La Spagna si oppone alla guerra all’Iran scatenata da Stati Uniti e Israele. Guerra illegale, usando una definizione corretta ai sensi del Diritto internazionale anche se non dell’idealizzazione imperialista dell’uso della forza nelle relazioni internazionali, motivo per cui Madrid nega l’uso a fini di attacco sul territorio iraniano delle basi americane spagnole.
Sánchez condanna gli attacchi iraniani ai paesi vicini e invoca il “No alla guerra” e il necessario ritorno alla diplomazia. Dopo Gaza e l’impronunciabile termine “genocidio”, la condanna del sequestro di Maduro e del blitz venezuelano, la difesa del welfare e dei sistemi di regolazione europei, l’attacco allo strapotere delle industrie tech, la politica di accoglienza su cui costruire crescita economica contrapposta ai rastrellamenti di migranti dell’Ice, Sánchez si scontra sempre più direttamente col presidente Usa, tanto da venire definito dal Financial Times “la nemesi europea di Donald Trump“.
Nel disastroso momento europeo, fra l’arroganza di Ursula von der Leyen — ci torniamo più avanti —, Friedrich Merz che offre la Germania ai voleri di Washington, l’imbarazzo di Mark Rutte che media tra il socio maggioritario della Nato e gli scenari drammatici che si prospettano all’Alleanza atlantica, Pedro Sánchez prende posizione e si espone agli strali di Trump. Che, inferocito, accanto a un silenzioso Freiedrich Mertz, minaccia embarghi e afferma: “La Spagna è stata terribile! Ho detto a Scott [Bessent, segretario del Tesoro], di tagliare tutte le relazioni con la Spagna”.
Mertz, accortosi della scomoda posizione assunta, appena conclusa la riunione, si è affrettato a comunicare alla stampa tedesca che non è intervenuto per “non aumentare la tensione” ma che in privato ha fatto presente a Trump che la Spagna fa parte del mercato unico europeo; la pezza non ha evitato però la protesta spagnola, in sede europea e all’ambasciatore di Berlino a Madrid.
Iroso, Trump ha continuato:
La Spagna dice che non possiamo usare le sue basi. Potremmo usarle se volessimo. Potremmo semplicemente volare lì e usarle. Nessuno ci viene a dire di non usarle. Ma non abbiamo perché farlo. Ma loro sono stati poco amichevoli
Le basi sono quella navale di Rota, vicino Cadice, praticamente all’estremo meridionale della Penisola Iberica, e, un po’ più a Nord-Est, vicino a Siviglia, la base aerea di Morón de la Frontera. Due presidii strategici nel sud del continente europeo, Morón accoglie la permanente forza di reazione aerea per l’Africa, con capacità offensiva, di appoggio difensivo e logistica.
Stati Uniti e Spagna “operano” congiuntamente entrambe le basi, in base a un accordo stipulato nel 1953, e continuamente rinnovato, che permette alla Spagna di decidere sull’uso statunitense delle basi. Gli Usa hanno ritirato dalla base una decina di aerei-cisterna KC-135T e KC-135R, necessari per il rifornimento dell’aviazione impegnata nei bombardamenti in Iran. Bessent ha lamentato che la Spagna “mette in pericolo vite di soldati statunitensi”.
Pedro Sánchez, dopo aver sentito alcune cancellerie europee, risponde senza giri di parole, con lo strumento della dichiarazione istituzionale trasmessa in televisione.
Non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo, contrario ai nostri valori e interessi, semplicemente per evitare ritorsioni da parte di qualcuno. Non sono chiari neanche gli obiettivi di chi ha lanciato il primo attacco. Dobbiamo imparare dalla storia e non si può giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone
Il capo del governo spagnolo sa che non è solo. Macron, che lo aveva chiamato mercoledì per esprimere la solidarietà della Francia, ufficializza la posizione di Parigi, che giovedì annuncia che anche le basi Usa sul suo territorio non sono utilizzabili per attacchi sull’Iran. Da Londra, Keir Starmer rende pubbliche le stesse limitazioni per le basi in Gran Bretagna.
Giovedì, Trump è tornato all’attacco: “Abbiamo molti vincenti ma la Spagna è una perdente; e il Regno Unito è stato molto deludente”. Lo ha detto dopo un imbarazzante balletto tra Washington e Madrid, con la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, che in conferenza stampa annuncia che la Spagna “ha ascoltato il messaggio del presidente e nelle ultime ore ha accordato la cooperazione con le forze militari statunitensi”; per essere smentita “nettamente” e a stretto giro dal ministro degli esteri, José Manuel Albares: “la posizione del governo di Spagna sulla guerra in Medio Oriente, i bombardamenti in Iran e l’uso delle nostre basi non è cambiata di una virgola”.
