L’intera umanità ha vissuto e vive, nel corso di quest’ultimo decennio, l’esperienza concreta della complessità nelle crisi globali che hanno attraversato, simultaneamente, ovunque e per le medesime cause scatenanti, la quotidianità delle nostre vite individuali e collettive in ogni regione della Terra. La crisi pandemica, quella ecologica e ambientale, quella alimentare e sanitaria, quella economica e sociale e, soprattutto, la propagazione geopolitica su scala mondiale del riarmo, della guerra e dell’eccidio di massa, non solo si succedono e s’intrecciano a intensità crescente, ma si aggrovigliano e si avvolgono fra loro in modo inestricabile e, di fatto, si mostrano inestinguibili su tutto l’orizzonte planetario. Ne viene che l’equilibrio stesso della biosfera terrestre e la sopravvivenza stessa della specie sapiens che ha colonizzato il pianeta sono ormai entrati, oggi, in una situazione da allarme rosso. L’atroce scoperta della propria capacità di autodistruzione in tempi pericolosamente ravvicinati, che l’umanità ha fatto ad Auschwitz e a Hiroshima, non è più l’incombere storico di una minaccia, ma la sua terribile attualità politica.
Questo stato delle cose mette in discussione non soltanto gli orizzonti politici, culturali ed etici che la civiltà umana ha sviluppato, ma l’orizzonte stesso di questa civiltà, la sua autocoscienza antropologica. Per tanto, la difficoltà non si limita alle possibili risposte a un colossale e urgente “che fare?”, ma si estende alla possibilità stessa di porsi la domanda e al come diventi possibile formularla. Abbiamo cioè di fronte un complesso problema cognitivo, una complessa sfida epistemologica.
Viviamo in un mondo complesso. Tutto in questo mondo è connesso, tutto è in relazione, tutto sembra intessuto con un insieme di fili ingarbugliati e inestricabili. Nulla più accade, in un punto qualsiasi di questo mondo, senza che risuoni nel resto del mondo. A regnare è l’incertezza, perché nessuna azione ha conseguenze calcolabili o circoscrivibili, talmente ampi sono i suoi riverberi e i possibili controeffetti, imprevedibilmente rapidi, e a volte invisibili,
così scrivono Mauro Ceruti e Francesco Bellusci in apertura del loro ultimo libro, pubblicato in questi giorni dalle edizioni Aboca di Sansepolcro e intitolato, significativamente, Per una civiltà della Terra.
Si tratta di un libro che distilla, affabula e attualizza la lunga riflessione che l’impegno civile e scientifico di Ceruti ha prodotto, più volte con l’ausilio di Bellusci e il viatico di Edgar Morin, nelle pubblicazioni (Il tempo della complessità, nel 2018; Sulla stessa barca e Abitare la complessità, nel 2020; Il secolo della fraternità, nel 2021; Umanizzare la modernità, nel 2023; e la riproposizione aggiornata, l’anno scorso, del grande afflato antropologico e geopolitico di La nostra Europa, già pubblicato con Morin nel 2013) che si sono succedute in questo decennio, con una continuità e una pertinenza davvero eccezionali, come articolata condensazione progettuale di una straordinaria attività di studio e di ricerca, sia in ambito epistemologico che in ambito antropologico, condotta per tutta una vita e cadenzata da decine di altre importanti pubblicazioni scientifiche.
Ancora una volta, infatti, in questo libro, scritto con Bellusci, Mauro Ceruti propone al mondo politico e intellettuale internazionale la sua sfida della complessità nei termini di un grande appello a una rinnovata e urgente antropologia della civiltà planetaria, nei termini di un manifesto per l’elaborazione di nuovi linguaggi e, quindi, per l’educazione a nuovi i modelli del pensare e dell’agire, alle quali obbliga le coscienze di tutti la poli-crisi dilagante, e per certi aspetti esiziale, dell’umanità planetaria e della Terra che essa abita: «La sfida della complessità si pone così come sfida etica, politica e antropologica, che comprende, rendendola ancora più dirimente, la sfida cognitiva, perché investe il senso e il futuro dei legami e dei destini condivisi dagli uomini sul medesimo habitat terrestre. È la sfida di abitare la complessità del mondo, ovvero la sfida della coesistenza su una terra comune, dove comuni sono le minacce di dolore, di fragilità, di morte, di ignoranza […] È la sfida di una coesistenza pacifica, sostenibile, solidale, in una parola civile».
