È cambiato il vento, per esempio, quando tra la Groenlandia e la Danimarca, ma lo stesso in tutto il Nord Europa, gli Orsi Bianchi fecero capire di non gradire affatto nessun genere di aggressione trumpiana.
Difficile dire se certe scelte di gusto, se certi appassionamenti visivi siano dovuti a un cambio di vento (sia estetico che politico), resta il fatto che, su richiesta della presidente Giorgia Meloni, a Palazzo Chigi è stato esposto temporaneamente, in prestito dall’Associazione Enrico Berlinguer, l’immenso dipinto La battaglia di ponte dell’Ammiraglio di Renato Guttuso.
La committenza ideale o ideologica di quel quadro la si poteva leggere già nel maggio del 1945 in Calendario del Popolo:
Oggi l’Italia è risorta ancora nel nome di Garibaldi e nella sua tradizione gloriosa le nostre eroiche unità partigiane garibaldine, protagoniste del Nuovo Risorgimento Italiano, hanno liberato il suolo della Patria.
La storica dell’arte Chiara Perin ha scritto:
Tra il 1951 e il 1952 il quarantenne Renato Guttuso affrontò un genere per lui ancora intentato, quello della pittura di storia. Scelse un episodio risorgimentale: lo scontro tra borbonici e garibaldini alle porte di Palermo all’alba del 27 maggio 1860. L’esito fu La battaglia di ponte dell’Ammiraglio, un grande olio su tela presentato nel 1952 alla XXVI Biennale di Venezia in una sala interamente dedicata all’artista.
Un diluvio di polemiche e apprezzamenti, essendo sospinto il diluvio critico, se non altro, dal vedere in quella tela dipinti i ritratti di notissime personalità comuniste: Antonello Trombadori, Mario Socrate, Marino Mazzacurati, Luigi Longo, Giancarlo Pajetta, Elio Vittorini e altri ancora.
Chi scrive ebbe l’opportunità di vedere la seconda versione della Battaglia, che fu esposta nell’Aula Magna dell’Istituto Studi Comunisti a Frattocchie nel 1955, restandone straordinariamente sorpreso per il profuso fulgore del rosso e dal trascorrere delle forme del neocubismo guttusiano in un realismo memore dei conflitti irrisolvibili dipinti su grandi superfici da Courbet e da Picasso.
E a proposito del “come si dice, il vento è cambiato”, sarebbe alquanto miope non accorgersi che, alle spalle del presidente Zelensky e della Meloni, ci fosse il 15 aprile 2026 quello storico e imponente manifesto, allegoria della vittoriosa rivolta contro la terribile oppressione nazi-fascista dipinta da Guttuso, e che qualcosa avrà di sicuro significato per chi sta guidando in Ucraina la più eroica lotta di resistenza e liberazione del XXI secolo a nome e per conto dell’Europa.
Il capitolo di una storia che dovrebbe coinvolgere nel profondo la parte democratica e progressista del nostro Paese.
Certo che, “come si dice, il vento è cambiato”, quando Springsteen canta la sua Streets of Minneapolis per le grandi manifestazioni statunitensi. Certo che il vento è cambiato dopo che abbiamo visto andar per mare le libere flottiglie in aiuto di Gaza. E lo stesso quando si sono contati i No del referendum.
Ma certo che il vento è cambiato quando non ci è parsa vera la notizia della cacciata di Orbán da Budapest, o quando ascoltiamo dei disumani dolori e massacri di cui parla a ogni Angelus Papa Leone XIV da quella finestra aperta su Piazza San Pietro e sul mondo.
Si è detto della Biennale del 1952, con Rodolfo Pallucchini segretario generale e presidente della Repubblica Luigi Einaudi, ma oggi si porti rispetto a Pietrangelo Buttafuoco e alla sua idea di Biennale e, nel farlo, altrettanto rispetto per la Commissione Europea quando afferma:
Gli eventi culturali finanziati con il denaro dei contribuenti europei dovrebbero riguardare i valori democratici, promuovere il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione, valori che non vengono rispettati nella Russia odierna.
Immagine di copertina: Il Presidente Zelensky a Palazzo Chigi con alle spalle la “Battaglia del ponte dell’Ammiraglio” di Renato Guttuso
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