Nel discorso con cui ha tentato di riaffermare la propria leadership all’indomani della sonora sconfitta elettorale, Keir Starmer si è soffermato su varie politiche che intende perseguire nel prossimo futuro. Tale discorso non pare esser riuscito ad arginare il malcontento che ribolle nel partito, in cui voci di opposizione al leader si fanno di ora in ora più numerose. Lasciando per ora da parte la cronaca di questi eventi, che sono in continua evoluzione, vogliamo qui soffermarci su una delle affermazioni fatte da Starmer.
Come da molti ipotizzato alla vigilia, il primo ministro a dichiarato di voler riportare il Regno Unito “at the heart of Europe”: egli ha sottolineato in particolare l’importanza della mobilità dei giovani e ha evidenziato il valore dell’accordo – raggiunto a fine 2025, ma firmato il 15 aprile 2026 – che vede il rientro del Regno Unito nel Programma Erasums+ a partire dal 2027.
EuRopean Community Action Scheme for the Mobility of University Students. Detto così, il programma europeo di mobilità studentesca non ha forse il fascino evocato dal suo (quasi) acronimo: Erasmus, appunto. Tale nome infatti rimanda a Erasmo da Rotterdam, l’umanista olandese che, vissuto nell’Europa del Rinascimento e della Riforma, viaggiò a lungo in vari paesi del continente e fu fautore di una koiné culturale, cosmopolita e pacifica, che ripudiava una visione dogmatica e intollerante del mondo. È questo lo spirito che permea il programma Erasmus il quale, grazie all’erogazione di borse di studio, permette ogni anno a migliaia di studenti (ma non solo) di trascorrere periodi al di fuori del proprio paese e di vedersi riconoscere tale attività nell’istituzione di provenienza.
Ormai sono passati quasi settant’anni da quando Sofia Corradi, una brillante studentessa dell’Università “La Sapienza” di Roma, al rientro da un periodo trascorso negli Stati Uniti nell’ambito del Progetto Fulbright, scoprì che gli studi intrapresi all’estero non le sarebbero valsi nulla ai fini del conseguimento del suo titolo italiano. Il senso di frustrazione e rabbia fece gradualmente nascere in lei l’idea che sarebbe stata alla base dell’Erasmus, formalizzata inizialmente nel 1969, ma attuata quasi vent’anni dopo una lunga serie di passaggi e negoziazioni.
Ufficialmente il programma fu lanciato il 1° luglio 1987 e 3.244 “pionieri” da undici paesi europei trascorsero un periodo di studio universitario all’estero vedendosi poi riconosciuti, al rientro, gli esami ottenuti. A oggi si stima che più di diciotto milioni di persone abbiano partecipato all’“Erasmus”, che ultimamente è arrivato a coinvolgere oltre un milione di persone l’anno per programmi che ormai coinvolgono anche scambi di studenti e docenti delle scuole, oltre a mobilità per sport, tirocinio e altre forme di apprendimento. Nell’ambito dello studio universitario (quello delle origini), nel 2024 hanno partecipato quattrocentomila studenti (i quali beneficiano di contributi volti alla copertura delle spese e non devono pagare tasse universitarie nell’ateneo di destinazione, pagandole già in quello di provenienza) e oltre centomila docenti.
Ovviamente, nei suoi quarant’anni di vita, il programma si è evoluto. Negli anni Novanta e Duemila “Socrates” e “Leonardo da Vinci” ne hanno ampliato gli scopi arrivando a coprire, oltre allo studio, anche il training e il lifelong learning. Vista la crescente fama del progetto (e della denominazione) iniziale, nel 2014 si è deciso di riunire sotto il nome di “Erasmus+” tutti i programmi per “Education, Training, Youth and Sport”, che si articolano su tre azioni chiave (key actions): 1) la mobilità individuale, 2) la cooperazione fra organizzazioni e istituzioni, 3) il sostegno alla definizione delle politiche e alla cooperazione. Per il settennio 2021-27, l’Unione europea ha stanziato un budget di 26,2 miliardi di euro a fronte dei circa quindici miliardi stanziati per il settennioprecedente (2014-20).
L’ultimo settennio ha visto l’assenza del Regno Unito, il quale si è ritirato nel 2020 come conseguenza delle procedure di uscita dall’Unione europea che hanno fatto seguito al referendum sulla Brexit. Boris Johnson, l’allora primo ministro, decise che per il suo paese il programma “did not offer value for money”, in virtù del fatto che gli studenti in entrata erano il doppio rispetto a quelli in uscita. Inoltre, poiché lo schema prevede che ognuno paghi le tasse universitarie nel paese di origine, il governo britannico avrebbe a suo dire sovvenzionato l’istruzione di studenti stranieri che studiavano in Gran Bretagna senza pagare le elevate rette là in vigore (e quindi, in termini puramente economici vi sarebbe stato un costo per i contribuenti britannici). Chiaramente il “value for money” è un concetto miope, dato che non considera da un lato tutte le spese effettuate dagli studenti stranieri in Gran Bretagna nel periodo di permanenza, dall’altro il prestigio che deriva al paese ospitante dal sistema di relazioni che si genera.
Quindi, nonostante la possibilità di restare nel programma, il governo Johnson scelse di uscire, promuovendo invece il “Turing Scheme”, un programma globale (non solo europeo) concepito come bandiera della global Britain del post-Brexit che si voleva promuovere.
Rispetto al suo predecessore europeo, tuttavia, il programma Turing finanzia esclusivamente il movimento in uscita e non garantisce l’esenzione dal pagamento delle tasse universitarie (che risulta eventualmente da accordi bilaterali); nell’idea del governo britannico, inoltre, c’era l’idea di favorire maggiormente studenti svantaggiati fornendo loro sovvenzioni maggiori.