I paesi europei, intanto, iniziano e muoversi. Madrid annuncia l’invio a Cipro, oggetto di attacchi iraniani con droni e missili, della fregata “Cristóbal Colón” [Cristoforo Colombo – NdR], in quella che diventa una missione congiunta con la portaerei francese “Charles de Gaulle” e mezzi navali greci a protezione dell’isola; la Gran Bretagna comunica l’invio di quattro caccia a protezione del Qatar e di elicotteri anti-droni a Cipro. Mosse a sottolineare la differenza tra azione militare offensiva e di difesa. Anche l’Italia, col ministro degli Esteri, Antonio Tajani, annuncia l’invio di armi per la difesa ai paesi del Golfo Persico e di una nave militare a protezione di Cipro.
Sánchez si è quindi lanciato in avanti sul sentiero della dissidenza europea alla guerra illegale israelo-americana all’Iran, e al suo corollario libanese per mano di Tel-Aviv, che ieri ha intimato l’evacuazione di quattro quartieri di Beirut, prodromo di bombardamenti massicci esplicitamente annunciati in “stile-Gaza”. Il calcolo fatto da Sánchez è la ripetizione di quanto accadde proprio con Gaza, con la Spagna a precorrere il sentiero della condanna della risposta israeliana al 7 ottobre e, ora, della guerra illegale di Usa e Israele. E Parigi e Londra rispondono.
Siamo al settimo giorno di bombardamenti di una guerra che sta creando un caos globale, mette in crisi i commerci e pone l’Europa davanti a uno scenario funesto. Sánchez, alzando la voce e esponendosi, ne fa esplodere le contraddizioni e costringe a prendere posizione.
Così, la Commissione europea deve difendere Madrid dagli attacchi di Trump, esprimere solidarietà e ricordare che il mercato europeo è unico e ogni sanzione a un paese membro troverà “risposte adeguate”. Anche il segretario Nato, Mark Rutte, pur approvando l’azione statunitense, deve intervenire in difesa dalle accuse di ostilità alla Nato lanciate da Trump: “La Spagna è dispiegata su tutto il territorio della NATO. Le sue truppe fanno parte di molte forze terrestri avanzate, molte iniziative, molte missioni NATO. Voglio davvero lodarli per questo. C’è un sistema Patriot spagnolo in Turchia — ha sottolineato — che difende interessi chiave americani. Sì, ci sono anche discussioni sulla spesa. Ma questa è un’alleanza di democrazie.”
Intanto Trump e Netanyahu proseguono un conflitto che sta determinando una crisi economica mondiale, iniziata col blocco delle Stretto di Hormuz, tra Oman e Iran, oggi dichiarato “zona di guerra”. Qui transitano circa un quinto del greggio mondiale, quasi la metà del gas diretto alla Cina, un terzo di tutto il fertilizzante mondiale; sulla rotta opposta, passa il 90% delle derrate alimentari dei paesi del golfo persico.
Una protratta chiusura dello Stretto — di facile controllo da parte dell’Iran, contrastabile da Usa e Israele solo con un’invasione di terra a conquistare la parte di costa iraniana che presidia lo Stretto — porterebbe non solo il prezzo di gas e petrolio alle stelle ma determinerebbe una crisi umanitaria senza precedenti nei paesi del Golfo. Emirati, Kuwait, Arabia Saudita, Qatar precipiterebbero in una crisi alimentare, idrica e di merci, dalle conseguenze drammatiche, con milioni di profughi — già Beirut accoglie sin ne La Corniche, la lussuosa passeggiata marittima della capitale affacciata sul Mediterraneo, le tende dei libanesi in fuga dai bombardamenti israeliani—.
Il tempo, comincia giocare contro la scelta di Trump di appoggiare l’offensiva israeliana su Golfo Persico e Mediterraneo. La crisi economica dei paesi del Golfo si ripercuoterebbe sul petrodollaro, quindi sul dollaro come principale valuta di riserva e degli scambi mondiali, riversandosi sui mercati finanziari Usa. Alla fine del giro, se non riesce a fermare in tempo il meccanismo bellico, dopo aver messo in ginocchio i paesi alleati nell’area, aver ancora di più allontanato l’Europa, Trump potrebbe vedersi arrivare in casa le conseguenze della sua improvvida condotta. L’intenzione dell’Iran sembra appunto quella di non rendergli facile una rapida chiusura del conflitto, sì che tutti, anche i paesi più vicini, possano toccare con mano le conseguenze della guerra scatenata da Washington e Tel Aviv.
