Simile ad un eroe balzachiano, Daniele Timpano si rivolge alla scena romana, quasi fosse Parigi, per impossessarsene. Con la sua calda vocina tremula, che vibra a superare il panico da ex timido a infrangere il silenzio, pare dire: “Teatro, a me”. In Poemi focomelici, si mette a fare a versi, e a volte gli scappa la rima. Sulla pagina, ora pochi segni grafici, ora uno strabordare della parola, asimmetrie che ricalcano il suo modo di recitare. Sono scritture infatti nate per essere pronunciate, strofe che pulsano fisicamente per incarnarsi nella bocca e nel corpo dell’interprete, a scavalco con la ribalta. Tant’è vero che il ritmo, anche senza metrica, ce l’ha sulle labbra, come puntualizza con orgoglio nella prefazione. Feroce l’ambizione dell’autore. Aiutato dai social, dai siti, dalla rete delle tante piattaforme, si muove tra agili e proficui slalom, in una strategia quasi militare di occupazione degli spazi. Il pubblico tende ad essere da lui trasformato in followers, ovvero nei membri di una chat, in una corrispondenza assillante, tra pressanti inviti a partecipare, annunci, appuntamenti, calendarizzazione bulimica di eventi. Perché Daniele indossa i panni dell’influencer quando ti addita dove vederlo, oltre che sulla ribalta, da Apple Music a Spotify, da Amazon Music a Bandcamp ma anche su YouTube. E punta, pure in questo caso, a fare del volumetto una tiratura in vinile. Il che può stancare chi non condivide tanta energia comunicativa come capita ai vecchi. Ma quello che ti conquista è la fragilità della persona, quando ne scorgi la curiosità intellettuale, la componente bibliofila, la nostalgia di una vocazione alla ricerca teorica, una ingenua disponibilità ai contatti con le cattedre universitarie.
Eppure, questo testo, simile ai suoi copioni, trasuda fisicamente l’idea della fine. Dell’attore, ma pure del mondo intero, non resterà traccia. Daniele lo ribadisce, se prevede di vivere ancora per poco, nella “prospettiva di una morte ormai non più così lontana”, dichiara con narcisismo apotropaico nella quarta di copertina. Ed è nato nel 1974. Si dischiude pertanto un universo necrofilo, in cui bare vanno e vengono o viaggiano sul mare. Di conseguenza, la volontà presenzialista si risolve in una “risibile ascesa verticistica”, e buffa si mostra ogni speranza che qualcuno “pubblicherà di me/quando più io non sarò io”. Allo stesso tempo, in quanto fatica e lavoro estenuato, il percorso intende essere “renitente al disarmo” della “parabola autoriale”. Si compiace così di resistere al nulla che incombe, non solo nell’immaginario della sala ma anche nel cartaceo. Vedi l’euforia con cui segnala i propri titoli presso Einaudi, rarità per un teatrante se si esclude Fo e Massini. Stavolta procede e firma da solo, senza la compagna di vita, Elvira Frosini, con cui fa ditta dal 2008, senza la magica e rabdomantica presenza sulla scena dell’attrice Musa, scricciolo di ferro e regolatrice delle voglie creative di Daniele. Di lei, ricordo in particolare il suo Digerseltz, delirio sulle malefatte del cibo nel 2012. Di solito, i due formano una coppia febbrilmente operosa dietro e davanti alle quinte, sodalizio degno di confrontarsi con quello costituito dallo stesso Fo (di cui ricorre quest’anno il centenario) e Franca Rame, o con quello di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari a Ravenna.
L’ho scoperto, Timpano, vent’anni fa in Dux in scatola. Autobiografia d’Oltretomba di Mussolini Benito, proposta coraggiosa per i tempi che corriamo. Se ne veniva sul palco, con una scatola in mano dove immaginava ci fosse la testa del Duce, uscita dallo scempio di Piazza Loreto. Ma nessuna pietas per il dittatore che ha rovinato il Paese almeno per due generazioni. Solo una beffarda immedesimazione sui suoi sproloqui e sull’ipocrisia della classe politica prima, durante e dopo la sua uscita di scena. Alle spalle, l’autore vanta spettacoli, per citarne alcuni, sull’immaginario tolkieniano, sui fumetti giapponesi, sulla retorica risorgimentale, sulla Rivoluzione francese, sulla morte di Aldo Moro, sugli zombie, sulle cariatidi (il prossimo), sull’opera lirica in versione rock (Orfeo), di cui inserisce qui alcune sequenze. Una drammaturgia che punta a suo modo alla storicizzazione, a fare ordine nel caos del postmodernismo, ossia nella “mancanza di un orizzonte davanti”. Una strategia pure didattica, se tengono laboratori di drammaturgia e workshop per l’attore. E il loro spazio Kataklisma diviene residenza creativa e tutoraggio artistico secondo le recenti tendenze dei circuiti. Frequenta la poesia da tempo, Timpano, al punto da promuovere la domenica sul web una rassegna di poeti per lo più novecenteschi, Poeti della domenica, con festival anche allestiti sul palco, creando un atelier comunitario intorno al verso, offerto con aperitivi di benvenuto.