Al di là dei proclami, questo programma è stato solo un lontano parente dell’Erasmus e ha fra le altre cose anche diminuito l’attrattività (e in un’ultima analisi l’influenza) del Regno Unito, che derivava dall’ospitare migliaia di studenti stranieri che avrebbero potuto poi anche cercare un futuro lavorativo nel paese, portandosi dietro tutto il proprio bagaglio di competenze. Tale calo si è manifestato non solo nei programmi di scambio, ma anche nelle iscrizioni a tempo pieno da parte di studenti europei (questo come conseguenza delle restrizioni post-Brexit).
Secondo il Russell Group, che riunisce ventiquattro fra le principali università britanniche, il vantaggio di un programma di prospettiva globale (e non solo europea) non riesce a compensare gli svantaggi derivanti dalla sua breve e incerta durata (soggetta a rinnovi annuali), della mancanza di studenti in entrata e dai costi amministrativi (che sono a carico delle università, le quali si devono impegnare anche a stipulare una miriade di accordi bilaterali).
Non è un caso che il mondo universitario si sia sempre opposto all’uscita dai programmi europei, sia quelli che prevedono la mobilità di persone, sia quelli che prevedono il finanziamento di progetti di ricerca. Da quest’ultimo punto di vista, le accoglienti università del Regno Unito avevano infatti beneficiato di un saldo positivo netto. Il programma Horizon 2020 (che copriva il settennio 2014-20) vedeva il Regno Unito all’avanguardia, con sette miliardi di euro di fondi ricevuti. In particolare, il paese ospitava ben il 22 per cento dei vincitori dei finanziamenti ERC (EuropeanResearch Council), destinati a supportare progetti di ricercatori di eccellenza. Essendo i fondi in capo ai vincitori del bando, il luogo in cui essi decidono di portarli dipende dalle opportunità a loro riservate, e quindi anche dal prestigio delle Università disposte a ospitarli, e alle prospettive di carriera da queste offerte. I più importanti atenei britannici fungevano da “magnete” per attrarre ricercatori stranieri e coprivano anche il dieci/quindici per cento del loro budget grazie ai fondi europei. L’uscita dal programma è stata disastrosa poiché ha reso le università britanniche meno attraenti per giovani talenti, facendole anche uscire da consorzi di ricerca europei in cui spesso svolgevano un ruolo di leadership. Il mondo universitario, al cui interno certamente la componente pro-europeista era dominante già al momento del referendum sulla Brexit, ha fatto enormi pressioni riuscendo a far sì che il governo trovasse un accordo per il rientro: ciò è avvenuto a partire dal 1° gennaio 2024.
Ora la collaborazione si estende anche al prossimo programma di scambio Erasmus+ che è attualmente in fase di negoziazione ma che vedrà tra l’altro incentivarsi scambi “ibridi” e mobilità brevi. Per quanto riguarda il Regno Unito, si tratta di un’ulteriore passo di riavvicinamento all’UE, una strategia che, come abbiamo scritto qualche tempo fa, il governo laburista sta cercando di portare avanti da tempo. Fino ad ora, tra l’altro, Starmer aveva sempre negato l’intenzione di rientrare nel mercato comune e nell’unione doganale, definendole come “red lines”, linee rosse da non superare. Dopo il discorso dell’11 maggio, a una precisa domanda in merito, la risposta del primo ministro è stata invece evasiva, stimolando speculazioni sulle sue intenzioni future. Resta da vedere se sarà ancora lui a gestire le politiche dei prossimi anni.
*
Il delizioso L’auberge espagnole (L’appartamento spagnolo, 2002) è un film francese che è diventato il manifesto della cosiddetta “generazione Erasmus”. Il protagonista, Xavier, rientrato a casa (a Parigi) dopo un anno trascorso fra studenti di tutte le nazionalità, afferma:
Io sono l’italiano, la spagnola, l’inglese, il danese. Io sono un vero pasticcio, come l’Europa, sono tutto questo. Io sono l’appartamento spagnolo. Egli prova un misto di orgoglio e di senso di smarrimento: Non è che mi sentissi male, è solo che non mi sentivo più a casa mia. È come se avessi vissuto un anno in un altro mondo e ora che sono tornato tutto mi sembra piccolo, grigio e stretto.
Forse è questa la “condanna” di chi ha partecipato a un progetto Erasmus: l’impossibilità di rientrare a pieno nel “piccolo” del proprio mondo precedente, e spesso un certo qual senso di soffocamento. Si tratta di un sentimento positivo, tuttavia, perché costituisce uno stimolo per continuare a viaggiare, ad aprirsi e a conoscere. Se così è, vuol dire che il programma ha raggiunto il suo scopo.
In fondo anche lo stesso Erasmo da Rotterdam, in una celebre lettera indirizzata a Zwingli, giustificò con le seguenti parole il proprio rifiuto di accettare la cittadinanza di Zurigo che gli era stata appena offerta: ego mundi civis esse cupio (io desidero essere un cittadino del mondo). In un’epoca di sovranismi crescenti, il progetto Erasmus+ mira a creare cittadini consapevoli, aperti etolleranti: cittadini con un’identità europea e, in ultima analisi,cittadini migliori.
Sofia Corradi è scomparsa pochi mesi fa (ottobre 2025). L’accordo per il rientro del Regno Unito nel programma è il miglior modo per renderle omaggio.
L’articolo Starmer, ultimo atto. “UK torni nel cuore dell’Europa” proviene da ytali..