È merito di Andrea Martella, candidato del Centrosinistra, aver posto il tema della cultura come fondamentale nella campagna elettorale per le amministrative della Città di Venezia.
E lo è per due ragioni.
Da una parte per aver garantito che Venezia, dopo tanti anni, riavrà finalmente un Assessore alla Cultura; dall’altra per aver voluto entrare nel merito, sottolineando la ricchezza di valori e la complessità che il termine “cultura” evoca nel nostro territorio.
Qui credo si tratterà di avere la forza e l’intelligenza che traducono un salto di qualità rispetto al passato.
Invertire la tendenza: questo è il tema.
Perché il concetto generale è semplice ma arduo: far diventare sul serio la cultura a Venezia un asse produttivo della città.
Evitare che sia ritenuta un belletto, un mero ricordo di passati gloriosi, un “genere” solo da conservare o da esibire come in un salotto che vorrebbe essere “buono”.
Soprattutto va considerata deteriore la valutazione della città come puro palcoscenico in affitto, come luogo asettico capace, per impropri meriti antichi, di dare valore a chi voglia usarlo impunemente.
Venezia infatti va vista insieme come città internazionale e come comunità.
Come città produttiva e comunità sociale.
E questo è l’unico riferimento al passato che mi voglio permettere.
E le parole hanno un senso.
Siamo città internazionale per le Istituzioni che ospitiamo, pubbliche e private.
Ma non sempre sono state chiamate a ragionare sul contributo che ciascuna può e deve dare a Venezia.
Perché la vita vera della comunità veneziana – si intende quella di tutto il territorio comunale – è necessaria garanzia per mantenere il senso di ciò che siamo.
La domanda che va posta a ciascuno è semplice:
Accogli semplicemente o produci nel tuo “fare” a Venezia?
Quanto investi in formazione?
Quanto in accoglienza?
Quanto in ricerca e sperimentazione?
E quanto di tutto ciò è permanente?
Vale per tutti.
Per chi ha le strutture apposite e per chi le dovrà creare differenziando i suoi bilanci.
Perché il profitto che genera Venezia è materiale e immateriale.
E a ciascuno non si chiede certo di donarlo — non è l’epoca — ma di contribuire a rendere le proprie strutture produttive e stabili, sì.
Vale per le Istituzioni pubbliche e per i centri privati, per le gallerie e per le fondazioni.
Esiste una proprietà sociale comune della città che non può consentire il degrado del senso e della percezione che si può e deve avere delle terre e delle acque che ci accolgono e ci circondano.
Quindi domandare a ciascuno quanto produce qui, che forza lavoro occupa, che contratti pone, che finalità persegue è vitale per non essere subalterni e per indirizzare il futuro.
Sapendo, nel contempo, che attorno a questo nome “cultura” vivono trasporti, allestimenti, assicurazioni, guardianie, progettualità, architetture, restauri, catalogazioni, ricerche, stime, design e mille altre esperienze necessarie che possono caratterizzare un territorio complesso e ricco come quello che ci circonda.
Il cuore è questo.
Il cuore di una città che oggi di metropolitano ha solo il titolo ma che in futuro dovrà dialogare di più con le province che le stanno accanto e che hanno peculiarità precise proprio nella cultura.
La Patreve di una volta.
E se il cuore batte, tante altre cose sono possibili.
In primis quel senso di comunità consapevole e socialmente importante su cui fin dall’inizio il candidato del Centrosinistra ha usato un verbo che condivido: ricucire.
Ricucire gli strappi di chi ha distrutto i poteri decentrati come le Municipalità, di chi ha pensato per tanto tempo a dividere la città e non a unirla concretamente, di chi non ha capito che la cultura, con le sue associazioni, le sue biblioteche, i suoi centri sociali, le sue remiere, le sue emeroteche, è il collante necessario che coniuga a ogni passo generazioni diverse, origini diverse, credi diversi con un senso unitario del “bene”.
Una visione drammatica del “profitto” come unica chance ha deteriorato gli animi, e guardando nel profondo si avverte molto di più di quanto ci piace perfino dichiarare.
Ma proprio l’idea produttiva della cultura si coniuga pienamente con il senso di comunità.
Ed il modo per intervenire c’è.
Perché occorre farlo, indirizzando stanziamenti e uso degli spazi, e perché è possibile coordinare senza essere solo passivi ascoltatori.
Questo si chiede a una nuova Amministrazione.
Questo cuore produttivo e sociale è stato maltrattato e ignorato.
Ecco il senso del “cambiare indirizzo”.
C’è un esempio che mi piace fare: quello del vetro.
È contemporaneamente memoria gloriosa di un passato straordinario che ci ha fatto conoscere nel mondo per l’arte dei maestri muranesi.
Ma è straordinaria contemporaneità che porta i più grandi artisti d’oggi a confrontarsi con quella materia così difficile e faticosa.
Ed è oggetto di necessarie ricerche e studi, di marketing e di confronto internazionale.
Il vetro è incrocio tra passato e presente, tra comunità e produzione, tra ricerca e formazione.
Le grandi Istituzioni che esistono a Venezia nel campo dello studio, della ricerca, della scolarità e della nascita di nuove imprese sono l’alleato fondamentale e irrinunciabile.
Università, Accademie, Centri di ricerca fanno parte organica del futuro.
E probabilmente il loro ruolo può cambiare ulteriormente, in meglio, essendo più protagonisti non solo della loro vita e dei loro percorsi, ma più coinvolti in quel cuore produttivo e comunitario che abbiamo descritto.
Le altre Venezie che molti descrivono e auspicano esistono e sono importanti: quella della diplomazia culturale, quella dell’amministrazione del patrimonio che abbiamo ricevuto in eredità, quella della contemporaneità che dialoga con l’intelligenza artificiale.
Lo testimonia il peso che hanno assunto le scelte recenti del Presidente della Biennale per i padiglioni: scelte coraggiose e non scontate che segnano, nella loro voluta e riaffermata autonomia, il valore dell’Istituzione e della città che la ospita e la condivide.
Infine, volutamente, un riferimento al turismo.
La cultura non può essere amministrata ritenendola un mero motivo di richiamo destinato all’incentivazione dei flussi.
La cultura può qualificare i flussi, determinare immagini diversificate e non stereotipate di Venezia.
Solo però se è solida nelle sue basi, riconosciuta per la sua originalità, indiscussa nella sua qualità e nel suo rifiuto di ogni banale globalizzazione uniformante.
Tutte queste Venezie così amate e desiderate hanno però bisogno del cuore.
Ed il futuro di Venezia si gioca su questo.
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