Di personaggi come Mircea Lucescu, ahinoi, non ne nasceranno più. Non è questo, infatti, il secolo adatto agli irregolari, agli idealisti, agli uomini di cultura capaci di far compiere un salto di qualità all’intera comunità. E se pure esistono, vengono emarginati.
Ci aggrappiamo alle poche eccezioni, sempre più rare. Uno come Lucescu non ha solo sfidato il regime di Ceaușescu e il dominio della Steaua Bucarest, simbolo del potere in Romania, portando al successo la sua Dinamo. In Italia, poi, ha proposto idee rivoluzionarie e una visione del calcio sconosciuta a un ambiente troppo danaroso e a una sinistra ormai imborghesita dopo il crollo del Muro di Berlino.
Insieme a Romeo Anconetani, presidente del Pisa e personaggio anch’egli fuori dagli schemi, ha contribuito al miracolo nerazzurro, valorizzando, tra gli altri, un giovane Diego Pablo Simeone. Poi Brescia e Reggiana, fino all’Inter del dopo-Simoni: un’occasione mancata da parte di Massimo Moratti, troppo impaziente per comprenderne la grandezza.
All’Inter, Lucescu avrebbe potuto costruire qualcosa di duraturo, se solo la società e la squadra avessero avuto il coraggio di seguirlo e non di aspettare l’avvento di Lippi. Invece, come spesso accaduto nella sua storia, l’Inter pagò la sua “pazzia” d’amore, passando da un tecnico all’altro senza una vera identità.
Lucescu, al contrario, incarnava perfettamente lo spirito dei nerazzurri: un club di artisti, irrequieti e illusi, votato alla sofferenza e capace di trasformare il dolore in poesia. In Italia, contribuì anche alla crescita di Andrea Pirlo, intuendone il talento e anticipando la sua evoluzione tattica poi completata da Mazzone e Ancelotti.
Con Mircea Lucescu se ne va un uomo che non concepiva il calcio come qualcosa di separato dalla vita. Pretendeva che i suoi giocatori avessero cultura, conoscessero le città in cui si recavano, visitassero i musei, formandosi come persone prima ancora che come atleti.
Fino all’ultimo respiro si è seduto sulla panchina della Romania, sognando i Mondiali. Non ce l’ha fatta: il suo cuore, a ottant’anni, ha detto basta.
Lo salutiamo con il rispetto dovuto ai miti e con l’affetto riservato a chi abbiamo davvero amato. È stato capace di vincere trentasette trofei — terzo nella storia dietro Ferguson e Guardiola — senza mai cercare protagonismo o riflettori.
Nato nel socialismo reale, se n’è andato da “travet del pallone”: artista autentico, sognatore per vocazione, leggenda per destino. E uomo buono per tutte le stagioni, questo no, non lo è mai diventato. Forse per questo, in tanti non lo hanno capito. O, peggio, non lo hanno accettato.
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