.
Passiamo ora al ruolo della Russia. Nell’ultimo anno e mezzo Mosca ha visto cadere tre dei suoi principali alleati regionali: Bashar al-Assad in Siria, poi Nicolás Maduro in Venezuela e ora Ali Khamenei in Iran. Sebbene il Trattato di partenariato strategico globale tra Russia e Iran firmato nel 2025 non includa una clausola di mutua difesa, Mosca, secondo quanto riportato dal Washington Post, continua a fornire a Teheran informazioni di intelligence per colpire le forze militari statunitensi in Medio Oriente. Con l’Iran che potrebbe entrare in una nuova fase politica e la Russia che ha trasferito sul proprio territorio gran parte della produzione di droni – gli stessi impiegati durante la guerra in Ucraina – quanto è ancora importante a livello strategico l’Iran per il Cremlino?
Ho già accennato in parte al ruolo della Russia. Mosca viene sempre più percepita come un partner profondamente inaffidabile.
Dopotutto, ha deluso alleati chiave in Siria, in Venezuela e ora anche in Iran. Sì, la Russia sembra fornire informazioni sugli obiettivi da colpire o garantire altre forme di supporto. E non dimentichiamo che, durante la guerra in Ucraina, non è ancora noto cosa la Russia abbia dato all’Iran in cambio delle migliaia di droni forniti da Teheran, anche se sappiamo che tra i due Paesi vi è stata una forma di cooperazione in ambito nucleare.
In generale, questi cosiddetti partenariati strategici o accordi di difesa con Mosca non contano molto. Il Trattato di partenariato strategico globale firmato nel 2025 tra Russia e Iran, ad esempio, non include alcuna clausola di mutua difesa, il che significa che la Russia non ha alcun obbligo legale di difendere l’Iran in caso di attacco.
Ed è vero: è stata una mossa strategica da parte di Mosca trasferire in Russia gran parte della produzione di droni, avvalendosi del know-how e dell’assistenza tecnica iraniani. In sostanza, questo ha consentito alla Russia di internalizzare tale capacità. Ora sappiamo che in questo processo è coinvolta anche la Cina.
Stiamo, dunque, assistendo a un’evoluzione interessante. L’Iran resta importante per la Russia, soprattutto come partner utile per eludere le sanzioni, nell’ambito delle tecnologie militari e dell’influenza regionale. Ma, nel contempo, Mosca ha chiaramente strutturato il rapporto in modo da evitare impegni vincolanti, consentendo al Cremlino di trarre vantaggio dalla partnership senza essere costretto a intervenire in difesa dell’Iran se la situazione dovesse aggravarsi.
Si tratta, in definitiva, di una relazione profondamente transazionale.
Come ha osservato nelle sue recenti analisi, “il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato di aver ricevuto dagli Stati Uniti una richiesta di ‘sostegno specifico’ per contrastare i droni d’attacco Shahed dell’Iran, poiché gli Stati Uniti e i suoi alleati in Medio Oriente cercano di avvalersi dell’esperienza ucraina nel contrastare tali attacchi”. A suo avviso, questo potrebbe offrire all’Ucraina un margine di leva ulteriore in eventuali futuri negoziati con la Russia, considerati gli scarsi risultati finora ottenuti dagli Stati Uniti? E gli Stati del Golfo avranno un ruolo più significativo nella definizione di una roadmap chiara che possa portare alla fine della guerra?
È piuttosto sorprendente che, in questo momento, al presidente Zelensky siano state offerte nuove opportunità. Oggi si trova in una posizione molto più forte rispetto a quella che aveva durante quel confronto umiliante alla Casa Bianca di un paio di anni fa. Ed è anche positivo che l’Ucraina adesso sia considerata un punto di riferimento nella definizione delle tattiche e nell’ambito delle tecnologie di contrasto ai droni.
L’Ucraina ha avuto quattro anni per imparare ad abbattere questi droni e missili. Sta producendo droni-esca e tutta una serie di altre tecnologie che stanno dando alla Russia del filo da torcere sul campo di battaglia. E – ironia della sorte – è alquanto sorprendente che gli Stati Uniti, dopo aver pubblicamente umiliato Zelensky e, in almeno due occasioni, aver sospeso la fornitura di armi o di intelligence, si rivolgano ora a Kyiv per contrastare i droni iraniani nel Golfo, con l’obiettivo di proteggere le proprie installazioni e aiutare i Paesi del Golfo a difendersi (lunedì scorso Zelensky ha dichiarato che undici Paesi hanno chiesto l’aiuto dell’Ucraina per contrastare i droni Shahed).
Vi è poi un altro punto importante da sottolineare. Per molto tempo gli Stati del Golfo hanno chiuso un occhio sulle attività dell’Iran legate alla fornitura alla Russia di droni e di altri materiali per la guerra in Ucraina. Non poteva certo passare inosservato. Nel contempo, Paesi come gli Emirati Arabi Uniti hanno steso il tappeto rosso a turisti e oligarchi russi, consentendo loro di ormeggiare i propri yacht nel Golfo e di investire massicciamente nel mercato immobiliare di lusso. I russi sono diventati tra i principali acquirenti di immobili di fascia alta in città come Dubai.
