Commons Спільне è un giornale online della sinistra marxista ucraina: fondato nel 2009, è una pubblicazione di pensiero e di impegno politico, che, come dichiara la direzione, “si distingue da altri media ucraini per l’attenzione dedicata alle cause strutturali dei problemi sociali, con un’ottica materialistica” e con una visione “egualitaria e anticapitalistica”.
Qui si seguito pubblichiamo ampi stralci di un articolo dedicato a un tema che gli autori considerano centrale nell’ideologia che guida oggi la politica interna del Cremlino: l’omofobia.
1. Il discorso di Putin del 2022 e l’ideologia del Putinismo
Il 30 settembre 2022, Vladimir Putin pronunciò un discorso nella Sala di San Giorgio del Cremlino per celebrare l’annessione di quattro regioni ucraine. Otto anni prima, nello stesso luogo, aveva esultato per l’annessione della Crimea. Ma l’atmosfera era ben diversa: nel 2014 prevaleva il trionfalismo, nel 2022 regnavano smarrimento e tensione, dopo il fallimento della “blitzkrieg” e la ritirata russa nell’area di Kharkiv, che costrinse Mosca a ridurre da cinque a quattro i territori annessi.
L’intervento, intriso di retorica anti‑occidentale per giustificare una guerra ormai logorante, iniziò con rimpianti sulla caduta dell’URSS e accuse di “neo‑nazismo” all’Ucraina. Terminò citando il filosofo Ivan Ilyin, pensatore reazionario che aveva sostenuto i regimi fascisti europeo e tedesco — figura chiave nella costruzione ideologica del Putinismo recente.
Negli ultimi anni, Putin ha sviluppato una cornice ideologica coerente, espressa nei suoi testi e discorsi come “Sull’unità storica di russi e ucraini”. Questa narrazione fonde nostalgie imperiali e ossessioni identitarie, con la ricerca di “anni gloriosi” e di nemici esterni. In questo quadro, l’omofobia occupa un ruolo centrale: non più elemento marginale, ma fondamento dell’autodefinizione valoriale del regime.
Uno dei momenti culminanti del discorso del 2022 fu infatti un attacco contro l’Occidente “satanico”, accusato di voler imporre il riconoscimento di generi “innaturali” e di corrompere i bambini con la “propaganda” LGBT. Putin concluse che la Russia doveva difendersi da questa “decadenza morale”, contrapponendo la purezza della propria “civiltà tradizionale”.
L’omofobia, divenuta ormai linguaggio di Stato, funziona come collante ideologico e strumento di controllo sociale, legittimando sacrifici e repressione in nome della “difesa dei valori russi”. Essa traduce, in termini culturali e morali, la stessa logica imperiale che giustifica la guerra.
2. La persecuzione delle persone LGBT in Russia e il confronto con l’Ucraina
Dopo il discorso del 2022, la retorica omofoba del Cremlino si è trasformata in una vera e propria politica repressiva. Il 30 novembre 2023, la Corte Suprema russa ha dichiarato “estremista” il cosiddetto Movimento internazionale pubblico LGBT, criminalizzando di fatto ogni forma di attivismo, solidarietà o stile di vita associato alla comunità queer. La sentenza, redatta in termini volutamente vaghi, definisce “uniti da una morale particolare” tutti coloro che partecipano a pride, impiegano femminili professionali o conducono “uno stile di vita simile”.
In Russia, essere accusati di estremismo comporta pene gravissime anche solo per aver difeso tali movimenti o espresso simpatia. Già nel 2022, la legge del 2013 sulla “propaganda di relazioni non tradizionali” verso i minori era stata estesa agli adulti; nel 2023 è arrivato anche il divieto assoluto di transizione di genere, sia legale sia medica.
Questa escalation propagandistica, alimentata dalla guerra, ha inciso profondamente sull’opinione pubblica. Secondo il Levada Center, tra il 2013 e l’ottobre 2024 la quota di russi che provano “paura o disgusto” verso le persone omosessuali è salita dal 27 al 44 per cento, mentre il sostegno ai diritti uguali per tutti è crollato dal 47 al 30 per cento. Circa il sessanta per cento dei russi ammette che ridurrebbe o interromperebbe i contatti con amici o conoscenti, sapendo che sono gay.
