Al Centro Culturale Candiani si teneva un incontro dei candidati sindaco con la cittadinanza, c’erano tutti, tranne il più coraggioso di tutti, Simone Venturini. Che immortalato in un improbabile caffè di piazza Ferretto, mentre con un mano alza il cappuccino con l’altra sventola una fotocopia de Il Giornale e il Gazzettino. Che paura, Il cattolicissimo Simone evoca il diavolo. evocando il fantasma del terrorismo. Attacca i candidati della comunità bengalese, nonostante che ce ne siano anche nella compagine di centrodestra, per cavalcare la paura irrazionale della “sostituzione etnica” temuta dai veneziani per l’incremento di cittadini extracomunitari nelle aree popolari o degradate in cui si concentrano per il minore costo degli affitti.
La diffusa percezione di paura è alimentata artatamente dalla destra per assecondare umori e raccogliere consensi intorno alla ricetta della “pubblica sicurezza” come repressione rifiutando ogni azione di contrasto di carattere culturale. Non stupirebbe vederlo emulare Calderoli e portare una testa mozzata di porco davanti a qualche moschea o luogo di culto islamico.
Come stupirsi del diffondersi del sentimento di insicurezza in un tempo in cui l’informazione è istantanea, il lettore non ha tempo di approfondire e si accontenta dei titoli che devono suscitare paura e curiosità morbosa per attirare l’attenzione, la politica cerca di irretire il cittadino con slogan e fake news? Ricevere obiezioni indispone il cittadino che ha più soddisfazione nel sentirsi dar ragione, per questo Venturini, a scarsità di argomenti, si rivolge alla pancia della cittadinanza.
La paura è contagiosa e si nutre di paura. Chi la prova l’alimenta e l’amplifica diffondendola intorno a sé, e il candidato sindaco Venturini evidentemente ha paura di perdere e ha preso a far campagna elettorale virando decisamente a destra e facendo leva sulla paura, in carenza di argomenti smette la veste di moderato e agita spauracchi come l’invasione di migranti, il rischio di sostituzione etnica degli italiani che rischiano di diventare minoranza in casa propria, l’equazione islamico uguale terrorista e maghrebino uguale spacciatore. In questo scenario, prendere posizione contro la costruzione di una moschea diventa un imperativo categorico perché è per la destra ovvio che sarebbe solo un pericoloso covo di terroristi.
La paura è uno stato d’animo contagioso che può diventare panofobia (o pantofobia). Chi ne è affetto vive in uno stato di costante apprensione, temendo minacce incombenti sulla vita quotidiana; il cervello entra in uno stato di allerta, percependo pericoli ovunque, anche in pensieri ed emozioni. È così che si auto-alimenta la paura, con questa patologia che è ansia anticipatoria preventiva. Si crea un circolo vizioso in cui il timore di provare panico genera ansia che può spingersi fino a veri e propri attacchi di panico. È una paura irrazionale, vaga e persistente di tutto o di un male impossibile insidioso perché astratto e sconosciuto; non è paura limitata a un oggetto o situazione specifica ma paura di tutto, terrore costante con disturbi ossessivo-compulsivi.
Alla paura della microcriminalità in strada, della violazione di casa propria, della violenza di genere si è aggiunta quella di una moderna “invasione barbarica”, così come ce la facevano studiare a scuola, mentre in tedesco si chiama più giustamente “trasmigrazione di popoli” (völkerwanderungen). Il problema vero è nell’integrazione, trascurata e inadeguata, perché la destra preferisce la repressione.
La percezione è sempre legittima e va rispettata perché sinceramente sentita, anche quando è sbagliata e infondata, ma essendo irrazionale è facile che tracimi e può far danni. Va riportata nell’alveo della ragione, che non vuol dire negare la percezione portando i risultati delle statistiche che danno i reati in diminuzione. Di scarsa efficacia è farlo con il buon senso calpestando le emozioni, più utile far presente argomenti solidi e non propagandistici. Lo ha fatto in maniera chiara e competente il prefetto Franco Gabrielli, intervenuto ieri a un incontro a Mestre con il candidato Andrea Martella, che a lui si è rivolto per avere aiuto su come affrontare una materia delicata come questa, che ha bisogno di professionisti esperti, e chi meglio di Gabrielli esperto a 360° in materia di sicurezza, avendola affrontata al massimi livelli sia sul piano della security (come prefetto di Roma, poi come capo della polizia e nei servizi) che su quello della safety-salvezza (come capo del Dipartimento di Protezione Civile nazionale).
Un intervento di grande interesse e alta professionalità quello di Gabrielli, che ha chiarito come le statistiche vadano prese con le pinze, non sono oro colato perché si riferiscono ai reati denunciati e non a quelli compiuti, che spesso non vengono denunciati per paura o per una sfiducia verso le istituzioni che è comprensibile, dato che la certezza d’esecutività della pena è limitata dal sovraffollamento carcerario e dall’insufficiente esecuzione delle pene alternative. Ha poi spiegato che è vero che la maggioranza dei detenuti è straniera, ma che il detto va letto in controluce per vedere che i reati più gravi sono compiuti da soggetti nostrani mentre la maggioranza compie reati minori e spesso lo fa per spirito di sopravvivenza. Poi ha aggiunto che di errori ne ha fatti anche la sinistra, come la modifica del titolo V della costituzione che ha introdotto con la ripartizione una complessità interpretativa e gestionale che ha generato frammentazione sia sul piano della gestione della sicurezza che della protezione civile. Ha anche fatto notare come tra maggioranza e opposizione si perpetui lo stesso gioco delle parti che porta l’opposizione a fare appello alla percezione e la maggioranza di governo a contrapporre dati e statistiche. L’elemento forse più interessante è stato il metodo che ha applicato nella qualità di prefetto di Roma, organizzando periodiche riunioni nelle sedi dell’amministrazione decentrata di municipalità/quartieri, dove ci si riuniva con associazioni e cittadini per raccogliere osservazioni, segnalazioni e suggerimenti, che poi al livello superiore del comitato cittadino della sicurezza vengono affrontate per poi tornare a verificare l’efficacia delle misure prese in nuovi incontri nei quartieri. Questo tipo di pratica dimostra che la partecipazione non è concedere il diritto di parola o fare dei cittadini i destinatari della propaganda di chi ha il potere amministrativo, ma piuttosto quello di esercitare il dovere dell’ascolto per poi far sintesi, cercare soluzioni, prendere misure per poi tornare a verificarne l’efficacia, una sorta di ascensore civico che connette i diversi livelli dell’amministrazione. Ulteriore aspetto segnalato è stato che la costituzione attribuirebbe al ministero degli interni la funzione di gestire la sicurezza, ma in realtà il ministro degli interni controlla a stento il corpo di polizia, poi ci sono tutti gli altri corpi che dipendono da altri ministeri determinando una frammentazione dei ruoli e delle competenze che non aiuta. Nel tempo degli slogan fa piacere ascoltare chi parla con competenza, obiettività e onestà intellettuale di altissimo livello.
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