Quando si parla del calcio italiano, al momento, c’è poco da dire. Anche la scelta di eleggere il nuovo presidente della FIGC non prima del prossimo 22 giugno, dunque a stagione finita, nel cuore dei Mondiali cui non parteciperemo per la terza volta di fila e a quasi tre mesi dalla disfatta di Zenica contro la Bosnia, la dice lunga sulla miopia di un ambiente che, evidentemente, si illude di poter compiere ancora un giro di giostra, ignaro della disaffezione, dello sgomento e della rabbia popolare che ormai circondano il pianeta calcio. Non hanno ancora capito cosa sia successo, questo e chiaro, altrimenti si sarebbero affrettati a dar vita a una rivoluzione. E non basterà mettere in pista qualche vecchia gloria, sia chiaro, anche perché i Maldini, i Baggio, i Del Piero e i Rivera non sono dei postulanti, bisognosi della Nazionale per tirare avanti. Sono uomini di mondo, il cui prestigio è indubbio e le cui competenze potrebbero fare la differenza, più che mai in un momento tragico come quello che stiamo attraversando, ma per lasciarsi coinvolgere necessitano di chiarezza, progetti seri e, soprattutto, della certezza che le loro idee vengano finalmente ascoltate e attuate.
Fa star male, ad esempio, il pensiero che il dossier per rilanciare il calcio italiano, presentato da Baggio durante la presidenza di Abete (in seguito alla disfatta ai Mondiali sudafricano del 2010, quando arrivammo ultimi in un girone con Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia), sia stato messo in un cassetto. Avrebbe potuto fare la differenza, prima delle tre bocciature mondiali cui abbiamo assistito a partire dal 2018, e anche per questo, con tutto il rispetto per la persona, ci auguriamo che Abete non ottenga il bis alla guida della Federazione. Allo stesso modo, non sorprende che Del Piero e Maldini siano stati accantonati dai club cui hanno dedicato l’intera vita sportiva: sia alla Juve che al Milan imperano personaggi un tantino meno competenti e rappresentativi, ma prendiamo atto che da quelle parti siano contenti così e non possiamo farci niente. La Nazionale, invece, è un bene comune, un interesse di tutti e un patrimonio della collettività, pertanto non puo continuare a essere umiliata com’è avvenuto nell’ultimo decennio.
Anche i nomi proposti per la panchina, a dire il vero, non ci convincono. Il bis di Conte ci sembra una minestra riscaldata, Allegri non ci dà l’impressione di essere tagliato per fare il c.t. (è un ottimo allenatore, ma Nazionale e club non sono la stessa cosa e hanno esigenze diverse), per Mancini, che pure ha conquistato gli Europei del 2021,vale lo stesso discorso di Conte, infine è spuntata persino la suggestione Guardiola ma, a parte i costi proibitivi, non siamo convinti che c’entri poi così tanto con il calcio italiano e non siamo sicuri che, a sua volta, sia in grado di affrontare ritmi e caratteristiche di una Nazionale in ginocchio, colma di sfiducia e con all’interno ragazzi che in molti casi non hanno ben capito quale sia il loro ruolo. La richiesta di un premio per la qualificazione ai Mondiali, formulata alla vigilia delle due sfide con Irlanda del Nord e Bosnia e fortunatamente stoppata da Gattuso, la dice lunga sulla maturità di questo gruppo, e Guardiola non è un tipo che accetti determinate condizioni.
L’ideale, a nostro giudizio, sarebbe un profilo alla Silvio Baldini, che sta facendo benissimo alla guida dell’Under 21: innanzitutto, per rilanciare il profilo dei tecnici federali e poi per valorizzare finalmente il vivaio, vittima sacrificale in un Paese mai in grado di dare una speranza e una prospettiva ai giovani. Una soluzione ancora più suggestiva potrebbe essere incarnata da Claudio Gentile, l’erede naturale di Lippi già nel 2006, purtroppo inviso ai padroni del vapore dell’epoca ma più che mai utile in un momento in cui da salvare è rimasto poco o nulla. Gentile è stato l’ultimo a conquistare l’Europeo Under 21 nel 2004, dopo la tripletta di Cesare Maldini fra il ’92 2 il ’96 e il capolavoro di Tardelli nel 2000, ossia al termine del decennio in cui si sono formati, come uomini e come calciatori, i protagonisti della cavalcata che a Berlino ci ha condotto sul tetto del mondo. Ora serve un profilo così: nulla di più e nulla di meno. E poi, come detto, bisogna concedere carta bianca ai fuoriclasse che si vorrebbero coinvolgere, anche perché l’epoca dell’innocenza è ormai finita da un pezzo e, con meno di questo, nessuno di essi metterà mai piede a Coverciano.
Scriviamo note così amare in un periodo dell’anno in cui si susseguono anniversari suggestivi: i cinquant’anni di Nesta, Recoba e Seedorf, protagonisti di tanti derby di Milano, quando Inter e Milan erano tra le regine d’Europa e la Serie A era ciò che è oggi la Premier League, e gli ottant’anni di Arrigo Sacchi, colui che ha cambiato, almeno per un periodo, il calcio italiano, al timone di uno dei Milan più belli di sempre e poi di una Nazionale che non ha vinto i Mondiali del ’94 ma è arrivata comunque a un passo, imponendosi grazie a un gioco assai poco sacchiano ma comunque ricco di intelligenza e sapienza tattica.
A proposito di grandi allenatori, qualche tempo fa abbiamo detto addio a Rino Marchesi, un altro esempio da seguire, i cui eredi potrebbero essere il già menzionato Allegri e, forse, Luciano Spalletti, che sta facendo discretamente bene in casa Juve dopo aver fallito sulla panchina della Nazionale, travolto dalla già menzionata immaturità di un gruppo che purtroppo si è rivelato inadeguato anche sotto la guida di Rino Gattuso.
Siamo all’anno zero e dobbiamo prenderne atto. Abbiamo una sola certezza: peggio di così sarà difficile fare, anche se, ahinoi, non lo possiamo escludere!
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