L’oggetto dell’agone a cui tale sfida ci chiama è l’intera comunità umana planetaria e lo scenario in cui si essa svolge è tutto il pianeta, perché in gioco sono, insieme, la sopravvivenza della prima e l’equilibrio del secondo, perché dalla coscienza etica e dalla visione culturale della prima dipende ormai inestricabilmente l’ecologia del secondo, perché la vita della prima dipende dall’evoluzione della vita nel secondo. E tali dipendenze sono reciproche, intrecciate e ricorsive. La sfida della complessità comporta sempre ambivalenze e ambiguità che non si possono sciogliere ed eliminare, ma con le quali bisogna convivere e nelle quali bisogna agire: perché «più una società è complessa e più essa contiene in sé potenzialità di disordini, di antagonismi, di conflitti; e nel contempo più contiene potenzialità di innovazioni, di strategie, di risposte alle forze disgregatrici, e più dovrebbe contenere la comunicazione fraternizzante, per compensare la sua fragilità organica. Il pianeta è il campo di lotta dove si gioca ormai il destino della civiltà umana».
di Mauro Ceruti e Francesco Bellusci
Aboca edizioni, 2026
Prezzo: euro 18.00
La civiltà moderna, come scriveva Milan Kundera, attraversa un’epoca di paradossi terminali che si determinano laddove proprio i processi (di tipo scientifico, economico, tecnologico, politico e persino giuridico) messi in atto dall’evoluzione delle società umane più avanzate e dei loro apparati istituzionali per avere sempre maggiore benessere, sicurezza, libertà e protezione, rischiano di divenire minaccia e disgregazione su scala planetaria proprio di quei valori e di quelle conquiste a cui si volevano finalizzati. E questa deriva, insieme antropologica ed ecologica, investe ormai direttamente, sempre su scala planetaria, l’opposizione fondamentale della vita e della morte, consegnando tutti e ciascuno, l’umanità tutta e ogni individuo a una fragilità esistenziale e a un’impotenza che è prima di tutto cognitiva.
L’esempio più deflagrante di questi paradossi è evidente sul terreno oggi più che mai dirimente della pace e della guerra e si esplicita nella «stoltezza» del modello di comportamento derivato dal paradigma tardo latino del «si vis pacem, para bellum», portato di una cultura strutturalmente incapace di leggere e, quindi, di affrontare la complessità antropologica ed ecologica (e quindi politica) di questa dicotomia. Già cinquant’anni fa, in piena coesistenza pacifica basata sulla deterrenza nucleare, rifletteva su questo tema padre Ernesto Balducci: «La sapienza del mondo è stolta – ad esempio – ogni volta che dice che se si vuole pace bisogna preparare la guerra. Stoltezza quasi emblematica, da manuale. Noi abbiamo in tutta la storia preparato guerre per garantire la pace e la pace è stata sempre solo una piccola pausa provvisoria fra guerre preparate perché ci fosse pace. E così, noi abbiamo fatto valere un concetto di sicurezza basato sulla forza e adesso questa forza è diventata così immane che ci fa paura. La minaccia nasce dalla stessa forza che abbiamo messo in essere per la nostra sicurezza. Volete un’altra prova più tangibile della stoltezza del mondo?».
Diventa necessario e urgente promuovere quindi un cambio di paradigma cognitivo e forme di educazione sentimentale che mettano in grado, secondo Ceruti e Bellusci, di percorrere le vie di un umanesimo planetario capace di elaborare progettualità politiche di valenza cosmo-antropologica, di promuovere processi di istruzione e di formazione di impianto epistemologico, di costruire un sapere riformato nei suoi principi di intellegibilità del reale, di pensare il mantenimento, l’ampliamento e lo sviluppo della democrazia e dell’integrazione ecologica col pianeta come condizioni imprescindibili per la sopravvivenza della civiltà umana futura. «D’altra parte – scrivono i due autori –, una civiltà della Terra è impensabile senza “terraformare” la civiltà, cioè senza rendere la nostra civiltà planetaria compatibile con i modi complessi di auto-eco-riorganizzazione della Terra vivente» e con la comprensione dell’integrazione continua delle esperienze di vita dei singoli e delle vicende storico-politiche dei popoli in un destino comune.
