Un giorno, nella foresta, scoppiò un grande incendio. Tutti gli animali, spaventati, fuggirono per salvarsi. Tuttavia, un piccolo colibrì decise di non scappare. Invece, volò sopra un lago per raccogliere gocce d’acqua nel suo becco e tornò indietro per versarle sulle fiamme. Gli altri animali, tra cui il leone, lo derisero, dicendo che non avrebbe mai potuto spegnere un incendio così grande con così poche gocce d’acqua. Ma il colibrì rispose: “Io faccio la mia parte”.
E la loro parte la fanno esattamente le nove protagoniste del libro Donne dell’altro mondo. Nove protagoniste di umanità e eccezionale coraggio che l’autrice, la giornalista romana Antonella Barina, ha presentato nella sede di Emergency alla Giudecca.
Sono nove storie, ma potevano essere novanta o novecento – precisa l’autrice – ne ho incontrate tante di donne che hanno fatto solo la loro parte, come il colibrì della favola africana.
Sono la storia di Vittoria, insegnante piemontese trasferitasi a Cuzco, in Perù, per aiutare le bambine sfruttate come domestiche nelle case dei ricchi; quella di Federica, fisioterapista romana che in Angola e in Afghanistan restituisce gli arti a chi è saltato su una mina e protegge persone vulnerabili dai rischi di abusi sessuali in paesi come il Ciad, Yemen e Pakistan. Poi c’è Chiara, infermiera in Liberia durante l’epidemia di ebola e nelle sale operatorie improvvisate nei camion a Mosul occupata dall’Isis. Natalina invece è in Congo a salvare ragazzine accusate di stregoneria e sottoposte a spietati riti di esorcismo. Suor Rita la troviamo nel Casertano, mentre strappa le vittime di tratta e i loro figli al commercio degli schiavi; Adriana, ex bracciante agricola, soccorre le vittime di caporalato in Calabria. Marisa e Gianna, a Roma, hanno creato una casa da fiaba per bambini malati di tumore che devono affrontare le terapie e vengono ospitati con le loro famiglie. E poi c’è Ginevra, che fa la clown nei paesi di guerra e “dovunque ci chiamino”, che vestita da pagliaccio con tanto di naso finto rappresenta tutte le altre.
Le donne, secondo me, hanno una capacità particolare di fare squadra – dice Antonella Barina a ytali – hanno un’idea di giustizia e quella perseguono, sanno collaborare con altri in modo autorevole, mai autoritario. Si circondano di collaboratori con i quali portano avanti la loro idea di giustizia; con questo non voglio sminuire gli uomini, ma ritengo che la capacità di collaborare e fare squadra sia una caratteristica molto femminile. Anche per tradizione, se vogliamo. Il ruolo della cura, se considero, è sempre stato delegato alle donne. Di donne crocerossine che tengono la mano al malato e lo confortano sono piene le cronache. Quelle che presento io in questo libro sono delle manager dell’aiuto, che organizzano e risolvono problemi complessi. Qui la cura è il risultato di uno spirito di sorellanza e non viene declinato nell’accudimento materno, non necessariamente. La cosa che a me colpisce è che nel mondo umanitario si parla sempre di uomini, pur grandissimi: Gino Strada, don Ciotti, don Gallo. Se si pensa a una donna, è Madre Teresa di Calcutta. Per la mia esperienza, nel corso degli anni, ho incontrato tante donne altrettanto capaci e disposte a fare delle vere rivoluzioni quando credono in qualcosa. Su di loro ho acceso il focus.
Antonella Barina volge lo sguardo a Ginevra, che sta seguendo il viavai di vaporetti e motoscafi sul canale della Giudecca oltre le vetrate; lei gira i campi profughi, gli orfanotrofi, gli ospedali, gli istituti di pena. Ginevra è incredula davanti a tanta normalità: “Se non è un sogno, è un film”. Oltre Madre Teresa ci sono donne altrettanto intraprendenti che non godono di visibilità mediatica e nemmeno la cercano, vanno per la loro strada.
Riconosco che ognuna di loro nutre un sano e forte egoismo per realizzare il proprio progetto di cura. Le loro scelte coinvolgono e sconvolgono rapporti sociali, familiari, affettivi, lavorativi perché sono scelte maturate nel tempo, non colpi di testa. Sono scelte che partono da lontano.
Come quella fatta da Ginevra, fondatrice di Clown One Italia. Attrice, clown e mimo, una delle prime persone a credere nella clownterapia nel nostro Paese, figlia di un medico pediatra che intratteneva i bambini prima di visitarli.
Una scelta di vita radicale, molto forte, determinata anche da motivazioni personali, intime, date da situazioni di disagio e di stress emotivo che mi hanno fatto scegliere con molta determinazione di stare dalla parte di chi è più invisibile. Questo non solo aiuta gli altri, ma aiuta me a sentirmi utile seminando e annaffiando i fiori che sono buttati in un angolo della strada. Hai presente quei fiori che nascono nell’asfalto e crescendo lo spaccano con le loro radici? Le radici non si vedono ma crescono sotto i nostri piedi e ogni tanto nelle fessurazioni spuntano dei fili d’erba. Ecco, a me piace lavorare con quei fili d’erba e dare la voce a quei fili d’erba è la cosa più bella che posso fare.
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