Ora, questi Poemi focomelici, doppiati dall’album musicale (il lungo componimento di Bastiano nasce in effetti come libretto per l’opera di Marzio Venuti Mazzi), vengono etichettati da chi firma un “concentrato di immaginario, corpo, voce e poetica unico nella storia del nostro percorso di compagnia”. Il diario di bordo assembla frammenti dal 1980 al 2024, estratti di una produzione più ampia, “versi di merda”, “furati all’oblio dei cassetti”, un’autobiografia demenziale che sposta in ghigno la lagrima nascosta, per la recita esterna. Da qui, il disincanto dispettoso, in cui centrifuga l’identità e protesta insieme contro la propria anaffettività: “pianse il deserto/del suo occhio asciuto”. Romanzo altresì di autoformazione, un simile tentativo “forse fallito, di una liberazione”, conduce dalla nascita casuale e dal bambino che “piace un po’ a tutti/Er coccolino de casa” alla prigionia nella classica famiglia che uccide.
Tra le mura di casa, una coppia parentale pare in effetti impegnata a massacrarsi in conflitti strindberghiani (almeno nella fantasticheria paranoide del soggetto narrante), mentre infuria, in risposta, un onanismo ossessivo (esportabile anche nell’universo femminile) di un’adolescenza protratta a lungo. Nel deserto del letto, in compagnia solo delle proprie flatulenze, eccolo allora in preda all’amor sui: “nel fumore gassoso/abbraccio la tua schiena immaginaria”. Una voluta maleducazione, nella gioiosa caduta dell’eufemismo, una modalità antiwoke assaporata da questo novello Giamburrasca in termini esasperati. Ma Dio probabilmente è morto, se dal pulpito pontifica un fesso, e se la messa è finita “vado beh/a prendermi un caffè”. Blasfemie memori di Carmelo Bene, quello di Nostra Signora dei Turchi, magari ingentilito da Palazzeschi, si esaltano al “cazzettuccio marcio di Sant’Antonino”, perché la fisiologia zozza riguarda tutti, anche le icone devozionali. E dunque spunta “la mutanda di Padre Pio […] intrisa/di piscio, di feci, di peli e pisello di maschio”, tra martirii barocchi che staccano le “tettine mozze” a Sant’Agata.
In compenso, ridicolo risulta ogni razzismo: non appena a bianchi e neri “vi apriamo il culo/siete solo rossi”. Dietro a tanta irritualità si avverte pure l’ombra delle serate dada-futuriste, per la contiguità tra verso e performance e la propensione al funambolismo verbale sino al nonsense goliardico (ma sempre per la verità ricondotto a opzioni semantiche). E ancora non mancano le sfrenatezze del cadavre exquis surrealista, i miasmi e gli afrori di Victor ou les enfants au pouvoir di Roger Vitrac (1928) con la Dama petomane in salotto. Non basta, perché qua e là si avvertono gli orrori neogotici di Rodolfo Wilcock, tra autofagie e reciproche masticazioni cannibalesche come in Storie di un Cirano di pezza, uscite dalle serie della Famiglia Addams, con dentisti folli che ti succhiano la lingua e ti fanno a pezzi, e stragi di bimbi sulla scia della Modesta proposta di Swift, “ossicine comprese”.
L’io vaneggiante spesso esibisce pulsioni omicide non dimentiche di Max Aub: “Ucciderti e in frammenti,/in vasetti sottovuoto,/imbalsamato o che ne so,/tenerti intatto sul comò!”. Anche perché nel frattempo la partner sta imitando la Parca medusea: “Mi tagliavi i capelli amorosa/con le tue forbici sorridenti”.
Il focus della raccolta è un parricidio simbolico, nella tradizione del teatro espressionista. Si parte da una poesiola natalizia, datata 1980, con un bimbo di sei anni preoccupato che il suo babbo si stanchi, salvo poi vederlo più avanti “pacchiano/senza volto ma solo un sopracciglio”. Il tutto si chiude con un auspicio ambiguo, desiderio e terrore, che muoia colui che porta il cognome del figlio in una buffa inversione gerarchica e identitaria. Di contro, l’Io confessa una decisa renitenza a perpetuarne la progenie, per scelta di vita, e si consola nel dagherrotipo regressivo di sé in braccio a una nonna che non c’è più. Un padre incombe, grande in tutto e falloforo, scoperto in una traumatica doccia in comune: “virilgagliardo babbo/di portentoso cazzo”, altrove invocato con vezzeggiativi come “papipapà popputo”. E nelle perorazioni alla Cecco Angiolieri “Io se fossi donna/io me prenderei a carci su la pancia incinta”. Anche per via del prepuzio sottratto a undici anni, non per motivi religiosi ma urologici (nessun lamento ebraico alla Shalom Auslander). Il pene vorrebbe financo svitarselo e appenderlo al muro. Da qui, il compianto sul “pisellino mio circonciso miserabile e nudo”. In un certo senso, il baudelairiano mon coeur mis à nu si sposta irresistibilmente nel mon corps mis à nu, uno spogliarello controverso del pazzo in erezione che vorrebbe girare coll’impermeabile nei parchi pubblici ma non osa farlo per ragioni della misura. Meglio così una salita al patibolo di una Maria Stuarda in un ideale transgender che agogna il martirio applaudito, sulle orme del giovane Pasolini che si sognava sulla croce nel suo amore omofilo per Gesù.