Ora, in un certo senso, i nodi vengono al pettine. Si spera che gli Stati del Golfo si rendano finalmente conto che la Russia non è un partner particolarmente affidabile né un attore responsabile. Potrebbero rendere più difficile ai russi stabilirsi nel Golfo, investire nell’area e forse persino prendere in considerazione limitazioni temporanee – se non una sospensione completa – del turismo russo, almeno finché Mosca non dimostrerà di essere disposta a comportarsi in modo più responsabile e a porre fine alla sua guerra illegale in Ucraina.
Sarebbe un segnale forte per Putin. Se ciò accadrà davvero, è un’altra questione.
È ironico, non trova, che gli stessi droni iraniani che per quattro anni hanno terrorizzato i civili ucraini stiano ora minacciando tanti russi che vivono o soggiornano nel Golfo.
Anche Zelensky, tuttavia, si trova in una posizione estremamente delicata. Gli ucraini ricordano benissimo quanto accadde con il Memorandum di Budapest, quando l’Ucraina rinunciò al suo vasto arsenale nucleare in cambio di garanzie di sicurezza da parte di Russia, Regno Unito e Stati Uniti – garanzie che si sono rivelate sostanzialmente prive di valore, soprattutto dopo il 2014. Dunque, Zelensky dovrà stare molto attento a ciò che offre e a come risponderà a questa richiesta.
Se l’Ucraina dovesse effettivamente fornire competenze o tecnologia, ciò dovrebbe avvenire a condizioni molto chiare. Kyiv dovrebbe dire: sì, vi aiuteremo, ma in cambio abbiamo bisogno di garanzie concrete. Il punto centrale, naturalmente, resta quello delle garanzie di sicurezza. Bisogna porre fine alle pressioni sull’Ucraina affinché ceda territori che la Russia non controlla completamente, incluse le questioni ancora irrisolte come il futuro della centrale nucleare di Zaporizhzhia, lo sfruttamento delle terre rare e così via.
Questo momento potrebbe potenzialmente spostare in qualche modo gli equilibri a favore dell’Ucraina. Ma non posso dire con assoluta certezza se potrà cambiare in modo sostanziale le dinamiche della guerra.
Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti nevralgici più importanti al mondo e, secondo la BBC, convoglia circa il 20 per cento dei flussi globali di petrolio e gas. Quali potrebbero essere le conseguenze nel breve e medio periodo per le potenze regionali e per gli altri Paesi?
Ciò che sta accadendo nello Stretto di Hormuz, oltre a rischiare di interrompere circa un quinto dell’approvvigionamento mondiale di petrolio, finirà inevitabilmente per danneggiare anche l’Iran stesso, perché Teheran ha ancora bisogno di esportare petrolio verso grandi clienti come la Cina.
Anche Pechino si trova ad affrontare la sfida concreta di garantire la continuità dei flussi energetici. Tuttavia, il maggiore acquirente mondiale di petrolio ha accumulato ingenti scorte nei primi due mesi dell’anno, con l’Iran al 13 per cento delle sue importazioni petrolifere.
Ma, al di là della minaccia ai flussi energetici globali, è opportuno ricordare che l’Iran non sta prendendo di mira soltanto le infrastrutture energetiche – il che, per inciso, ricorda molto ciò che la Russia ha fatto alla rete energetica ucraina – ma sta agendo in modo strategico. Ad esempio, ha colpito impianti di desalinizzazione, da cui i Paesi del Golfo dipendono fortemente per il loro approvvigionamento idrico. Nei Paesi desertici questo equivale a colpire in Ucraina i sistemi elettrici, idrici o di riscaldamento.
Viene da chiedersi se anche la Russia non stia consigliando l’Iran nella selezione dei bersagli per provocare il massimo danno. Colpire impianti di desalinizzazione in Paesi che dipendono quasi interamente da essi per l’acqua potabile costituisce un’escalation molto grave e credo che questo aspetto del conflitto sia stato forse sottovalutato.
Da un lato, dunque, abbiamo il potenziale blocco delle navi nello Stretto di Hormuz, che sta già spingendo al rialzo i prezzi del petrolio. Dall’altro, l’Iran sta colpendo anche infrastrutture critiche nei Paesi del Golfo. Il punto è capire per quanto tempo questi Stati saranno in grado di sopportare una pressione di questo tipo (all’inizio di questa settimana il Qatar si è scagliato contro i responsabili dell’attuale conflitto: il portavoce del ministero degli Esteri, Majed Al-Ansari, ha affermato che questo ha causato “risultati catastrofici”, aggiungendo che nessun luogo nella regione del Golfo è stato risparmiato. “Questo è il più grande ‘Te l’avevo detto’ nella storia di tutti i ‘Te l’avevo detto’ del mondo. L’abbiamo detto fin dal primo giorno che, se non controllata, l’escalation iniziata nel 2023 avrebbe portato a una guerra regionale”.
