A Venezia anche le ricorrenze della tradizione popolare sono espressioni culturali, spesso segnate da un forte sincretismo, come la Festa della Sensa che ripropone lo “sposalizio del mare” nel giorno dell’Ascensione. Ma queste feste, un tempo patrimonio dei cittadini, oggi sono state sottratte alla comunità e consegnate al consumo turistico. Al Redentore i veneziani sono soffocati dal sovraffollamento e costretti a chiedere permessi per mettere un semplice tavolino sulle rive della Giudecca – ormai una teoria ininterrotta di plateatici – o per ormeggiare una barca tra barconi e yacht stracolmi di foresti. E il Carnevale, risorto grazie all’edizione 1979‑80 che aveva fatto ripartire il cuore della città dopo un arresto durato due secoli, è oggi nuovamente moribondo.
Il Carnevale di Venezia è finito, non soltanto nell’edizione 2026 e non da quest’anno, ma tout court: ridotto a una triste carnevalata, una farsa edulcorata pensata per turisti, esibizionisti, edonisti. È diventato una rappresentazione conformista, con trasgressioni solo apparenti, un palcoscenico di personaggi in cerca d’autore con abiti costosi in competizione per chi si fa fotografare di più. Tutto è a pagamento: feste, eventi, spettacoli. Ci si va per farsi vedere, per distinguersi, per essere riconosciuti come “la migliore maschera”. Conta l’abito, non ciò che rappresenta: l’esatto contrario dello spirito originario, in cui regnava l’anonimato sotto un costume condiviso e popolare.
Il termine “carnevale” deriva da carnem laxare o carne levare, e indicava la fine dei banchetti del Martedì Grasso prima dell’astinenza quaresimale. In seguito si estese a un periodo più lungo, che a Venezia durava sei settimane dal 26 dicembre al Martedì Grasso: un tempo in cui il mondo si capovolgeva, per poi rimettersi in ordine con il Mercoledì delle Ceneri.
La parola compare per la prima volta in un documento del doge Vitale Falier del 1094, che cita divertimenti pubblici. Ufficializzato dal Senato nel 1296, il Carnevale divenne attività istituzionale della Serenissima per consentire sfogo sociale e allentare le tensioni. Il motto che meglio lo rappresenta è semel in anno licet insanire (una volta all’anno è lecito impazzire), espressione medievale ispirata ai classici, collegata ai Saturnali romani e al principio del panem et circenses. Era una concessione alla trasgressione regolata: le maschere annullavano le differenze sociali, il popolo poteva vestirsi da nobile, e nelle feste nessuno doveva essere riconoscibile.
La bauta – tricorno nero, tabarro e maschera bianca che permetteva di mangiare e bere senza scoprirsi – garantiva l’anonimato, così come la moretta, maschera femminile trattenuta da un bottone tra i denti che ne accentuava l’irriconoscibilità. Si giocava d’azzardo nei Ridotti, si vivevano trasgressioni amorose nei palazzi e nelle piazze. La vita diventava teatro e il teatro vita.
Con la caduta della Serenissima il Carnevale conobbe un lungo declino: bandito dalle dominazioni francese e austriaca, sopravviveva solo in feste private. Fino a quando, tra il 1979 e il 1982, con Maurizio Scaparro alla guida della Biennale Teatro, rinasce come festa autentica, popolare, creativa. Con Scaparro il teatro esce dai teatri e la città intera si fa teatro. Protagonisti non sono più “le maschere”, ma gli abitanti insieme agli ospiti, senza distinzione.
Il Carnevale più bello della Venezia contemporanea fu quello dei primi anni della riproposizione. Indimenticabile il 1982, “Napoli a Venezia”: una folla indistinta, danzante, giocosa, con Pulcinella e Arlecchini ovunque, feste spontanee in ogni angolo, porte e portoni aperti. La città respirava come dopo una lunga astinenza. Ricordo Keith Haring che, già malato ma pieno di energia, entrò in una semplice casa di studenti fuorisede, regalando manifesti, magliette, cappellini e disegnando su qualsiasi superficie. Non conservammo quei doni come cimeli: li usammo, li consumammo, perché ciò che contava era vivere, non possedere. Non c’erano turisti né spettatori: tutti erano partecipanti, un’umanità varia unita dalla stessa contagiosa gioia. Una vera festa pubblica, senza confini tra spazio privato e pubblico. Non ci si “vestiva da maschera”: si era maschera.
Oggi il Carnevale è diventato tutt’altro: una scena edonistica, una passerella alla moda, la città ridotta a sfondo scenografico e gli abitanti a comparse. Il teatro spontaneo delle piazze è finito, moltiplicati invece gli eventi a pagamento.
Scrisse Scaparro, in occasione della mostra dei suoi novant’anni alla Biennale: “Sono trascorsi quarant’anni dal Carnevale Napoli a Venezia, ma ho ancora nitide davanti agli occhi le immagini di qualcosa di unico, se non irripetibile… Il Carnevale come simbolo dell’unione, dell’interculturalità e come seme dell’utopia teatrale che in quei giorni è diventato un punto di riferimento nazionale e internazionale”. Con Scaparro la Biennale dimostrò come coniugare respiro universale e spirito del luogo, creando una manifestazione culturale di altissimo profilo in un contesto perfetto.
Di grande valore sono anche le mostre a Ca’ Giustinian, libere e gratuite, come quelle della Biennale Danza o Teatro, o la splendida esposizione di fotografie di Man Ray. Guardarle sui libri emoziona; vederle dal vivo toglie il fiato. Nell’epoca dell’immagine digitale – volatile, infedele, riproducibile all’infinito – la fotografia su carta, creata in camera oscura, torna a essere un’opera d’arte: unica, materica, irripetibile. È un patrimonio prezioso, parte del fondo donato all’ASAC.
Ogni mostra della Biennale dovrebbe restare un grande evento, misurato sulla qualità, non sul numero di visitatori. La crescita continua, l’espansione degli eventi collaterali e dei padiglioni fuori dai Giardini hanno finito per saturare la città, sottraendo spazio vitale e mettendo in difficoltà gli artigiani. Come gli affitti brevi hanno contribuito all’esodo dei residenti, così la proliferazione di esposizioni ha inciso sulla sopravvivenza dell’artigianato locale.
La Biennale produce cultura anche lasciando in eredità un patrimonio di conoscenze, di relazioni e interazioni. In questa direzione opera l’ASAC, che sedimenta e custodisce il sapere nella “città del mondo”. Un lavoro meritorio, che ci auguriamo possa ramificarsi sempre più e diventare presenza vitale nella città reale, sottraendo Venezia al giogo dell’overtourism culturale e restituendole un ruolo di coesione e tenuta sociale.
Si ringrazia la Biennale di Venezia
per averci cortesemente concesso di riprodurre immagini – in questo servizio – esposte nella mostra
Man Ray, l’immagine ritrovata
A cinquant’anni dalla Biennale Arte 1976
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