Il quadro in Ucraina è invece opposto. L’allontanamento valoriale dalla Russia e la coesione civica prodotta dalla guerra hanno migliorato in modo netto le opinioni sulla comunità LGBT. Secondo l’Istituto di sociologia di Kyiv (KIIS), oltre il 70 per cento degli ucraini nel 2024 ritiene che le persone LGBT debbano avere gli stessi diritti degli altri cittadini — contro il 33 per cento del 2016 e il 64 per cento del 2022.
Pur non promuovendo apertamente una riforma legislativa, la leadership ucraina ha abbandonato la retorica omofoba di un tempo. Nel 2022 Volodymyr Zelenskyj ha risposto positivamente a una petizione per la legalizzazione delle unioni omosessuali, impegnando il governo a creare una forma di partenariato civile. Tuttavia, tre anni dopo, la legge non è ancora stata approvata. L’omofobia è in calo, ma resta diffusa nei gruppi di estrema destra e in settori popolari conservatori.
La guerra, dunque, ha prodotto due traiettorie morali divergenti: mentre la Russia radicalizza la persecuzione come strumento di coesione nazionale e repressione politica, l’Ucraina sperimenta una graduale apertura civile nata dalla solidarietà in tempo di guerra. Essere da una parte o dall’altra del fronte significa oggi vivere in società con livelli opposti di libertà e tolleranza.
3. Le origini storiche dell’omofobia russa
L’omofobia istituzionale in Russia ha origini paradossalmente occidentali: fu importata dall’Europa con le riforme di Pietro il Grande all’inizio del XVIII secolo. Prima di allora, secondo le fonti raccolte dallo storico britannico Dan Healey, la Russia moscovita conosceva la sodomia ma non la stigmatizzava come peccato mortale; la Chiesa ortodossa prevedeva solo penitenze lievi, molto lontane dalle pene capitali in vigore in Inghilterra, Germania o Italia.
Durante la “Grande Ambasciata” del 1697‑1698, Pietro I adottò modelli militari e giuridici occidentali. Nei regolamenti del 1706 venne introdotta la pena di morte per rapporti sessuali tra uomini, copiata da norme tedesche, poi ridotta a punizioni corporali nel Codice militare del 1716, ispirato a quello svedese. La misura non aveva fondamento morale: mirava a disciplinare l’esercito secondo gli standard europei.
Nel 1835 Nicola I estese il divieto a tutta la popolazione civile, ma nell’Ottocento la legge restò poco applicata. Nella cultura maschile russa prevaleva una relativa tolleranza, e giuristi come Vladimir Nabokov padre invocarono l’abolizione del reato, difendendo la libertà individuale e la laicità dello Stato.
Dopo la Rivoluzione del 1917, i bolscevichi discussero a lungo sul controllo della sessualità. Prevalse la posizione che affidava le “devianze sessuali” alla medicina, non alla giustizia: per questo nei Codici penali del 1922 e 1926 scomparve ogni riferimento alla “sodomia”. L’articolo della Grande Enciclopedia Sovietica del 1930, ispirato a Freud e Hirschfeld, condannava la persecuzione legale degli omosessuali tipica dei Paesi capitalistici.
Ma la fase di tolleranza finì presto. Nel 1934, dopo la denuncia di una presunta “rete di spie‑pederasti” legata ai fascisti tedeschi, la “sodomia” fu di nuovo criminalizzata con pene fino a otto anni di carcere. L’articolo, reintrodotto in pieno stalinismo, legava l’omosessualità a spionaggio e corruzione morale giovanile. Cominciò così una lunga persecuzione: nei gulag gli omosessuali erano emarginati e sottoposti a violenze sistematiche.
Dopo la morte di Stalin, la repressione continuò. Negli anni Cinquanta il timore che l’amnistia diffondesse “pratiche carcerarie” nella società spinse a rendere più dura la politica omofoba. Negli anni Ottanta, con la diffusione dell’AIDS, chi era sospettato di omosessualità veniva rinchiuso in cliniche veneree o incarcerato.
Solo nel 1993, due anni dopo la dissoluzione dell’URSS, la Russia abrogò definitivamente il reato, seguendo le richieste europee; l’Ucraina lo aveva fatto già nel 1991. La lunga oscillazione tra repressione e tolleranza mostra come il controllo sulla sessualità sia sempre stato specchio della struttura politica: autoritarismo e centralismo riaccendono l’omofobia, mentre riforme e aperture la riducono.
4. Le radici ideologiche del Putinismo e la biopolitica imperiale
A prima vista può sembrare contraddittorio che Putin rimpianga tanto la nascita quanto la caduta dell’Unione Sovietica. Il suo riferimento al passato non riguarda però l’eredità socialista, bensì la dimensione imperiale russa: ciò che ammira dell’URSS è il potere centralizzato, non la sua natura rivoluzionaria e internazionalista.