Una «civiltà della Terra» come progetto complesso, quindi, che scardina la tradizionale dicotomia fra realismo e utopia, calando la propria realizzazione, dai cieli delle aspirazioni ideali e delle idee direttrici dell’agire morale dell’uomo, sul terreno concreto delle possibilità storiche e politiche e delle speranze fondate e mobilitanti: «Questo ethos culturale adeguato e comune agli abitanti della “patria” terrestre implica il dovere morale della fraternità e della solidarietà di specie. Tale dovere è imposto dal fine di sopravvivenza della specie umana stessa. L’imperativo morale della convivenza fraterna universale e della pace, ritenuti come ideali necessari anche se irrealizzabili, è arrivato a coincidere [oggi] con l’istinto di conservazione, laddove l’istinto è sempre stato indicato come radice inestirpabile dell’aggressività distruttiva».
D’altro canto, sappiamo che presiedono all’evoluzione dei sistemi viventi, fin negli organismi monocellulari, le due forze biologiche della competizione e dell’integrazione con gli altri organismi e con l’ambiente di vita. E sappiamo che tali forze si sono tradotte nelle culture e nella coscienza di sé della specie umana come organizzazione del conflitto fra le società e dello sfruttamento dell’ambiente, da un lato, o come organizzazione della solidarietà fra i popoli e dell’integrazione nell’ambiente, dall’altro lato: sono i due poli evolutivi della competizione e della condivisione che si possono integrare fruttuosamente, ma che si sono prevalentemente declinati, nella storia della civiltà umana, a favore del primo; generando le antiche, ma oggi esiziali per l’intero pianeta, coppie divisive che presiedono le culture collettive, i comportamenti individuali e le scelte di potere dominanti nella società planetaria: «amico-nemico», «pace-guerra», «forza-debolezza», «dominio-sottomissione», «prepotenza-fragilità», «ricchezza-povertà», «sicurezza-precarietà»… tutte opposizioni dove l’affermazione di un termine da una parte, comporta l’affermazione dell’altro da un’altra parte, secondo una logica paradigmatica, anch’essa oppositiva, di «vittoria-sconfitta». Ma nella crisi evolutiva che oggi avvolge il rapporto ecologico stesso fra civiltà umana e vita del pianeta non ci potrà essere «vittoria» locale o di parte che non diventi «sconfitta» globale e di tutto.
Dunque, la sfida della complessità per una «civiltà della Terra», perorata nel libro di Ceruti e Bellusci, comporta anzitutto una grande sfida culturale per la trasformazione dei modelli della coscienza e dei paradigmi della conoscenza, attraverso la realizzazione di un nuovo universalismo e l’evoluzione di un nuovo umanesimo, fondati sull’«etica planetaria e cosmica» del «fare umanità insieme e insieme abitare la Terra» e su «un nuovo rapporto con il sapere» dove la conoscenza e la formazione siano un modo continuo «di metterci in rapporto con l’umanità e la sua opera nella storia», con i suoi molteplici e complessi processi evolutivi.
Una tale trasformazione dell’umanità si fonda sulla consapevolezza dell’incompiutezza dell’uomo ed è la possibilità stessa «che apprendiamo dalle scienze evolutive. La condizione umana non è un destino segnato da una storia già scritta, ma una creazione continua, che si fa e si disfa in occasione di tappe, svolte, soglie che possono annullare le tendenze prevalenti in un dato momento e che possono far emergere nuove tendenze altrettanto compatibili con la ricchezza e con la varietà del nostro patrimonio biologico e mentale. Gli esiti futuri della condizione umana non sono inscritti di necessità in qualche “essenza” della natura umana. La storia umana non è il dispiegamento di un destino già scritto, bensì il teatro in cui si svolge una continua creazione di possibilità. E, allora, l’umanità non deve forse riporre la più grande speranza proprio sulla sua incompiutezza?».
Nell’evoluzione complessa dell’umanità e del suo rapporto col pianeta – ci rammentano infatti Ceruti e Bellusci – si sono espresse sia le forze distruttive della guerra, della competizione e dell’odio, sia quelle costruttive della pace, della solidarietà e dell’amore, ed entrambe queste forze hanno caratterizzato in termini di differenza o identità, di chiusura o apertura e di vita o di morte sia il rapporto individuale e collettivo con l’altro, che quello con l’alterità e l’altrove. Esistono quindi nel patrimonio evolutivo e culturale della specie l’esperienza e la coscienza dei fondamenti di un’umanità non realizzata, ma che oggi si può manifestare come possibilità di sopravvivenza della civiltà umana di fronte al nodo gordiano della catastrofe evolutiva globale e come direzione verso la quale indirizzare l’ininterrotto processo di incompiutezza che caratterizza la vita e la storia della specie.