D’altra parte, questo invasivo genitore può trasformarsi anche in figura salvatrice dall’annegamento, con le sue mani così buone che “le ho mangiate tutte quante”. Ma con lui sogna di andare “mano nella mano in pieno sole/e vivi”, ideale che cela accoppiamenti rimossi, in un’estasi di identificazione biologica e ontologica. Essere come il padre diviene essere il padre nella scena di carta che si fa lettino di analisi. Qui affiorano i primi vagiti, stramberie come passatempi onirici con delfini o con bambole rotte, galli che cantano tre volte cui si recide il collo. Inevitabili le minacce all’altro, “in granelli che io spero/ti si inficchino negli occhi”.
Ma conta soprattutto in questo flusso di immagini srotolate senza freno o pudori il sesso squallido di un voyeurismo coercitivo davanti a “unti laceri abbracci” perché l’accoppiarsi altrui risulta “un po’ vile e schifoso […]”. Se invoca “nella mia bocca io ti voglio/masticata e maciulla”, allo stesso tempo fugge dal “branco maschile trionfante”. Da una notte in scena del genere colano mostruosi viluppi alla Hieronymus Bosch: “già ci saremmo scopati l’un l’altro/nel culo ed in bocca e davanti/già ci saremmo scopati un po’ tutti/ed ogni pisella o pisello sarebbe/due palle di noia e di incesto”. E “questo fotti fotti generale e collettivo” determina solo ignobili oggettivazioni del coito stesso: “Un preservativo precipita pieno/nell’immondizia accanto al suo amichetto (l’assorbente)”.
Si disfano per fortuna le coppie, in un’entropia generale dove “sbiadiscono i vecchi legai/che palle”. E se certi occhi sono stati in passato una sicurezza “ho preso il sole a quelle luci/e adesso sono chiusi/sbarrati”. Non mancano incubi zoomorfi, il finire divorato da formiche, operai usciti forse dai cori di Dario Fo del ’68, che si congiungono con bianche pecorelle, “teste di micio mozzate”, bambini che allevano topini cicciotti per poi mangiarseli (e una caccia al topo si conquista una lunga sequenza, omaggio a Il grigio di Gaber), mentre bambine affogano nel vomito.
Il fatto è che questa ruminazione funziona in quanto messa in moto da una triade che insegue l’attore-poeta, ossia da “Narciso, da Onan, dal pianto”. Gli resta, come sfogo e scusa, il disgusto di sé, nella esecrazione della corporalità invasiva: “Urgenza/di urine/di feci/Pene secco”, e “Mia gioventù/sciatta ed inguardabile”, oppure “scheletrino vestito a festa”, o ancora “smorzancrolla nano bicefalo”, “aborti bambini”, tutti sinonimi sostitutivi del suo vergognoso, alla lettera, “pisellino ino ino”.
Ne deriva una decomposizione in atto che indossa nondimeno “pantaloni orinati/Giallini, Bagnati, Pisciati”. La focomelia del titolo disturbante (Daniele, dolcemente marinettiano, si preferisce antipiacione) gli appartiene in modo consustanziale. Una disabilità che inizia dalle mani: “focomeliche mani/son mani inani di inani nani”, oppure “focomeliche manine/ancorate alle mie spalle”.
Non amarsi, si sa, comporta non amare gli altri, con relative allergie e idiosincrasie, che lo fanno cristonare, tra i rabbiosi neologismi sottolineati da Dario Tomasello nella lucida postfazione al volume. Tanti, insomma, gli odii: “Odio l’estate/che è una merda ed anche peggio/in luce d’anguria/su spiagge di granelli tutti stretti/tutto uno stadio di flaccidi furfanti”.
Per concludere, questo ilaro-tragico poemetto serve allo scrittore performer a buttare fuori lo sporco e la paura, che si ripresenti ad esempio lo sconosciuto col motorino che l’ha picchiato per strada senza una ragione. Ma questo è il gesto igienico e terapeutico studiato da Walter Benjamin nel gioco infantile, per spaventare gli altri e calmare se stessi.
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