L’Unione europea tace, si divide e assiste all’ennesima spallata di von der Leyen e Mertz. Se il cancelliere tedesco giustifica e avalla la guerra al cospetto di Trump, Macron e Sánchez marcano le distanze, in difesa degli interessi europei e nazionali, comuni al Regno Unito che pure si fa sentire. Il dissenso europeo risponde a Trump e, indirettamente ma forse ancor di più, a Ursula von der Leyen, che davanti alla crisi bellica ha compiuto l’ennesimo colpo di mano.
Dall’immediato inizio della guerra la presidente della Commissione europea non ha espresso nessuna critica a Stati Uniti e Israele, non ha sprecato una parola sulle conseguenze per l’Europa della guerra; ha concesso che “l’unica soluzione è quella diplomatica” ma ha sostanzialmente avallato Trump dicendo che “questo significa una transizione credibile per l’Iran, la definitiva cessazione dei programmi nucleare e balistico e la fine delle attività destabilizzanti nella regione”, giungendo a auspicare il Regime Change a Teheran. Ma a motivare gli attaccanti sembra più una Regime Distruction, come segnala il politologo e storico iraniano, Siavush Randjbar-Daemi, in questo dialogo con la redazione di ytali.com, illuminante e consigliatissimo per la preziosa relazione tra eventi e contesto.
Una Regime Distruction che in nessun modo si cura degli interessi degli alleati e sulla quale von Der Leyen non ha avuto nulla da eccepire. Permettendosi, per di più, un protagonismo ingiustificato. Come si è chiesto David Carretta, sulla newsletter da Bruxelles Il Mattinale europeo, curata assieme a Christian Spillmann e Oliver Grimm, a nome di chi parla von der Leyen?.
La Commissione non ha competenze nella politica estera e di sicurezza comune, che spettano al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e all’Alto rappresentante, Kaja Kallas. Con grandi limitazioni. Le scelte dell’Unione in politica estera devono essere prese all’unanimità, l’Ue non ha un ministro degli esteri, infatti, ma un Alto rappresentante.
Mentre Costa tenta con difficoltà di costruire una posizione comune e Kallas percorre le vie diplomatiche, costretti alla discrezione in mancanza di un mandato degli stati membri, la presidente della Commissione ignora il loro lavoro, si allinea senza nessun mandato a Usa e Israele, attuando un vero colpo di mano istituzionale.
L’Ue è un’organizzazione transnazionale di Stati membri che hanno trasferito parte della sovranità in alcuni settori. Non nella politica estera e in quelle di difesa e sicurezza, che restano materie legate alla sovranità nazionale. L’improvvida iniziativa di von Der Leyen non è, quindi, una questione di lana caprina; e neanche una novità.
Già nel primo mandato si è scontrata più volte con Charles Michel e Joseph Borrell, allora rispettivamente presidente del Consiglio europeo e Alto rappresentante, per le sue mire di guida geopolitica. In questo mandato, ricorda Carretta, ha avocato a sé diverse competenze del Servizio europeo di azione esterna, con una Direzione generale per il Mediterraneo e i paesi del Golfo che risponde alla Commissione o con il, respinto, tentativo di attribuirsi la responsabilità sul riarmo degli Stati membri.
Mentre il Golfo Persico in fiamme minaccia il futuro non solo economico dell’Unione, la presidente si arroga l’iniziativa di parlare col presidente israeliano, col re di Giordania, lo sceicco del Qatar, il principe dell’Arabia Saudita, il principe del Bahrain, il sultano dell’Oman e il presidente turco Recep Erdogan. A che titolo e con quale mandato?
Con Merz, che sovverte la storica attenzione tedesca al rispetto del Diritto internazionale, e la spregiudicatezza accentratrice di von der Leyen, siamo davanti a un’azione tedesca profondamente pericolosa per l’Ue.
Due leader profondamente legati alla finanza militare. Lei, per il suo discusso mandato da ministra della Difesa, segnato da sprechi e progetti falliti. Lui, già consulente di Black Rock, il fondo d’investimento grande finanziatore nell’industria militare tedesca — anche mentre sedeva nel Consiglio di vigilanza della Borsa di Francoforte— settore poi favorito sia da leader dell’opposizione che da cancelliere. Due leader che dimostrano di non essere all’altezza dei ruoli istituzionali che ricoprono e di non avere contezza delle necessità europee.