Nel discorso tenuto pochi giorni prima dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, Putin attaccò violentemente la politica nazionale di Lenin, colpevole — a suo dire — di aver incoraggiato le aspirazioni indipendentiste delle “periferie” e di aver inventato l’Ucraina moderna. Lenin, affermò, aveva commesso un errore “peggiore di un crimine”. Solo Stalin, nel suo racconto, avrebbe cercato di “correggere” quella linea. L’invasione del 2022 è così presentata come una “decomunistizzazione completa”, cioè il ritorno alla “Russia storica” pre‑sovietica.
Questa idea si ritrova anche nel saggio Sull’unità storica di russi e ucraini (2021), dove Putin accusa i bolscevichi di aver “smembrato” la Russia per inseguire un’utopia egualitaria. Alle loro colpe aggiunge quelle dei riformatori di Gorbaciov e della Perestrojka, rei di aver distrutto definitivamente “la Russia storica”, riducendo popolazione e potenza demografica dell’impero. L’ossessione demografica — la perdita di milioni di “russi storici” — alimenta una biopolitica conservatrice che esalta la famiglia eteronormativa e la natalità come baluardo nazionale.
In questo quadro, Putin e la sua élite esprimono grande ammirazione per la Russia zarista. Nelle sue giustificazioni per l’annessione della Crimea e delle regioni ucraine orientali, il presidente ha rivendicato il retaggio di Pietro I e dei generali imperiali, trasformando la guerra in un progetto di restaurazione storica. Perfino Vladimir Medinskij, ideologo del regime, paragona il conflitto con l’Ucraina alla guerra del Nord contro la Svezia, con cui nacque l’impero russo.
La logica è chiara: costruzione dell’impero sotto Pietro il Grande — bene; Rivoluzione d’Ottobre — male; stalinismo autoritario — parzialmente bene; Perestrojka e anni Novanta — disastro. Questa sequenza si rispecchia nelle politiche verso l’omosessualità: punizioni introdotte da Pietro, abolite da Lenin, reintrodotte da Stalin, di nuovo abolite negli anni Novanta. L’atteggiamento verso la sessualità diventa così un indicatore del grado di autoritarismo o di pluralismo del potere.
La sintonia ideologica fra Putin e il pensatore monarchico Ivan Ilyin, teorico del fascismo in chiave russa, è centrale. Entrambi rigettano i principi emancipatori del comunismo e del liberalismo e difendono la “comunità organica” fondata sulla fede, la gerarchia e la virilità. L’omofobia di Stato ne è la traduzione morale e politica.
La somiglianza con la biopolitica nazista è evidente: nel Terzo Reich come nella Russia attuale, il corpo maschile eteronormativo è glorificato come garante della forza nazionale e della crescita demografica, mentre le diverse sessualità vengono assimilate a minacce. L’ideale del “maschio guerriero”, pilastro della famiglia e dello Stato, ritorna oggi nel culto del “vero uomo russo” e nella retorica della “difesa dei valori tradizionali”.
Criminalizzare i movimenti LGBT come “estremisti” non è solo un atto repressivo: è una dichiarazione ideologica. Nella Russia di Putin, l’omosessualità non è perseguita solo perché “diversa”, ma perché contraddice il progetto politico di dominio, disciplina e uniformità. Il corpo, come ai tempi di Stalin e del nazismo, torna a essere un campo di battaglia ideologico, dove la purezza dell’impero si misura attraverso la repressione del desiderio.
Immagine di copertina: Il presidente russo Vladimir Putin dopo la firma degli accordi per l’adesione delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Luhansk e delle Oblast’ di Zaporižžja e Kherson alla Federazione Russa, nella Sala di San Giorgio del Gran Palazzo del Cremlino. Il 30 settembre, il Presidente russo Vladimir Putin ha “ammesso” quattro nuove entità costituenti alla Russia. Da sinistra a destra: Volodymyr Saldo, Capo dell’Amministrazione dell’Oblast’ di Kherson, e Yevhen Balitsky, Capo dell’Amministrazione dell’Oblast’ di Zaporižžja. Da destra a sinistra: Leonid Pasechnik, Capo della LPR, e Denis Pushilin, Capo della DPR, [30 settembre 2022.Grigory Sysoev/RIA Novosti]
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