«In un’epoca di crisi planetaria e multidimensionale, non solo è impossibile, ma è anche controproducente stabilire un programma politico di palingenesi sociale e globale. La prospettiva di una civiltà della Terra può solo indicare una via per abitare la complessità, ponendo fiducia in quelle “forze vive della complessità” (fraternità, solidarietà, amore, fiducia, intelligenza cosciente) che esaltano i principi di organizzazione comuni a tutti i sistemi viventi (connettività, generatività, creatività, attività cognitiva). Questa via conduce a convivere in una forma che Homo sapiens sapiens non ha mai sperimentato sinora, nel corso della sua storia, perché solo ora l’umanità tutta intera ha coscienza “concreta” di sé stessa. E lo può fare praticando non delle visioni assolute, ma una cultura dei limiti (a cominciare dai “limiti planetari”), dove il limite non definisce negativamente in rapporto ai “valori” della completezza, dell’esaustività, dell’esattezza, dell’onniscienza e dell’onnipotenza, ma rappresenta quell’insieme di precondizioni attraverso le quali si verifica ricorrentemente l’emergenza di nuove possibilità. Una civiltà della Terra volta a confederare l’umanità diviene allora una macro-finalità che si declina in finalità specifiche e connesse».
Sia consentita, in conclusione a queste riflessionì, una considerazione personale che sposta, ma che non attutisce e forse ravviva il fuoco delle argomentazioni avanzate dal libro di Mauro Ceruti e Francesco Bellusci: la sfida della complessità implica, per ciascuno di noi, l’assunzione di una postura relazionale e di uno stile di pensiero che ci mettano in condizione, nel discorso continuo della polis umana cui partecipiamo, di vivere la relazione civile che intercorre e s’intreccia fra democrazia, conoscenza e amicizia (fratellanza) e farne il fondamento di senso della nostra esistenza personale e della storia collettiva che attraversiamo. Sono la postura e lo stile, infatti, che ci consentono di pensarci come effimero ma essenziale, fragile ma fruttuoso, unico ma necessario punto d’intersezione delle relazioni che attraversiamo quotidianamente con l’umanità e con la sua vicenda nella vita del mondo. Sono la postura e lo stile che da sempre ci sono tramandate e insegnate dalla poesia e che attengono alla responsabilità reciproca che intercorre tra il poeta e il suo lettore di porsi vicendevolmente le domande fondamentali sul senso dell’esistenza e della storia, nostre e del mondo.
A sostegno di questa considerazione non è necessario scomodare l’opera-mondo dei grandi poeti della nostra civiltà letteraria, quali l’Odissea o la Divina commedia, ma basterà riferirsi, nel corso attuale delle celebrazioni del suo primo millennio di vita, al breve ma densissimo Cantico delle creature, la prima poesia in lingua italiana, scritta da Francesco d’Assisi nel 1226. Tutt’altro che l’espressione ingenua di una spiritualità e di un misticismo appassionati, l’opera si presenta come la costruzione linguistica perfetta di una grande e complessa visione antropologica ed ecologica che contempera la consapevolezza culturale e l’entusiasmo religioso di un bellissimo paradigma cognitivo, che il Santo mostra di possedere.
Nel testo, la fratellanza fra gli uomini che Francesco predicava e praticava è intrecciata alla relazione di fratellanza con gli elementi costitutivi dell’Universo (così come li individuava la cultura del tempo, di derivazione aristotelica), Terra (madre), Acqua, Aria (vento) e Fuoco e, insieme, viene collocata nell’intera vicenda della Creazione, pensata secondo l’asse del rapporto dinamico Luce/Buio, Ascesa/Caduta, Vita/Morte tipico delle cosmologie sia greco-latina che ebraico-cristiana. La poesia straordinaria di Francesco sta nel sentimento di un abbraccio cosmico che affratella sia la vicenda umana che quella del mondo nella promessa del perdono evangelico, gesto gratuito dell’Amore che riconcilia l’umanità e la sua storia con l’intero Creato e con il Dio della vita, la quale, infatti, in quel gesto ogni volta risorge e si rinnova, vincendo ogni volta la morte e acquistando ogni volta nuovo senso. In questo modo, il canto di Francesco si colloca, come ogni grande poesia, sul crinale complesso e fertile situato fra memoria e profezia (o fra cultura e progetto) che origina ogni speranza per chi vive, come forse direbbe lui, sotto il cielo della Luna. Su quel crinale, con grande consapevolezza politica e con immenso afflato religioso, Francesco d’Assisi ha collocato la sua vita, il suo pensiero e la sua poesia.
Immagine di copertina: Foto di Paul Blenkhorn su Unsplash
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