In questo disastro, Pedro Sánchez prende la bandiera europea, organizza “i dissidenti” preoccupati dalle conseguenze delle irresponsabili azioni di Usa e Israele. Rovescia il tavolo europeo, proprio quando il Ppe, che sempre più si affida ai voti delle destre più o meno estreme e sempre meno all’alleato del PSE, lo ha marginalizzato, recuperando spazio di azione.
Spicca, a confronto, il barcamenarsi dell’Italia, tra l’euroscetticismo originario di Meloni e Salvini, la necessità della presidente del Consiglio di accreditarsi come atlantista, amica di Trump ma anche europeista, il proclamato patriottismo e la mancata azione di tutela, di comprensione reale si direbbe, degli interessi nazionali.
Su questa guerra, come sulla rottura del dialogo sul nucleare iraniano voluta da Trump, e le successive sanzioni per isolare il regime, l’Italia avrebbe molto da dire. La Spagna non ha mai avuto importanti relazioni con l’Iran. L’Italia, fino al 2017, ne era il primo partner commerciale europeo, con un interscambio che superava i cinque miliardi di euro, ora ridotto per le sanzioni imposte da Trump a circa 700 milioni.
Un export di beni ad alto valore aggiunto, macchinari industriali, apparecchiature, prodotti chimici e farmaceutica; un import importante, col greggio iraniano che copriva circa il 15 per cento del fabbisogno nazionale, gas naturale e derivati, ferro e acciaio e altri prodotti e merci.
Ma il nazionalismo, quando c’è da difendere gli interessi nazionali, è afono, mentre si infrange ancora una volta il sogno di fare da ponte tra Europa e Usa, a spese degli interessi nazionali ed europei.
Interessi che Sánchez, invece, comprende e si erge a tutelare, come i propri sul fronte interno. Quando Trump ha detto che “La Spagna è piena di brave persone ma ha una pessima leadership“, ha dimostrato ancora una volta di non avere consiglieri di livello, o di non ascoltarli.
Sánchez guarda al “No alla guerra” sull’Iraq di José Luis Rodríguez Zapatero. Il rapporto del Pp coi suoi elettori — che poi si infranse sulle menzogne del governo che tentò di attribuire all’Eta le stragi islamiste dell’11 marzo 2004, a poche ore dal voto — era già incrinato dalla partecipazione spagnola al vertice delle Azzorre del 2003.
La Spagna di José María Aznar, l’Inghilterra di Tony Blair, il Portogallo di José Manuel Durão Barroso e l’Italia di Silvio Berlusconi, assente al vertice nonostante l’appoggio al conflitto, ruppero l’unità europea, piegandosi alla guerra all’Iraq voluta da George W. Bush e basata sulle false prove dell’esistenza di armi di distruzione di massa, che mai vennero ritrovate nelle macerie irachene.
Come allora Zapatero, Sánchez spariglia, puntando su un certo antiamericanismo che in Spagna condividono anche le destre. Un’ostilità storica agli yanquis che rimonta alla perdita di Cuba per mano dei soldati Usa nel 1898. Alberto Nuñez Feijóo si trova nella scomoda posizione di dover attaccare un Sánchez che meglio di lui esprime la posizione di parte del suo elettorato. Mentre lo scaltro Santiago Abascal, dell’ultra destra di Vox, resta defilato a guardare l’affannarsi del leader del Pp.
Debole sul fronte interno, coi sondaggi e i passaggi dei voti amministrativi che vedono le destre davanti, il governo che va avanti a decreti e si prepara al terzo anno di esercizio provvisorio per l’impossibilità di varare la legge di Bilancio — ma la grande crescita economica garantisce valide riserve di cassa — Pedro Sánchez costruisce sulla politica estera i suoi bastioni di resistenza. Per reggere fino alla scadenza naturale del mandato e presentarsi, nel 2027, nuovamente come candidato, argine, non solo nel paese ma in Europa e nel mondo, alle derive nazionaliste e alla crescita delle destre dell’Internazionale nera che, fra Trump e Putin, mira a distruggere la costruzione europea.
A metà aprile, a Barcellona, si terrà il primo vertice della Mobilitazione progressista globale, iniziativa promossa dal capo del governo spagnolo e dal presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva. L’incontro, organizzato in collaborazione col PSE, vuole riunire i leader progressisti mondiali per coordinare risposte politiche all’avanzare dell’autoritarismo, dell’estrema destra e all’erosione del multilateralismo.
Immagine di anteprima: Pedro Sánchez durante la dichiarazione istituzionale in diretta televisiva del 4 marzo
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