Dobbiamo anche sottolineare che l’immagine che molti Paesi del Golfo hanno coltivato con estrema cura – ad esempio, quella degli Emirati Arabi Uniti come rifugio sicuro e “parco giochi” globale – ha subito un duro colpo. Più questo conflitto si protrae, più sarà difficile per questi Paesi preservare e ripristinare quell’immagine.
Mentre i combattimenti si estendono in tutto il Medio Oriente, chi sta realmente traendo vantaggio da questo conflitto? E che ruolo ha la Cina in questo scenario?
Affronto, innanzitutto, questo punto: chi trae realmente beneficio da questo conflitto? Non ne sono del tutto certo. Di sicuro ne beneficia Israele, che da tempo mira a neutralizzare la leadership clericale iraniana e, più in generale, gli alleati sostenuti da Teheran nella regione. E per Israele questo è senza dubbio un momento d’oro per ampliare la portata del conflitto, colpendo anche Hezbollah in Libano.
Ma, al di là dell’obiettivo di Hezbollah, desta profonda preoccupazione il carattere apparentemente indiscriminato degli attacchi israeliani in Libano. Sembra che Benjamin Netanyahu si senta sostanzialmente privo di vincoli, forte dell’appoggio del presidente Trump. E non bisogna dimenticare che l’escalation in corso sta anche distogliendo l’attenzione dai problemi politici e giudiziari che Bibi stesso ha nel suo Paese.
A trarne vantaggio è certamente anche il complesso militare-industriale americano, perché Trump ha, di fatto, chiesto all’industria della difesa di aumentare in maniera significativa la produzione, e hanno accettato di farlo, anche se ciò non avverrà dall’oggi al domani. Anche se questo porterà ricavi ingenti e nuove opportunità di lavoro, non credo, tuttavia, che assicurerà benefici politici a Trump, soprattutto con l’approssimarsi delle elezioni di midterm di novembre.
Stiamo già assistendo a segnali di dissenso nella sua base MAGA: figure come Megyn Kelly, ad esempio, esprimono reazioni che vanno dal disappunto allo sconcerto totale di fronte a questa guerra. Di recente sono tornato dagli Stati Uniti e non ho sentito una sola parola di sostegno al conflitto. Che fosse a New York, in New Jersey, a Washington D.C. o in Maryland, non ho visto nemmeno uno striscione a favore della guerra.
In realtà, il vero rischio politico per Trump potrebbe presentarsi quando i prezzi inizieranno a salire. Basta poco perché l’aumento del prezzo del greggio si traduca in rincari alla pompa e credo che questo stia già iniziando a verificarsi. L’aumento del prezzo del petrolio comporterà anche un aumento dei costi dei viaggi aerei e di molti beni di consumo, compresi i generi alimentari.
In tal senso, per Trump è stata una mossa molto rischiosa, un azzardo enorme, e non sono affatto convinto che gli frutterà molti dividendi politici.
C’è chi ipotizza che il timing sia stato studiato per sviare l’attenzione dagli Epstein files. Non vi sono prove in tal senso, ma è chiaro che la strategia non è stata pensata fino in fondo (diversi esperti di nucleare, intervistati su MS NOW, dubitano che Steve Witkoff e Jared Kushner, che hanno guidato i negoziati nucleari e illustrato la posizione iraniana a Trump, abbiano compreso i dettagli tecnici dei programmi di arricchimento al centro delle deliberazioni).
Credo che la sua base MAGA, e certamente anche i repubblicani a Capitol Hill, si stiano innervosendo sempre di più, perché non si intravede alcun esito chiaro. Il conflitto sembra allargarsi e, per molti versi, comincia a sfuggire di mano.
Per quanto riguarda la Cina, ritengo che questo conflitto offra a Pechino una visione molto chiara dello stile di governo dell’amministrazione Trump e di quanto gli Stati Uniti siano disposti a spingersi per assicurare un cambio di regime. La Cina ha già messo in guardia contro ogni tentativo di imporre un cambio di regime in Iran e ha chiesto una de-escalation.
Nel contempo, la guerra potrebbe giocare a favore della Cina. Pechino potrebbe approfittare di questo momento per accreditarsi come potenza globale più responsabile, sostenendo le istituzioni internazionali e le iniziative diplomatiche nelle aree in cui gli Stati Uniti hanno fatto un passo indietro.
Ma vi è anche un’altra dimensione strategica. Più a lungo gli Stati Uniti saranno distratti da questo conflitto e più le loro scorte militari si esauriranno, tanto più i pianificatori cinesi potrebbero rivalutare i tempi di una potenziale mossa su Taiwan. Le scorte di armi statunitensi si stanno già esaurendo rapidamente a causa della guerra con l’Iran, sollevando dubbi sulla capacità di Washington di sostenere più conflitti contemporaneamente.
Ciò non significa che un’invasione di Taiwan sia imminente. Sarebbe estremamente complessa e rischiosa. Ma con gli Stati Uniti invischiati in un altro grande conflitto, Pechino potrebbe essere tentata di anticipare i propri piani.
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