Ho conosciuto Achille Occhetto nelle vesti di ultimo segretario del Partito comunista italiano e poi come architetto della svolta, iniziatore di una nuova stagione politica della sinistra italiana, segnata, tra gli eventi di spicco, dall’elezione di un presidente del consiglio e di un presidente della repubblica provenienti dalle file del PCI.
Ho avuto modo di seguirlo da vicino per almeno due anni, accompagnandolo in molte delle sue trasferte, durante la svolta e dopo. Alla Bolognina [immagine di copertina] non c’era nessuno da Roma: solo lui, il suo fedele autista bolognese e una scelta destinata a cambiare la storia repubblicana. In quei giorni ho imparato molto del suo carattere: l’amore per le idee nuove, la buona cucina, le relazioni umane vissute senza formalismi. E una cosa posso dirla con certezza: non ha mai, neanche per un attimo, “appeso al chiodo” il suo cervello. Ha continuato a ragionare, scrivere, proporre, come se il tempo non potesse intaccare la sua curiosità intellettuale.
Oggi, che festeggia i suoi novant’anni, la sua figura torna al centro di iniziative pubbliche con interventi di personalità come Corrado Augias, Pier Ferdinando Casini, Luciana Castellina, Gad Lerner, Claudio Martelli, Francesco Rutelli e, tra i più giovani, Elly Schlein, che nel 1989 aveva appena quattro anni. Un omaggio giusto e doveroso, anche se inevitabilmente rivolto a un mondo politico che appartiene ormai alla memoria storica del Paese.
Occhetto ha attraversato la politica italiana con una qualità rara: la capacità di cambiare, di mutare forma, senza perdere radici e identità. La sua formazione non convenzionale lo accompagnava fin da giovane, in una casa torinese in cui passavano con naturalezza Italo Calvino, Cesare Pavese e Natalia Ginzburg. Un ambiente in cui imparò presto a respirare cultura viva, non accademica, non ingessata. Una cultura che più tardi avrebbe espresso nella scelta, non obbligata ma profondamente sentita, di dedicarsi alla politica invece degli studi universitari.
Controcorrente fin dai tempi della Fgci, seppe portare nella sua esperienza di segretario del Pci un vento di rinnovamento. Parlò della necessità di un “nuovo Pci” in un momento in cui pochi osavano guardare oltre il confine del passato. Affrontò la storia del comunismo con lucidità e coraggio, sostenne che i comunisti potessero sentirsi “figli dell’89” della Rivoluzione francese, e aprì un discorso che invitava a superare steccati ideologici radicati. Nel suo primo congresso da segretario scelse di rompere i rigidi copioni di partito: parlò di ambiente, della situazione dell’Amazzonia, e invitò il sindaco di quella regione, Neto, chiedendo un impegno su temi allora marginali ma che oggi sono diventati centrali.
La svolta della Bolognina resta tuttavia l’atto che più di ogni altro ha segnato la sua leadership. Chiudere l’esperienza del più grande partito comunista d’Occidente e aprire la strada al Pds fu un gesto che, allora, apparve traumatico e liberatorio allo stesso tempo. Una scelta che mobilitò migliaia di persone, militanti e non.
In un’intervista dell’epoca, quando gli si chiese se non fosse il momento di dare vita a una formazione nuova composta da forze diverse, rispose che la prospettiva era proprio quella: una convergenza larga fra culture laiche e cattoliche che avrebbe trovato simboli nuovi perché “a fatti politici nuovi corrispondono simboli nuovi”. Era già intuizione dell’Ulivo, forse persino del Pd.
Come ogni protagonista di una stagione complessa, anche Occhetto ha conosciuto scelte difficili e occasioni mancate: il rapporto complicato con i residui del centralismo democratico, il fragile esperimento elettorale con Antonio Di Pietro, la distanza critica rispetto alla “Terza via” di Tony Blair, apprezzata come innovazione ma giudicata troppo vicina al neoliberismo. Forse alcune decisioni avrebbero potuto restituirgli un ruolo più centrale nel nuovo corso della sinistra italiana. Ma, come ricordava Keynes, “le difficoltà non risiedono nelle nuove idee ma nel sottrarsi alle vecchie”.
Ciò che resta nella parabola politica di Achille Occhetto non sono le incertezze, ma l’energia del cambiamento, la capacità di mettere in discussione ciò che sembrava intoccabile senza perdere il senso profondo della propria storia. Lo aveva compreso bene Eugenio Scalfari quando scrisse che il suo era “un fenomeno rarissimo in natura: un soggetto che sta mutando la propria identità senza smarrire la memoria di sé”. Una definizione che conserva tutta la sua verità nel giorno dei suoi novant’anni.
L’articolo Le stagioni di Achille Occhetto proviene da ytali..